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di Prof. Alessandro Volpi

Sono molte le dichiarazioni di esponenti di punta del governo e persino da parte di autorità di controllo, come nel caso di Paolo Savona, presidente Consob, che lasciano intendere con chiarezza la volontà di non mettere mano al contenimento del debito pubblico. Anzi, sembra sempre più diffusa l'idea di favorire un'esplosione dell'indebitamento per sostenere "gli interessi" degli italiani; in altre parole sta prendendo corpo una vera e propria celebrazione del debito, sorretta da varie motivazioni, dalla forza del risparmio privato del paese, le cui attività finanziarie sono state stimate dallo stesso Savona in 16 mila miliardi di euro, alla possibilità di emettere monete parallele sotto le mentite spoglie dei minibot fino ad una generica sostenibilità generata da una miracolistica crescita che scaturirebbe ipso facto dalla violazione delle regole europee. In realtà, purtroppo, appare ormai chiaro che il livello di indebitamento pubblico italiano è diventato patologico sia per il suo costo di mantenimento in termini di interessi, stabilmente superiore ai tassi di crescita del paese, sia per l'eccessiva dipendenza dalle politiche monetarie della pur benevola Banca centrale europea. Non devono illudere infatti i buoni collocamenti di titoli di Stato avvenuti di recente perché si tratta di operazioni non realizzate attraverso vere e proprie aste, ma condotte invece da consorzi bancari, dietro ai quali si pone ancora in maniera decisiva il fiume di liquidità garantito dall’istituto presieduto fino a fine ottobre da Mario Draghi e che certo non basterebbe comunque a finanziare la forte crescita della spesa pubblica nei prossimi anni, a cominciare da una lievitazione della spesa pensionistica destinata a passare, secondo le stime dello stesso Documento di programmazione economica del governo, da 261 a 287 miliardi di euro in un quadriennio. Dunque, una volta abbandonato il piano della narrazione social e dei ringraziamenti dovuti al presidente della Bce per atterrare su quello della realtà, al fine di evitare seri rischi di insolvenza e di conseguente ristrutturazione del debito italiano, occorrerà trovare risorse in grado di ridurre la montagna debitoria: una necessità non solo imposta dai vincoli europei ma, in maniera ben più stringente, dall'esigenza di trovare compratori disposti a sottoscrivere il nostro debito. Le strade in tal senso non sono molte. Se si escludono ulteriori ondate di privatizzazioni, viste le estreme difficoltà a realizzare quelle già previste, e già conteggiate nella riduzione del debito, e se non si concepiscono altrettanto improbabili spending reviews, assai complesse nell'attuale ordinamento istituzionale, la soluzione perseguibile nei tempi stretti imposti dalla gravità della crisi è praticamente una sola. Si tratta di aumentare le entrate. Anche in questo caso le opzioni sono pochissime; o si procede ad una reale riforma fiscale o si ricorre alla formula magica delle una tantum e dei condoni che pare essere quella intrapresa dal governo giallo verde. L'intenzione, a più riprese esplicitata, di realizzare la flat tax - che comporta una riduzione del gettito fiscale - accrescendo il deficit, e quindi il debito, e di non far scattare l'aumento dell'Iva, con un costo totale di una cinquantina di miliardi di euro, impone di adottare misure per far cassa di ampie dimensioni e senza andar troppo per il sottile. Così, dopo aver chiesto dividendi “straordinari” alle partecipate di Stato, prende corpo la prospettiva di "condonare" i contanti non leciti conservati nelle cassette di sicurezza, aprendo una formidabile porta al riciclaggio di Stato, così si immaginano nuove rottamazioni delle cartelle e nuovi saldi e stralci, a cui si aggiungeranno altre operazioni di "emersione" dei capitali e dei beni sempre più favorevoli per gli evasori. E' chiaro che, in una simile ottica, sarà improponibile qualsiasi lotta alla gigantesca evasione perché gli evasori diventeranno la principale controparte della "politica" fiscale dello Stato e saranno loro a dettare le condizioni proprio perché le risorse dei molteplici condoni, delle sanatorie e degli scudi fiscali tenderanno a divenire l'asse portante delle varie leggi di bilancio poste in essere anno per anno senza alcuna strategia di medio periodo. Non ci può essere fedeltà fiscale in un paese che sceglie di trattare continuamente con gli evasori perché da essi fa dipendere i propri conti; una considerazione che risulta molto pesante per una realtà come quella italiana dove l'evasione è già diffusissima e in crescita, assai più di quanto avviene in altre parti d'Europa. La questione fiscale, come accennato, dovrebbe essere affrontata invece a livello nazionale con una profonda riforma che migliori la progressività del prelievo, spostando il carico dal lavoro ai patrimoni e alle rendite, e a livello europeo con strumenti volti ad aggredire i colossi della digitalizzazione e della finanza.Far aumentare il debito e ricorrere alle una tantum significa rinunciare alla politica economica per coltivare un consenso malato; significa non affrontare i problemi affidandosi alla purtroppo vincente narrazione populista che regge fino al fallimento dello Stato, come hanno dimostrato varie esperienze sudamericane.

Alessandro volpi, Università di Pisa

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Una lezione preziosa

di Giancarlo Ronga*

Quello comparso il 6 Giugno scorso sul sito del ”The Atlantic”, la prestigiosa rivista statunitense a firma di David Frum è un articolo di grandissimo valore, che rappresenta una utile “chiave di lettura” di ciò che sta accadendo in questo ultimo periodo, non solo negli Stati Uniti, ma in gran parte dell'Occidente.

L'articolo, dal titolo “Il fantasma del D-Day”, ed uscito proprio in occasione delle celebrazioni per il 75 anniversario dello sbarco Alleato sulle spiagge della Normandia, muove da premesse del tutto differenti da quelle che sono le tipiche “assunzioni” politico-storigrafiche in voga nel nostro Paese circa la Seconda Guerra Mondiale e, per una qual verso, modifica l'interpretazione sino ad ora data circa l'  evoluzione politica che dal 1945 è giunta sino a noi.

Partendo dalla avversione che il Generale De Gaulle provava nei confronti delle celebrazioni per lo “Sbarco” - non hai preso parte ad una sola celebrazione -  Frum tocca argomenti delicatissimi, come il ruolo avuto dalla Francia nel conflitto, la posizione di “tolleranza” degli Alleati - Angloamericani in particolare - per transitare attraverso la responsabilità della sconfitta francese del 1940 alla politica isolazionista americana dell'epoca, incapace di comprendere quale fosse la situazione che si era andata a creare nel 1933 nel “lontano” “Vecchio Continente” e giungere quindi alle conclusioni del ragionamento sino a quel punto sostenuto.

Ma Frum va oltre, analizzando quello che era il “sentimento” che la sconfitta subita dalle armi francesi ad opera delle divisioni tedesche aveva creato, o forse sarebbe meglio dire “ restaurato” e riportando il tutto a quello che è l'attuale “mood” affermatosi, principalmente, con la Presidenza Trump. 

I riferimenti all'attuale “filosofia Trumpiana”, quindi, sono evidenti ed a questo “isolazionismo” ed all'integralismo che secondo l'autore,  lo sottintende, che sono rivolte le sottili, ma devastanti, critiche di una delle “penne” di maggior spessore del panorama giornalistico statunitense.

“Charles de Gaulle trovava il ricordo del “D-Day” così doloroso, che si è sempre rifiutato di partecipare alle cerimonia commemorative dell'invasione della Normandia per tutti gli 11 anni in cui è stato Presidente della Repubblica francese”esordisce Frum.

De Gaulle non ha mai invitato i capi di governo dei paesi alleati né nel 1964, in occasione del ventennale dello sbarco, né nel 1969, né per le celebrazioni per i 25 anni anni di quella che viene considerata la più grande operazione anfibia mai realizzata dall'Uomo.

Il presidente Dwight Eisenhower, nel discorso tenuto in occasione dei 10 anni di “Operation Overlord” aveva cercato di non urtare la sensibilità dei francesi nei confronti del “D-Day”, evitando accuratamente di nominare il ruolo avuto gli Stati Uniti e dalle sue Forze Armate. Nella sua allocuzione, infatti, Eisenhower aveva fatto esplicito riferimento ai tre comandanti britannici dell'operazione, ai tre francesi ed ad uno sovietico, senza mai far menzione di un solo alto ufficiale americano.

“Ike” ha anche accreditato la vittoria: “allo sforzo congiunto delle nazioni collaboranti”, aggiungendo:“tale successo è dipeso dalle capacità, dalla determinazione e dal sacrificio di uomini provenienti da diversi paesi”.

Continua Frum:”L'esperienza della Liberazione è complessa per tutti i paesi che l'hanno sperimenta nel periodo di tempo che va dal 1943 al 1945, ma forse in nessun altro posto come in Francia questa complessità è così tangibile. Nell'immaginario americano del 1944, la Francia viene dipinta come una trionfo di grida inneggianti all'arrivo degli Alleati e di ragazze che baciano i GI, oltre che una sorta di sfondo coreografico dove i carri armati ed i camion Alleati scorrazzavano in lungo ed in largo, diretti verso i confini tedeschi. E, a seconda dell'umore del momento, si tende a romanticizzare il ruolo svolto dalla Resistenza, oppure a condannare i collaborazionisti, dimenticando quanto in realtà le due posizioni fossero contigue, tanto che spesso il collaborazionista era, a seconda del momento, anche un membro della Resistenza”.

Dopo queste affermazioni, che fanno piazza pulita di certe antistoriche e ideologiche, prese di posizione, l'autore affronta il tema dell'occupazione tedesca e del regime di Vichy prima, e della Liberazione dopo.

Scrive Frum:” Prima di essere liberati si deve essere sconfitti. Tutto ciò che parla del “D-Day” parla, contemporaneamente, della sconfitta francese del 1940. Quando il 14 Giugno De Gaulle mise piede in Normandia per la prima volta dopo lo sbarco per compiere una visita della durata di  un solo giorno, fece la spola tra la Francia e l'Inghilterra a bordo di una nave della Royal Navy. La formazione del governo provvisorio dal lui guidato, era frutto della benevolenza americana e britannica, e ciò porta direttamente a riflettere circa la posizione che la Francia ha assunto quale “alleato” di Americani ed Inglesi ”.

Frum, a questo punto, ripercorre quella che è stato il ruolo giocato dalla Francia di Vichy nel corso della Seconda Guerra Mondiale:” Per quattro anni Vichy ha aiutato e sostenuto la Germania. Nel 1940 la sua aviazione ha bombardato Gibilterra. Le tasse pagate dai cittadini francesi sono state versate nelle casse degli occupanti tedeschi”.

Frum, qui cita per la prima volta il caso italiano, ponendo in chiara evidenza la differenza di trattamento che venne riservata ai due paesi:” Quando l'Italia, nel 1943, è passata dalla parte degli Alleati, venne trattata come una nazione liberata, ma non le venne concesso lo status di “alleato”. La posizione francese, subito dopo lo sbarco, dipendeva unicamente dalla “buona disposizione” degli Angloamericani, e per De Gaulle, questa situazione veniva a malapena tollerata”.

Frum, passa quindi a dimostrare, citando parte del discorso che il generale francese ha tenuto  il 25 Agosto del 1944, dopo la liberazione di Parigi quanto sia stata surrettizia la restaurazione dell'”orgoglio” francese:” Parigi! Parigi violata! Parigi spezzata! Parigi martirizzata! Ma Parigi liberata! Liberata dai suoi abitanti con l'aiuto delle forze armate francesi, con l'aiuto di tutta la Francia, della Francia che combatte, dell'unica Francia, della vera Francia, dell'eterna Francia! Non sarà sufficiente che si sia cacciato (l'invasore...), con l'aiuto dei nostri cari ed ammirevoli alleati, dalle nostre case, per considerarci soddisfatti dopo quello che è avvenuto. Vogliamo entrare nel suo territorio come è lecito che sia, da vincitori”.

L'autore fa notare come la Francia sia realmente penetrata nel territorio del Reich come una potenza vincitrice, rifornita totalmente dagli Usa, subordinata al comando americano, posizione di sudditanza dove rimase sino al 1944-45. Frum spiega quindi,  che alla Francia venne concessa una zona esclusiva di occupazione del territorio tedesco oltre alla posizione di membro permanente all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre l'Italia – e qui l'autore tocca per la seconda volta il ruolo avuto dal nostro Paese nell'immediato dopoguerra – non sarebbe stata a far parte dell'Onu se non 10 anni dopo la fine della guerra, nel 1955.

Per l'autore, i vertici politici e militari Alleati hanno voluto credere alla “narrazione” di De Gaulle che accreditava la Francia, quella che aveva combattuto al proprio fianco la Germania Nazista, quale la vera ed unica nazione Francese, anche se era a tutti noto, che le cose non stavano come le aveva descritte il generale.

Ed è qui che Frum contribuisce ad una comprensione più approfondita di quello che era stato il significato reale della sconfitta militare francese di fronte alle incalzanti forze armate tedesche:” Le ferite che la sconfitta del 1940 ha inflitto al tessuto sociale possono essere fatte risalire a quanto avvenuto qualche decennio prima, se non oltre. La parte conservatrice e cattolica della Francia, ha reinterpretato la sconfitta del 1940 come una sconfitta non solo della Francia secolare e liberale, ma di quella che aveva detenuto il potere sin dalla fondazione della Terza Repubblica, nel 1871, e in particolar modo a far data dall' ”affair Dreyfus”, nel 1894. Quando lo scrittore reazionario Charles Murras, venne condannato all'ergastolo per le sue attività di collaborazionista, sembra abbia commentato: ”Questa è la vendetta di Dreyfus”.

Frum ripercorre quelle che sono state le posizioni assunte da moltissimi francesi negli anni dell'occupazione tedesca:” Molti imprenditori di rilievo e molti di coloro impiegati nel settore pubblico hanno collaborato, per opportunismo o per necessità, con gli occupanti. I tedeschi hanno tenuto in ostaggio centinaia di soldati francesi prigionieri dopo il 1940. E molti sono stati gli esponenti di rilevo della società francese, tra questi numerosi intellettuali e uomini di Chiesa, che hanno  collaborato con i nazisti, spinti da una sorta di strano “convincimento”. Tra questi – fa notare Frum – il cardinale Alfred Baudrillart, che nel sostenere la campagna di arruolamento dei volontari francesi inquadrati in quella che era stata denominata la “Lega Antibolscevica”,  che avrebbero combattuto ai fianco dei tedeschi in Russia, aveva affermato: ”Come posso io, in un momento così decisivo, rifiutare di appoggiare un'iniziativa così nobile da parte tedesca, volta a liberare la Russia dall'oppressione che l'ha attanagliata per 25 anni, soffocando le sue tradizioni umane e cristiane, liberare la Francia, l'Europa, ed il mondo intero dal più pericoloso e sanguinario mostro che l'umanità abbia conosciuto, che eleva (... l'iniziativa tedesca...) le persone al di sopra dei propri personali interessi e che ricostruisce quel senso di fraternità che data dai tempi del Medio Evo Cristiano?”.

David Frum passa poi a descrivere ciò che avvenuto in Francia durante l'occupazione nazista in termini molto interessanti, mettendo così in evidenza una “linea temporale” con quanto sta accadendo ora negli Stati Uniti, e non solo.

“La sconfitta subita dalla Francia ha permesso a personalità come quella (...del Cardinale Baudrillart...) di iniziare una guerra civile culturale e ripulire la Francia dalla tradizione rivoluzionaria espressa dalle parole “Libertà, Eguaglianza, Fraternità” sostituendola con il motto di Vichy:”Lavoro, Famiglia, Patria”.  Sin dal 1905 la Francia era stata definita come uno stato secolare. La Chiesa cattolica era stata ridotta ad una setta, esattamente come le altre religioni ammesse, Protestantesimo, Ebraismo ed Islamismo. Anzi. Proprio a proposito di quest'ultima fede, il governo francese aveva voluto la costruzione di una grande moschea per ringraziare i molti mussulmani che avevano vestito la divisa dell'esercito francese combattendo nella Prima Guerra Mondiale. Al cimitero di guerra di Verdun, inoltre, era stato dedicato uno spazio totalmente riservato ai caduti di fede islamica, isolato dagli altri, e orientato verso la Mecca. Con la nascita del regime di Vichy, tutto questo ebbe fine” spiega il giornalista, che continua nella sua analisi scrivendo– la sconfitta della Francia per mano tedesca è stata reinterpretata ideologicamente come una vittoria della “Francia profonda” su  quella “Francia metropolitana”, descritta come superficiale e liberale. In questa ottica la “Sottomissione” alla Germania veniva reinterpretata dagli ideologi di Vichy, come una “Redenzione”. E la conflittualità, l'odio che i francesi avrebbero dovuto nutrire verso i tedeschi, venivano dirottati verso le potenze “anglosassoni”, dipinte come “liberali” e “materialiste”. Spesse volte, infatti,“Topolino”,“Paperino” e “Braccio di Ferro”  venivano rappresentati dalla stampa di regime mentre bombardavano la Francia, sotto la direzione dai loro “padroni” ebrei”.

La possibilità di dirottare i sentimenti di odio e di avversione nei confronti degli Alleati era fornita dalla guerra stessa, come fa notare l'autore del lungo articolo:”I bombardamenti Alleati sulla Francia prima del 1944 e l'arrivo delle truppe di terra presenti in Francia dopo il 1944, hanno arrecato più danni alle città francesi di quanto non avessero fatto i tedeschi in poche settimane di guerra. Il porto di Le Havre è stato bombardato 132 volte nel periodo compreso tra il 1940 ed il 1944. Il raid finale del Settembre 1944, ridusse il centro della città in cenere, uccidendo 5000 persone, ferendo e rendendo dei senza tetto decine di migliaia di abitanti. L'attuale moderna città che è stata edificata sul quello che era stato il vecchio centro di Le Havre, rappresenta un monumento al prezzo pagato dai francesi per la loro liberazione”.

L'analisi di David Frum, a questo punto si sposta nel tempo, e affronta il tema degli effetti che il regime di Vichy ha avuto sulla evoluzione politica del paese transalpino:” L'entusiasmo per l'antiliberalismo di Vichy ha permesso l'affermarsi di uno strana fluidità nella politica francese durante e dopo la guerra. Francoise Mitterand, il futuro leader dei socialismo francese, aveva iniziato la sua carriera politica tra le file dell'estrema destra, lavorando, per un certo periodo di tempo, alle dipendenze del governo di Vichy. Elettro Presidente, Mitterand ha aumentato il salario minimo, ha introdotto la settimana lavorativa di 39 ore, ha nazionalizzato alcune istituzioni finanziarie e soppresso la pena di morte. E ha fatto ciò che De Gaulle non ha mai avuto il coraggio di fare: celebrare lo sbarco in Normandia. E' stato Mitterand, infatti, ad invitare il presidente Reagan nel 1984 alla cerimonia per i 40 anni del “D-Day”. Eppure, Mitterand è sempre stato amico ed ha sempre “protetto” dalle accuse di crimini contro l'umanità per aver deportato decine di migliaia di ebrei francesi, l'ex capo della Polizia del regime di Vichy,.Ma il caso di Mitterand,- scrive Frum – non è isolato ; l'ex Capo della Polizia non è stato l'unico personaggio del Regime collaborazionista che ha goduto di protezione sotto la Repubblica. E come ha spiegato il giornalista francese René Rémond, replicando un po' sarcasticamente a Roger Cohen del New York Times:” Tutti loro hanno qualcosa da nascondere””.

Ed proprio dopo questo lungo excursus nella Storia francese che Frum raggiunge il suo obbiettivo primario. Mettere in relazione quanto avvenuto in Francia 79 anni, fa e quello che sta accadendo oggigiorno negli USA:” Quando gli americani decidono di ricordare questa triste storia, lo fanno da una posizione di vantaggio...Geografico. Il tempo ci sta separando dai ricordi più vividi e crudi di quella che è stata la Seconda Guerra Mondiale. I ricordi americani di quel periodo hanno assunto toni sempre più trionfalistici. Ed è di interessante osservare l'atteggiarsi del presidente Trump nel corso delle manifestazioni commemorative che si sono svolte in Francia e nel Regno Unito. La Francia è stata sconfitta nel 1940 e la ragione di quella sconfitta deve essere ricercata nell'atteggiamento di - ASSENTE INGIUSTIFICATO - dallo scenario europeo dopo il 1919.

L'assenza ingiustificata degli Stati Uniti dal proscenio della politica europea  è stata determinata dai propri leader che avevano sposato la medesima, grossolana, tesi del protezionismo e dell'isolazionismo, ed addirittura il medesimo slogan “Prima l'America”, esattamente come ha fatto Trump.

La disamina, forse sarebbe meglio chiamarla vivisezione, che il giornalista del “The Atlantic” compie, è durissima: “ Eppure gli stessi americani non sono immuni da quella che potrebbe essere definita la “Sindrome di Vichy”, quella sindrome che pone la guerra culturale contro gli oppositori interni al di sopra della difesa degli interessi nazionali e della sovranità nazionale. Gli americani non sono nemmeno immuni– conclude Frum questo delicatissimo passaggio - da quella politica di estremismo illiberale che aveva caratterizzato e che era stato alimentato ad arte sotto il Regime di Vichy”.

E per in qualche modo dimostrare quanto sta avvenendo sul piano politico negli Stati Uniti, il giornalista fa riferimento ad una diatriba sorta qualche giorno fa tra gli analisti e gli studiosi conservatori, caratterizzata da una certa confusione alimentata anche da spiegazioni del fenomeno in oggetto che non contribuiscono a fare la necessaria chiarezza. In termini estremamente sintetici Frum scrive:” Si tratta del concetto di “Integralismo”, o meglio alla riabilitazione di questo. Di quella forma di politica caratterizzata da quell'integralismo cattolico sposato da Charle Maurras e dagli altri intellettuali di Vichy. Viene facile pensare che questo approccio rappresenti la peggiore delle “vie” intellettuali percorribili, ma così non è”.

Frum, infatti, spiega come la salita alla Casa Bianca di Trump:” Abbia dato il via a numerose speculazioni circa presunte analogie tra la situazione politica odierna e quella degli anni '30: si tratta di un errore. La nostra “esperienza” non è assimilabile a quella di quel periodo; non abbiamo esperienza personale di quella che era stata la carneficina della Prima Guerra Mondiale. Ed inoltre non abbiamo avuto conoscenza diretta di quella che è stata la “Grande Depressione” o delle agitazioni politiche che avevano caratterizzato la vita pubblica a Parigi o a Berlino nel periodo tra le due Guerre. E non siamo minacciati dalla possibilità di vedere i Comunisti prendere il potere. Questo non è il 1933”.

David Frum a questo punto, pone un quesito fondamentale: “ Le pulsioni umane che hanno permesso ai Fascisti ed ai Comunisti di prendere il potere, esistono ancora?” 

La risposta è affermativa, e non lascia spazio a dubbi:” Si, quelle esistono ancora. E hanno rappresentato ed ancora rappresentano una potente arma per gli estremisti di ogni genere, in un momento travagliato come il nostro, caratterizzato dalla “Grande Recessione” del 2008-2009, e nel pieno del fenomeno dell'immigrazione di massa avviatasi nel 2010. Il maggior beneficiario di questi impulsi è stato Donald Trump, ma non è il solo, come dimostra quanto sta accadendo in Francia e negli Stati Uniti ”- spiega Frum che conclude il suo articolo affermando - ”ma questa volta non ci sarà un “D-Day”a sconfiggere queste pulsioni; rimane solo il rinnovato impegno nei confronti di quegli ideali che proprio quei soldati, provenienti da diversi paesi, che hanno preso parte al “D-Day”, 75 anni fa, hanno fatto propri”.

 

* Giancarlo Ronga è giornalista.

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Di Prof. Alessandro Volpi

Abbiamo una storia “populista”? Questa domanda pare ormai inevitabile alla luce dell’attuale stagione politica italiana e, in maniera molto sintetica, si possono individuare alcune tappe in tal senso. 1) La reazione all'illuminismo e all’ondata napoleonica: i movimenti controrivoluzionari al grido di "Viva Maria", le folle di contadini armati di rosario e forcone che si sollevavano contro le "repubbliche" italiane e che prefiguravano un chiaro scontro tra "popolo" ed élites hanno costituito un primo tratto populista. In quest'ottica si collocava l'utilizzo a fini politici della religiosità in una duplice maniera; attraverso il principio della legittimità divina del potere e quello della fede popolare, del Sacro Cuore di Gesù, delle Madonne Piangenti e delle molteplici "superstizioni" contadine, fondate su una visione miracolistica e antiscientifica dell'esistenza collettiva. 2) Le manifestazioni di ciò che è stato qualificato in maniera sbrigativa come "brigantaggio". Sia l'Italia dell'accentramento piemontese sia la storiografia e la letteratura che l’hanno raccontata non hanno a lungo mai considerato il disagio sociale di vaste parti del paese, non solo del Sud; un disagio su cui ha agito proprio il culto religioso, concepito come l'adesione ad un modello culturale spontaneo, naturale, tradizionale a cui contrapporre lo Stato affamatore e responsabile della leva obbligatoria, in una prospettiva che diventava immediatamente antipolitica e antiparlamentare. 3) Nel cosiddetto brigantaggio agivano due ulteriori elementi centrali per la cultura del populismo; il ripudio della rivoluzione e la rivolta fiscale. Alla rivoluzione era preferita la ribellione, coerente con la natura spontaneistica delle agitazioni sociali, in primis indirizzate a lottare per il pane; dai moti per il macinato, a quelli per i generi di prima necessità che caratterizzarono tutta la seconda parte dell'Ottocento, coinvolsero i fatti del 1898 e arrivarono alla settimana rossa, alle agitazioni dell'estate del 1917 e al biennio 1919-1920. In tutti questi casi la spinta delle ribellioni era la crudezza della fame e, non a caso, il loro inizio era costituito dall'assalto ai forni di manzoniana memoria: un assalto antipolitico e populista. La ribellione fiscale si legava a questo tema della fame per assumere poi un connotato più generale di rivolta antistatale; lo Stato delle élites, dei notabili, dei parlamentari tassava per mantenersi, per garantire i privilegi di pochi, difesi dalla politica, e non si occupava del popolo. Non esisteva una dimensione della nazione, capace di far convergere nello Stato le aspettative popolari. 4) Il populismo antistatalista passava attraverso la costruzione di una "società parallela", non integrata nelle istituzioni e rappresentata dalla capillare realtà della carità cristiana, fondata sulle parrocchie come luoghi di aggregazione sociale e esplicitata prima nelle posizioni ultrareazionarie di Gregorio XVI e di Pio IX e poi nella dottrina sociale della Chiesa avviata da Leone XIII e trasformata da Pio X nella "riconquista" cristiana contro la laicizzazione dello Stato. Si trattava di un universo in cui il fedele veniva prima del cittadino e il popolo era quello dei credenti. Questo modello di società cristiana trovò la propria espressione nel corporativismo inteso come lo spirito di adesione ad un'idea comunitaria della vita sociale, il cui fondamento era appunto la fede, prima nella Chiesa e poi, quando il fascismo fece proprio il corporativismo, nello Stato fascista. Tale Stato antipolitico voleva sublimare le differenze sociali ricorrendo ad un forte spirito identitario. 5) Il fascismo contribuì in più modi al populismo; coltivò l'antipolitica declinandola nell'efficace antiparlamentarismo, adottò il lessico della propaganda miracolistica che non considerava le condizioni reali – emblematica la celebrazione del "me ne frego” - mirò a costruire l'uomo fascista con i linguaggi più diretti, dalla musica popolare, al cinema "facile", alla radio per tutti, alle letture di larghissima diffusione. Usò l'idea di uno Stato nel quale riconoscersi senza mediazioni in un processo di dissolvimento della rappresentanza in nome della sicurezza degli italiani, "figli" di un padre attento. 6) Nel dopoguerra il populismo dovette fare i conti con la pedagogia costituzionale dei partiti di massa: gli anni di Dc e Pci furono quelli in cui il populismo tese ad essere meno incisivo, ma riuscì comunque a sopravvivere sotto vari aspetti. Anche i grandi partiti coltivarono un consenso che si reggeva sull'idea di una militanza fideistica e la Dc fu rafforzata dalla propria natura confessionale. Esisteva una narrazione per cui gli italiani avevano radici nella tradizione popolare, più forte del Risorgimento e della Resistenza. L'italiano storicamente sano e al contempo furbo, nei confini di una legalità celebrata in modo formale, era il soggetto su cui fondare la nuova Repubblica; il popolo aveva sempre ragione in nome del consenso elettorale e le élite dovevano essere organiche alla costruzione di tale consenso o esaurivano la loro funzioni. Per accondiscendere ad un simile consenso si doveva realizzare un miglioramento della vita degli italiani cercando di non fare ricorso al carico fiscale e prediligendo il debito pubblico; proprio il ricorso al debito è stata un'espressione di quella visione miracolistica della società, tipica del populismo italiano di lunga durata. Non è un caso, così, che l'unico momento in cui l'Italia ha vissuto un miracolo è stato quello in cui ha provato a fare a meno dei miracoli e si è impegnata per migliorare la vita del paese.

Alessandro Volpi, Università di Pisa.

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Di Prof. Alessandro Volpi

Il debito pubblico italiano ha assunto ormai dimensioni decisamente critiche ed ha bisogno di compratori perché non è pensabile che continui ad essere finanziato dalla Banca d'Italia e da altre banche italiane, attraverso la liquidità della Bce, come è avvenuto in larga misura negli ultimissimi anni. Se per coprirlo non si intende procedere lungo la strada del prelievo forzato sul risparmio degli italiani, è necessario quindi che i titoli del nostro debito recuperino credibilità anche in previsione del giudizio delle agenzie di rating. Non bisogna dimenticare che se il debito venisse ulteriormente declassato, finirebbe per essere classificato come 'spazzatura' e quindi non potrebbe più essere acquistato dagli investitori istituzionali che, anzi, sarebbero spinti dalle autorità di controllo sui loro bilanci a venderlo. In questo senso è bene aver altrettanto chiaro che il problema per la finanza pubblica italiana non discende dalle sanzioni europee in se stesse, ma dalle conseguenze che queste potrebbero avere proprio sui potenziali, indispensabili, compratori di titoli. Il combinato disposto di eventuali declassamenti e di sanzioni europee toglierebbe definitivamente qualità al debito italiano obbligando il Tesoro alla sua dolorosa ristrutturazione; ciò significherebbe il rimborso solo parziale dei creditori dello Stato italiano e dunque l'avvio di un default. Sembra che questo percorso sia già purtroppo in parte tracciato e la sensazione è che si stia facendo di tutto per accelerarlo. Non si capisce che senso abbiano infatti proposte come quella dei minibot o della moneta fiscale. I minibot sono stati concepiti - peraltro da una mozione parlamentare bipartisan votata da maggioranza e opposizione - per pagare i debiti dello Stato verso i creditori delle pubbliche amministrazioni; si tratta di un obiettivo importante, vista la forte esposizione che tali enti hanno ancora verso i loro fornitori, pari a circa 60 miliardi di euro. L’utilizzo dei minibot avrebbe lo scopo di liquidare subito tali crediti, con benefici per le aziende e i soggetti interessati, evitando di coprirli con un aumento del carico fiscale o con incrementi del Debito pubblico. I minibot, a differenza dei titoli di Stato, infatti non accrescono subito il debito statale perché non vengono considerati nella contabilità pubblica fino a quando lo stesso Stato o le amministrazioni locali non procederanno a pagarli “realmente”. In questo senso dovrebbero funzionare in maniera analoga ai crediti fiscali che potrebbero essere messi in circolazione per pagare debiti dello Stato e poi rivenduti. Chi vanta crediti nei confronti dello Stato potrebbe essere pagato, in tale prospettiva, con uno sconto fiscale che potrebbe essere ceduto ad altri come se si fosse in presenza di una moneta. Anche in questo caso il debito non salirebbe e la speranza, nutrita dagli ideatori sia dei minibot sia dei crediti fiscali, è quella che nell'arco di tempo compreso fra la loro emissione e la loro scadenza, grazie al mancato ricorso al debito e all’aumento fiscale, salga il Pil. L’incremento del Pil, in tal senso, dovrebbe rendere sostenibile l’aumento del debito prodotto, in ritardo dopo la loro emissione, dagli stessi minibot e dai crediti fiscali, destinati comunque a generare nel tempo una minore entrata per le casse pubbliche. Simili operazioni presentano però un duplice, evidente pericolo. In primo luogo minibot e crediti fiscali costituiscono una scommessa; si creano strumenti di pagamento che non fanno crescere subito il debito, ma solo dopo due-tre anni in base alle loro scadenze, scommettendo appunto sulla possibilità che nel frattempo cresca il Pil. Ma se il Pil non crescesse, o in alternativa, i soggetti entrati in possesso dei minibot e dei crediti non fossero nelle condizioni di utilizzarli per pagare i loro debiti verso lo Stato, allora l’esplosione del debito pubblico risulterebbe molto pesante. Ci potrebbe essere il rischio anche che, per rendere utilizzabili i crediti fiscali, vengano decisi nuovi aumenti della tassazione, rendendo del tutto vana l’emissione degli stessi crediti. In secondo luogo esiste il pericolo, come del resto preannunciato da alcuni dei promotori degli stessi minibot, che la loro creazione sia finalizzata non solo a dilazionare i tempi di crescita del debito ma a dar vita ad una moneta parallela - vietata dai Trattati europei - in grado di preparare l’uscita italiana dall’euro. In altre parole, i minibot sarebbero la carta moneta italiana da utilizzare nella fase di transizione dall’euro alla lira; un’ipotesi davvero insidiosissima. E' molto probabile, allora, che soluzioni di questo genere, volte a dar vita ad una complessa ingegneria finanziaria che ricorda da vicino la vicenda dei derivati, favoriscano l’allontanamento degli indispensabili compratori del debito italiano, aggravando il già ricordato percorso verso la ristrutturazione del debito. Se poi si fanno girare bozze di letterine all'Europa più o meno credibili, o si forniscono risposte tutte centrate sul primato della politica nazionale, l'arrivo delle tempesta degli spread, che aprirà in concreto la fase di ristrutturazione del debito pubblico italiano, rischia di essere davvero alle porte.

Alessandro Volpi Università di Pisa

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Di Alessandro Volpi

Due aspetti molto particolari caratterizzeranno l'economia internazionale nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni. Tali aspetti tenderanno a determinare un profondo cambiamento nel funzionamento dei mercati così come li abbiamo conosciuti finora. Il primo è costituito dalla natura decisamente anomala dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Tra i due paesi è in atto infatti una guerra commerciale che mette fuori gioco ogni traccia di concorrenza e competizione basate sulla reale capacità di innovare, in genere tratto dominante nelle dinamiche del capitalismo, e sul concreto andamento dei prezzi. La partita è invece tutta politica e determinata da alcune circostanze specifiche. Non era mai successo nella storia economica contemporanea che la seconda potenza mondiale dipendesse in toto dalla moneta della prima potenza a cui intende fare concorrenza. La moneta della Cina per gli scambi internazionali è il dollaro e dunque la politica monetaria cinese, fondamentale per le sorti della sua economia, viene decisa a Washington dalla Federal reserve. In tal senso la spazio di manovra dell’ex impero celeste appare molto angusto anche alla luce dei costanti rischi di svalutazione dello yuan, una moneta troppo debole per una grande potenza. Non era mai successo neppure che le fortune di una grande azienda dipendessero in maniera pressoché totale dalle decisioni politiche di un altro paese. La scelta di Google di non consentire a Huawei di utilizzare il proprio sistema operativo dopo che l'amministrazione Trump ha deciso di mettere al bando la società cinese, perché pericolosa per la sicurezza nazionale, rappresenta un caso del tutto inedito di geopolitica in cui, appunto, la politica pesa molto di più delle ragioni di mercato. Huawei è il secondo produttore al mondo di telefonini e quindi la decisione di Google di non consentire l'installazione di Android su milioni di smartphone è chiaramente punitiva per la stessa Google, ma la “necessità” di avere un buon rapporto con la bellicosa presidenza Trump la muove in tale direzione pur costringendola a rischiare molto sui mercati e in borsa. Le tensioni fra Cina e Usa sono quindi dominate, come accennato, dalla capacità politica statunitense di condizionare i cinesi, attraverso la moneta e attraverso il blocco tecnologico, in modo tale da evitare la competizione aperta sui mercati. E' naturale che in un simile scenario anche la Cina dovrà cercare interlocutori politici, prima ancora che economici, per fronteggiare l'offensiva USA di cui i dazi sono solo il risultato finale e in tal modo si alimenterà un sistema, ancora una volta molto politico, di scambi bilaterali. Del resto la stessa struttura di numerose aziende cinesi, a cominciare da Huawei, è assai "politica", presentando un azionariato diffuso e di fatto sotto il controllo pubblico. La famiglia Ren detiene circa l’uno per cento delle quote mentre il resto è distribuito fra i quasi 97 mila dipendenti che in realtà rispondono ad un comitato interno governato dal partito comunista secondo una logica in cui l'adesione al regime viene prima del rispetto delle regole di mercato. Stati Uniti e Cina, in maniera diversa, paiono ormai davvero al di fuori del capitalismo democratico. Il secondo aspetto è legato alla rapida spersonalizzazione degli scambi finanziari dominati da algoritmi che non hanno bisogno della partecipazione degli operatori umani. Anche da questo punto di vista la nozione consueta di mercato viene di fatto stravolta. Robot e software governano il 50 per cento del gigantesco settore dei derivati, e delle azioni, il 30 per cento di quello delle valute e una percentuale non trascurabile dei titoli di Stato. Il trading finanziario è sempre più dominato da operazioni automatiche, costruite sull'utilizzo di milioni di dati che affrontano la complessità e la velocità delle scelte senza l'intervento dell'uomo. Un tale sistema sconta però il duplice rischio degli incidenti inevitabili e delle manipolazioni che possono essere poste in essere soprattutto dai grandi colossi finanziari capaci di rappresentare, per l'intelligenza artificiale degli algoritmi, una soluzione più remunerativa di altre. Se poi a questo dato si aggiunge il sostanziale monopolio posseduto da poche società di revisione contabile a livello planetario, risulta chiaro che il mercato inteso come luogo di migliore e più razionale definizione dei prezzi non esiste più, sostituito da impersonali situazioni di privilegio speculativo in mano a pochissime multinazionali più forti ancora rispetto a quanto avveniva prima della crisi del 2008. Il peso decisivo della politica e lo strapotere dei big della finanza favorito dall'automazione degli algoritmi stanno conducendo l'economia mondiale in un territorio ignoto; l’Europa in tale processo può avere un ruolo importante se riuscirà a imbastire una politica comune in cui il suo ricco mercato possa diventare la condizione per mettere delle regole democratiche e per chiedere strumenti di vigilanza che contrastino la turbofinanza e gli statalismi delle superpotenze economiche. Per queste ragioni, sarà assai rilevante capire chi farà il presidente della Commissione europea e, soprattutto, della Banca Centrale.

Prof. Alessandro Volpi, Università di Pisa.

 

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di Prof. Alessandro Volpi

Stiamo vivendo un vero e proprio paradosso, tanto evidente quanto apparente. Nel 2018 le aziende quotate al listino della Borsa di Milano hanno distribuito dividendi per circa 19 miliardi di euro e i numeri relativi al primo trimestre del 2019 confermano un simile, brillantissimo andamento. Mentre si assiste a tale boom finanziario, i dati dell’economia italiana appaiono invece decisamente stagnanti, con una crescita inesistente. Come è possibile questa distanza così marcata tra la dimensione finanziaria dell’economia e quella dell’economia “reale”? Per rispondere è indispensabile fare riferimento ad alcuni elementi che rappresentano il panorama produttivo del paese da cui risulta che esistono oltre 4 milioni di imprese dove sono occupati quasi 17 milioni di lavoratori. Si tratta quindi di un quadro dominato dalle piccole e piccolissime aziende, nel quale quelle con più di 250 dipendenti sono solo lo 0,1% del totale e assorbono il 20,6% della forza lavoro. Non esiste, di conseguenza, un legame tra le Borse e la stragrande maggioranza delle imprese italiane che, data la loro debole struttura in termini di occupati e di capitale, non sono nelle condizioni di avere accesso ai mercati finanziari popolati invece da pochi grandi gruppi, destinati, di fatto, ad essere i principali beneficiari delle politiche monetarie espansive della Banca Centrale Europea. In altre parole, il divario fra le società quotate in Borsa o presenti sui mercati finanziari e il resto dell’economia dipende, oltre che dalla loro taglia dimensionale decisamente maggiore e, spesso, dalla loro capacità di internazionalizzazione, dal fatto che tali società hanno potuto disporre della ingente liquidità fornita a banche e istituzioni finanziarie dall’istituto guidato da Mario Draghi. Non è certo un caso che dal 2012, dalla ormai celebre affermazione del presidente della Banca Centrale Europea, con cui dichiarava che la politica monetaria sarebbe stata espansiva “a qualunque costo”, la capitalizzazione delle Borse dei paesi della zona euro è raddoppiata, arrivando a sfiorare i 6800 miliardi di euro, con un forte apprezzamento del valore delle azioni e delle obbligazioni; solo per ricordare il caso italiano, le obbligazioni hanno visto salire il loro prezzo del 48% rispetto al 2012. Alla luce di dati siffatti, il paradosso della duplice velocità dell’economia finanziaria che corre e dell’economia reale che è ferma risulta, come accennato in apertura, al contempo evidente e apparente. Tuttavia proprio questo paradosso suggerisce una duplice considerazione. 1) La già ricordata dipendenza delle fortune delle società quotate e dei mercati finanziari dall’intervento della Banca Centrale Europea è diventata pressoché totale, tanto è vero che qualsiasi ipotesi di restrizione della liquidità garantita dall’istituto presieduto da Draghi è sufficiente a mettere in fibrillazione i listini. Le attenzioni verso l’azione monetaria sono così marcate che persino l’emergere di qualche dato positivo delle economie “reali”, anche una minuscola ripresa del Pil, finisce per spaventare i mercati solerti nell’ interpretare le schiarite come un pericoloso stimolo nei confronti della Banca Centrale Europea a stringere il rubinetto della liquidità; se lievi miglioramenti degli indicatori economici riducono le erogazioni monetarie decise da Draghi senza che ad essi segua una vera ripresa, i mercati mostrano di considerarli addirittura un elemento negativo! Si tratta di un fenomeno in gran parte nuovo e che dimostra l’assoluta centralità ormai acquisita dalla Banca Centrale Europea – come del resto avviene anche per la Federal Reserve a stelle e strisce – nel determinare chi vince e chi perde nello scenario economico e nel rendere ancora più netta la già accennata differenza fra le imprese in grado di accedere al sistema del credito finanziato gratis dalla stessa Banca Centrale e quelle escluse. 2) Proprio questa centralità e la fortissima dipendenza delle sorti delle imprese dalla possibilità di avere credito originato dall’ Europa dovrebbero spingere nella direzione di un inasprimento dell’imposizione fiscale sulle rendite finanziare, il cui successo discende appunto in larghissima parte dalla Banca Centrale Europea. Se il mare di liquidità immesso sui mercati finanziari rende gli impieghi in azioni e obbligazioni certamente più remunerativi, parrebbe quasi inevitabile prelevare da un tale boom le risorse per consentire la ripresa anche di quelle parti dell’economia reale che, non avendo accesso al credito e ai mercati finanziari, non riescono a godere dei benefici dell’azione della stessa Banca Centrale Europea. Solo aumentando il prelievo fiscale sulle rendite finanziarie, piuttosto che immaginare, come avvenuto troppo a lungo in passato, riduzioni per tentare un’inutile concorrenza ai paradisi fiscali, sarà possibile evitare che il paradosso delle due economie continui a perpetuarsi. Il fatto di aver portato l’imposizione dal 20 al 26%, nel 2014, forse non è più sufficiente in presenza di costanti bolle finanziarie al rialzo anche quando le condizioni del paese mostrano segnali sempre più preoccupanti.

Alessandro volpi, Università di Pisa.

 

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di Prof. Alessandro Volpi

 

Nella politica economica e finanziaria italiana emergono due dati molto evidenti, che suggeriscono una considerazione importante.  Il primo è rappresentato da una vera e propria esplosione della spesa pubblica corrente: le stime operate dal Documento di programmazione economica preparato dal governo per il 2019 prevedono una crescita dal 44,8 al 45,7% del Pil, sulla base di una dinamica che risulta differente da quella seguita dagli altri paesi dell’area euro, dove la spesa diminuisce dal 43 al 42,9%. Si tratterebbe in questo caso di un aumento vicino ai 16 miliardi di euro, ma tale stima pare largamente inferiore alla realtà perché parte dall’assunto di una crescita del Pil più alta di quella elaborata dalle ultime valutazioni. I numeri crudi infatti sono assai più pesanti; solo per il settore “lavoro e pensioni”, in pratica reddito di cittadinanza e Quota 100 insieme ad altre misure di minor impatto, si prevede un incremento di quasi 24 miliardi di euro, che diventeranno 34,4 nel 2020 e 35,4 l’anno seguente.  Mentre le spese salgono, le entrate non seguono lo stesso andamento dal momento che gli incrementi per il triennio dovrebbero essere pari “solo” a 51 miliardi di euro di cui però ben 23 dipendono dagli aumenti Iva che il governo ha già dichiarato di voler evitare.  Valutando una crescita media del paese nel prossino triennio non troppo distante dallo 0,3% annuo, l’intera operazione posta in essere dal governo costa, dunque, circa 8 punti di Pil nello stesso lasso di tempo a fronte di un’incognita non banale sul versante delle entrate. Sembra inevitabile quindi un ulteriore ricorso al collocamento di titoli del debito pubblico su cui peseranno, oltre alle tensioni politiche, anche i dati già ricordati di crescita della spesa pubblica corrente perché se in Francia la spesa corrente scenderà dal 51,6 al 50,9 del Pil, in Germania resterà stabile al 40%, in Spagna al 38% e in Italia invece salirà, è molto probabile che i compratori del debito italiano, pur coadiuvati dalla Banca Centrale Europea, chiederanno interessi sul debito assai maggiori degli 11 miliardi in più già stimati nello stesso Def tra il 2019 e il 2021. Questa esplosione della spesa sarà difficilmente contenibile con operazioni di spending review dal momento che la cosiddetta spesa per i consumi finali, composta dai redditi da lavoro dipendente, dagli acquisti di beni e servizi e dai consumi intermedi, raggiunge in Italia il 18,4% del Pil e conoscerà una riduzione nel 2019 all’18,3%, ma non potrà essere contratta molto di più, vista la sua natura decisamente rigida che obbligherebbe a massicce riduzioni del personale pubblico; operando una comparazione anche su questo versante, emerge peraltro che la spesa pubblica italiana per consumi finali è più bassa, rispetto al Pil, di quella della Germania e della Francia ed è analoga a quella spagnola. Non è da lì, pertanto, che possono provenire le risorse necessarie per evitare l’aumento del deficit. Il secondo dato è costituito dal pressoché nullo stimolo alla crescita economica proveniente da una simile, ingente lievitazione della spesa; secondo le stime fornite dallo stesso governo, l’incremento del Pil che ne discenderebbe sarebbe, appunto, intorno allo 0,2% all’ anno per un triennio. In altre parole, a fronte di una fortissima spinta alla spesa pubblica, le ricadute sull’economia reale in termini di consumi e di altre voci sarebbero inesistenti; si trasferiscono nelle tasche degli italiani circa 133 miliardi di euro in tre anni e l’impatto sulla crescita del Pil è pari soltanto a 4 miliardi di euro. Ma come è possibile un risultato di tal genere? Nasce di qui la considerazione a cui si accennava in apertura: è evidente che l’enorme spesa pubblica messa in campo con reddito di cittadinanza, Quota 100 e riduzioni fiscali, al netto della flat tax - il cui impatto peserebbe in maniera ancora più decisiva sulla lievitazione del disavanzo dei conti pubblici - non possiede i caratteri dell’incentivo alla ripresa dell’economia ma serve, quasi unicamente, ad arginare la povertà dilagante nel paese. Si configura così come un gigantesco ammortizzatore sociale destinato a trovare la sua giustificazione nell’idea che il Welfare italiano sia insufficiente e che le condizioni oggettive di una larga fetta della popolazione italiana non siano più sostenibili; la lotta alla povertà, in questo modo, tende a svincolarsi dallo stimolo alla ripresa e diventa una priorità in quanto tale. Una visione siffatta pone, tuttavia, un duplice problema; da un lato obbligherebbe alla ricerca di coperture finanziarie per evitare il tracollo dei conti pubblici ricorrendo ad una indispensabile manovra fiscale non certo nel senso della riduzione del carico complessivo e dall’altro tende a rendere la crescita della spesa pubblica un dato permanente. Se il paese non è in grado di produrre maggiore ricchezza, sarà inevitabile mantenere in vita questi costosi ammortizzatori sociali. E’ davvero questa l’unica strada percorribile?

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

 

In questi mesi siamo immersi in un dibattito sulla Costituzione che avviene, in larga misura, senza l’attenzione storicamente suscitata da tali discussioni nella nostra storia nazionale. Il panorama politico italiano è attraversato infatti da un’ondata di dichiarazioni che hanno ad oggetto i caratteri di fondo dello Stato, a cominciare dalla sua forma istituzionale e dai principi del suo funzionamento, di cui il tema, pur centrale, della celebrazione del 25 aprile è solo un aspetto. E’ in corso l’iter per il riconoscimento alle Regioni di maggiori autonomie che, se varato, apporterebbe un cambiamento sostanziale nell’architettura statuale. Come è noto, alcune Regioni appellandosi al terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, introdotto dalla riforma del titolo V, datata 2001, hanno chiesto maggiori competenze rispetto a quelle normalmente previste per le Regioni a statuto ordinario, dall’istruzione, all’ambiente, alla sanità per un totale di circa 200 funzioni amministrative. La partita ha risvolti finanziari molto importanti perché si lega alle modalità di copertura delle funzioni eventualmente trasferite alle Regioni; solo per Lombardia, Veneto e Emilia Romagna si stima una cifra superiore ai 70 miliardi che peserebbe in maniera diversa se il criterio adottato fosse quello del costo storico o quello del costo medio nazionale. Nel primo caso, di fatto, il trasferimento delle competenze sarebbe a costo zero per lo Stato e dunque non genererebbe squilibri tra Regione e Regione, mentre nel caso del costo medio nazionale ci sarebbe un indubbio vantaggio per le Regioni più forti e con costi più bassi. Fino ad oggi sembra sia stato indicato il costo storico che, però, dopo 5 anni verrebbe sostituto dall’introduzione dal principio dei costi standard, fissati dopo la definizione, ad opera di un’apposita commissione, dei fabbisogni standard delle varie Regioni; un’operazione delicatissima, molto complicata, e da cui dipenderebbero le sorti delle varie realtà regionali italiane. Ma, al di là dei dati finanziari, il vero tratto fondamentale del riconoscimento delle autonomie è costituto dal mutamento dell’idea stessa di Stato, che perderebbe molti dei suoi caratteri unitari per lasciare il posto ad una serie distinta e disomogenea di sistemi scolastici, di sistemi sanitari, di meccanismi di applicazione normativa in materia ambientale e in tema di lavoro, destinati ad accentuare ulteriormente le differenti velocità delle tante Italie esistenti. Certo, distanze profonde già esistono ma la formalizzazione delle autonomie rafforzate introdurrebbe una modificazione sostanziale, definita sul piano del diritto in maniera molto chiara che, come accennato in apertura, sta avvenendo in assenza di una discussione pubblica, non limitata agli screzi fra le due forze di governo. Mentre si svolge il percorso in direzione  delle autonomie regionali, è ricomparsa, in maniera improvvisa, una questione che pareva ormai definitivamente superata. Si torna a parlare, senza troppe cautele, di riportare in vita le mai defunte Provincie. Dopo la loro mutilazione finanziaria e dopo la trasformazione in enti di secondo livello, con bilanci quasi costantemente in rosso, si è scoperta la loro indispensabilità, viste le competenze che ancora detengono in materia di scuole e di viabilità, e si è dichiarata l’esigenza stringente, da parte del ministro dell’Interno, di resuscitarle nella pienezza delle attribuzioni e delle risorse. Anche in questo caso, la proposta non è stata accompagnata da alcun dibattito nelle sedi istituzionali competenti e da alcuna reale riflessione pubblica. Soprattutto, non è affatto chiaro come le rinate Provincie si concilierebbero con le Aree metropolitane e con il ricordato percorso di rafforzamento delle autonomie regionali. Davvero sembra mancare l’idea di un tessuto statuale organico. C’è, poi, un tema ancora più rilevante, individuabile nella possibilità di conciliare molti dei principi ispiratori del nuovo “sovranismo” con la definizione di sovranità contenuta nella nostra Costituzione per la quale “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tale dizione, che venne formulata in Costituente dopo una serie di modifiche in cui era sempre chiara, fin dall’inizio, la centralità dei limiti posti alla sovranità dal rispetto delle norme costituzionali, non pare essere coerente con un modello politico dove l’elezione diretta è il principio pressoché esclusivo di qualsiasi legittimità dell’esercizio dei poteri. Come è stato sottolineato da vari osservatori, non possono esistere una sovranità popolare “assoluta” né una concezione della legalità che non abbia un rigoroso fondamento costituzionale; dunque la questione della compatibilità tra sovranismo e sovranità risulta assai rilevante, ma neppure in questo caso esiste un dibattito che abbia, appunto, un rilievo costituente. Come è possibile, allora, che aspetti così significativi come le autonomie, le Provincie, la sovranità possano non assumere il peso dovuto nel dibattito pubblico, pur essendo decisivi per l’essenza stessa dello Stato italiano? Forse perché tendono a finire nel magma caotico e gridato degli slogan, capace di sommergere gli spazi della narrazione collettiva, e a essere ricondotti a feroci, quanto inconsistenti, schermaglie perennemente elettoralistiche dove il consenso deve essere rinnovato ogni giorno con nuovi e più abbaglianti messaggi a lettere maiuscole.

Alessandro volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

Il Documento di programmazione economica e finanziaria è per sua natura un testo dai caratteri molto generali, che deve indicare le linee di fondo della politica economica del governo su cui costruire poi la legge di bilancio. In questo senso non deve contenere troppi numeri e, soprattutto, deve risultare molto chiaro proprio perché dovrebbe esprimere una visione in grado di andare oltre la congiuntura. Il recente Def non risponde, purtroppo, a questi obiettivi. In primo luogo, pur non formulando numeri definitivi, fa emergere un conto pesantissimo per il bilancio pubblico. In altre parole, i numeri sono solo accennati, ma sono assai preoccupanti. L’elenco delle maggiori spese è davvero impressionante e, per molti versi, anche difficile da stimare in termini precisi. Servono 23 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’Iva, a cui si aggiungono circa 45 miliardi per finanziare reddito di cittadinanza e, soprattutto, quota 100, di cui peraltro non sono ancora chiari i “costi occulti” per lo Stato, determinati dal maggior numero di pensioni da pagare a fronte di una riduzione dei contributi complessivamente versati. Anche ammettendo un minor esborso per il reddito di cittadinanza visto il numero di domande più basso di quelle attese e il minor importo trasferito ad ogni richiedente rispetto al limite massimo, si tratta di cifre decisamente molto alte a cui va aggiunta la partita della flat tax che il Def cita esplicitamente senza indicare però le aliquote. E’ evidente che se si ipotizzasse una sola aliquota il costo sarebbe stellare, ma pur immaginando un sistema a due aliquote, data la struttura della platea dei contribuenti Irpef, si potrebbe immaginare un costo non lontano dai 40 miliardi, a meno di non smantellare del tutto ogni sistema di progressività garantito dalle deduzioni. Il Def contiene poi un riferimento all’ulteriore estensione alle persone fisiche del saldo e stralcio delle cartelle esattoriali e delle sanatorie sulle liti pendenti col fisco. In estrema sintesi, nella prossima legge di bilancio il Def promette di inserire misure che potrebbero costare dai 70 agli 80 miliardi di euro, di cui non è assolutamente chiaro quali possano essere le coperture. Anzi, un’ipotesi c’è, ed è quella delle imponenti privatizzazioni e della cessione del patrimonio immobiliare pubblico, che, però, al di là delle stime fin troppo ottimistiche, pari ad una ventina di miliardi già scontati dal debito pubblico, dovrà avvenire con l’ennesima cartolarizzazione che rischia di essere un flop oppure di fare pericolosa concorrenza al collocamento dei titoli del debito pubblico, la cui vendita è indispensabile per il Tesoro italiano. Al conto salatissimo del Def vanno aggiunte infatti due ulteriori variaboili che destano molteplici preoccupazioni, rappresentate dall’ulteriore, rapida lievitazione del debito pubblico che ha bisogno di collocare nel 2019 titoli per oltre 420 miliardi di euro, con tassi che appesantiranno il conto interessi nei prossimi anni, e dalla crescita pressoché inesistente del Pil, certificata dallo stesso Def; un dato quest’ultimo veramente paradossale perché dimostra che il già ricordato, iperbolico conto delle spese pubbliche messe in campo dall’esecutivo non determinerà alcuna spinta propulsiva sull’economia ma deve essere considerato a tutti gli effetti come un colossale ammortizzatore sociale. Ma come è possibile una situazione di questo genere? Al di là degli effetti delle difficoltà che stanno emergendo nel panorama internazionale, il vero nodo, per l’Italia, sembra essere rappresentato dal fatto che in questo momento esistono “due governi”, ciascuno con un proprio programma da applicare per non perdere il consenso dei propri elettori. Non sta rivelandosi possibile una sintesi giallo verde, che le forti conflittualità fra Lega e Movimento 5 stelle hanno reso rapidamente impraticabile, ma, in assenza di ciò, non è sostenibile far convivere in un unico programma economico le istanze di due forze che sono su posizioni alternative e governano insieme. Il conto di due programmi alternativi, scritto nel Def, rischia di essere esorbitante e non può stare in un unico bilancio pubblico, se non facendolo esplodere. Un simile pericolo è reso ancora più marcato dal fatto che lo scontro tra le due forze di governo tende a inserirsi in un quadro politico dove si riaffaccia il bipolarismo tra destra e sinistra e in cui, mentre lo spazio della destra è già solidamente occupato, quello della sinistra è “conteso” fra il partito democratico e il Movimento 5 stelle, che ha, dunque, bisogno di caratterizzarsi in tal senso. Così nel Def non ci sono solo misure costosissime ma anche profondamente contradditorie perché tengono insieme flat tax e sanatorie fiscali con ammortizzatori sociali e salario minimo garantito. Insomma, solo in Italia si può concepire un Def che aspiri ad essere di destra e di sinistra. 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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di Matteo Costa*

Spesso si sostiene che chi governa debba avere la capacità di guardare al lungo termine, così da avere una chiara visione delle azioni da intraprendere oggi, che facciano avvicinare agli obiettivi di domani.

Al di là del colore dei vari governi italiani, a cominciare da quello attuale, sembra però che questa capacità sia stata accuratamente ignorata dalla nostra politica, almeno da quella degli ultimi 20 anni.

Né del resto sembra che l’orizzonte temporale del governo attuale vada al di là delle prossime elezioni europee.

Un governo competente e previdente, si dovrebbe chiedere cosa farà l’Italia tra due anni. Perché due? Perché tra due anni (24 mesi) le discariche italiane saranno totalmente piene (leggi qui)

Riusciamo a immaginarne gli effetti catastrofici? I costi esorbitanti per gestirne l’emergenza?

Un governo previdente e capace dovrebbe chiedersi se sia meglio iniziare oggi a costruire nuove discariche, così da usare il nostro meraviglioso territorio per nascondere nuovi rifiuti in attesa che anche quelle nuove si saturino, o se invece convenga iniziare anche e soprattutto a dichiarare guerra alla spazzatura, guerra che l’Europa ha iniziato bandendo la plastica monouso entro il 2021. Un po’ poco, vero, ma a Milano si dice che “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”.

Il nostro Paese, ad esempio, non ha fatto proprio nulla. Non ha nemmeno in programma di aprire nuove discariche.

L’Italia, con +Europa al governo, potrebbe spingere l’Europa a fare di +. Potrebbe addirittura adottare misure ancor + severe sulla gestione dell’immondizia, imporre una raccolta differenziata sempre + spinta (allargandola a oli esausti, pile, materiale elettrico…), anticipare l’abbandono della plastica monouso, destinare risorse allo sviluppo della plastica biodegradabile, che oltre che non inquinare produce pure occupazione. Potrebbe destinare + risorse allo sviluppo dell’economia circolare, alla ricerca scientifica in questo senso e destinare +risorse all’istruzione e all’educazione civica e ambientale nelle scuole di ogni livello.

Peccato che i partiti al governo dimostrino di detestare lo sviluppo e preferiscano invece fissare la loro attenzione, e di conseguenza quella del paese, alle elezioni del 26 maggio, nella speranza di governare per altri due anni e trovarsi ad affrontare (anche) il problema delle discariche solo quando verrà.

Nel frattempo sono impegnatissimi a distribuire regalie elettorali o concentrarsi su problemi ricercatamente aggravati per distrarre l’opinione pubblica dalla propria incapacità di guardare oltre il 26 maggio. Quindi, anziché formare gli insegnanti all’educazione civica e ambientale, preferiscono formare i navigator. Che avranno un meraviglioso lavoro per due anni perché poi, alla scadenza del loro inutile contratto clientelare che li renderà nuovamente disoccupati, vivranno pure, assieme a tutti noi,  nell’immondizia.

Considerando che 3 italiani su 4 dichiarano di avere a cuore il problema dell’ambiente (leggi) sarebbe opportuno che qualche politico lungimirante e con ambizioni da statista, iniziasse a porre il problema e proporre soluzioni.

 

Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Società Aperta vs Società Chiusa

 

di Giorgio Pasetto

Quando parliamo di società aperta non possiamo dimenticare la figura e le idee di Karl Popper (riferimenti in box), quando invece parliamo di società chiusa è sufficiente ascoltare quello che i sovranisti oggi ci raccontano quotidianamente (Salvini docet).

Le diversità tra i due modelli di riferimento sono evidenti e alla base c'è ovviamente l'idea di quale società vorremmo per il futuro dei nostri figli.

Una società multietnica e adattabile nei confronti delle diversità e in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, rappresenta un obiettivo percorribile e raggiungibile; non è solo un'ipotesi teorica e ideale.

La società "aperta" si configura perciò con l'immagine di una società "libera" ovvero fondata sul primato della libertà individuale, sull'economia di mercato, sulla democrazia politica e su molti altri aspetti come l'attenzione ai diritti civili delle persone.

La società aperta prevede una scienza libera di evolvere senza vincoli prettamente ideologici.

La società "chiusa" si configura invece con l'immagine di una società "costretta" ovvero fondata sul primato dello "stato etico" che impone, con la scusa di un ipotetico bene pubblico, le scelte di elite dirigenziali in grado di limitare la libertà dei singoli individui.

La società chiusa costringe di conseguenza la ricerca scientifica nell'angolo e limita la libertà dei ricercatori.

Progresso contro restaurazione, futuro contro passato, libertà contro proibizionismo, responsabilità individuale contro responsabilità collettiva, libero mercato contro dazi e protezionismo, cultura contro ignoranza, evoluzione contro involuzione, laicità contro fede.

Questi sono solo alcuni esempi che facilitano il confronto e consentono di capire.

Le strutture burocratico-amministrative dei singoli stati hanno sfumature diverse e talvolta queste sfumature confondono le idee e inducono le masse a considerazioni errate.

L'Europa è oggi garanzia di società aperta con regole comuni e condivise, mentre la visione sovranista che ci vogliono "vendere" è la quasi certezza di entrare a far parte di società chiuse.

Putin, Erdogan e Orban  rappresentano già oggi la restaurazione di società che vogliono tornare al passato, orientate alla chiusura e alla restrizione delle libertà individuali. In queste nazioni i diritti civili hanno fatto passi indietro preoccupanti.

Il liberalismo e le idee liberali hanno costruito il mondo moderno, ma purtroppo l'Europa e gli Stati Uniti d'America sono alle prese con una sorta di ribellione contro le classi dirigenti, che sono viste negativamente.

mentre il fascismo ed il comunismo fallivano nel corso del XIX e XX secolo, le società liberali sono cresciute in modo esponenziale.

Le prossime elezioni europee del 26 maggio saranno molto importanti per il futuro dell'Europa e per la direzione che le politiche europee prenderanno.

Il sogno e la speranza di migliorare il mondo e la società non deve svanire, anzi deve restare acceso nelle menti di tutti coloro che lottano oggi e lotteranno domani per questo ideale di libertà, che si incarna nella visione di una società aperta. Con il nostro voto dobbiamo impedire il ritorno di modelli sociali, culturali e religiosi del passato che contrastano il concetto di fratellanza e uguaglianza. 

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Di Prof. Alessandro Volpi

Si parla spesso di “sovranismo”, individuandolo come la visione politica che sta riscuotendo maggiori consensi in diverse realtà in giro per il mondo e in particolare in Europa. Si tende ad avvicinarlo all’idea di un rafforzamento dello Stato-Nazione di matrice otto-novecentesca e, più in generale, alla tradizione del nazionalismo che tendeva a fondare sull’identità nazionale il senso di appartenenza alla cittadinanza. Per molti aspetti, però, l’attuale sovranismo si distingue dai nazionalismi passati e dal patrimonio simbolico e istituzionale degli Stati nazionali per alcuni aspetti assai originali. 1) I sovranisti si considerano dei “controrivoluzionari” che hanno il loro principale bersaglio polemico nella “rivoluzione liberale e liberista” nata nel mondo e nel Vecchio Continente a partire dagli anni Ottanta; sono, in estrema sintesi, i più feroci critici della globalizzazione, della finanziarizzazione e dei vari effetti generati appunto dall’ondata liberista. In quest’ottica, è davvero singolare che forze di evidente matrice conservatrice, che condividono molto dell’impianto della reaganomics in materia di riduzione del fisco e di alleggerimento del peso della burocrazia, individuino nella globalizzazione, avviatasi in quella fase per iniziativa proprio dei governi conservatori di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, l’origine di tutti i mali. Trump ha molti tratti in comune con l’America reaganiana ma attribuisce al mercato globale, apertosi in quella fase, le colpe delle difficoltà a stelle e strisce. In Europa, i brexiters amano la Thatcher, convinta fautrice della finanziarizzazione, mentre nei paesi continentali i sovranisti declinano la nefasta globalizzazione solo in chiave progressista: è stata l’Europa delle burocrazie, lasciate spadroneggiare dalle Sinistre “buoniste”, a demolire le singole economie nazionali. Così, i sovranisti polacchi e ungheresi possono dialogare con i duri britannici del no deal. La controrivoluzione, conservatrice, no global e antiliberale, in grado di tenere insieme molte contraddizioni in nome dell’ interesse del popolo, rappresenta dunque un elemento di novità forte rispetto al passato dei nazionalismi. 2) Proprio l’appello costante allo “spirito del popolo” è il dato fondante del nuovo sovranismo che individua nell’elezione diretta, popolare appunto, l’unica fonte di legittimazione di qualsiasi potere. In tale prospettiva perde di significato ogni ipotesi di ingegneria istituzionale e di organizzazione costituzionale, tanto care invece ai sostenitori dello Stato-nazione. Il popolo è un’entità organica, che si esprime prima di tutto sulla rete dei social e non vuole filtri di rappresentanza per le proprie passioni, le proprie rabbie e le proprie ambizioni; la mediazione istituzionale, la rappresentanza dotata di autonomia rispetto al “popolo degli elettori” costituiscono strumenti di prevaricazione artificiale delle élites nei confronti della sovranità popolare. Per i sovranisti sono da bandire la divisione dei poteri che preveda “corpi” non eletti e la dimensione parlamentare, intesa come sede di discussione e di approfondimento dei temi politici ed economici, la cui soluzioni non possono distaccarsi dalle formule sloganistiche lanciate nelle perenni campagne elettorali. Per i sovranisti, non serve la rappresentanza, ma la rappresentazione, la perfetta aderenza del leader politico alle istanze popolari che ne definiscono persino l’immagine: il leader sovranista deve essere a immagine e somiglianza dello spirito del popolo, senza altre superfetazioni e sovrastrutture. 3)  Per dare forza a questa costruzione della politica popolare priva di un sistema istituzionale di una qualche rilevanza occorrono due ulteriori condizioni. La prima è costituita dall’insistenza sul tema dell’ordine e della sicurezza, certamente più accentuata rispetto ai nazionalismi del passato che riservavano alla politica estera un peso ben più rilevante nei confronti delle strategie interne di ordine pubblico. Se compito dello Stato è garantire ordine e sicurezza, il suo asse portante saranno le forze dell’ordine, le forze armate e le strutture volte a ridurre il disagio sociale dei cittadini “nazionali”, con il conseguente effetto di una minore attenzione anche alle questioni economiche in quanto tali, ritenute materia da élites, riconducibili, comunque, al perimetro della tanto aborrita rivoluzione liberale e liberista: l’economia, per il sovranismo, possiede germi di natura antipopolare. La seconda condizione è rappresentata dalla centralità nel linguaggio sovranista della tradizione, del ritorno ad un passato “felice” in cui il sentimento religioso popolare, assai più della Chiesa come istituzione e quindi come élite, trova ampio spazio. Lo spirito popolare che si esprime attraverso il voto e attraverso la celebrazione della tradizione consacra i propri leader, che non sono guide, ma fedeli e pedissequi interpreti di una “religione” della maggioranza, ben poco disponibile verso le minoranze “infedeli”, che non si riconoscono nei principi di quella religione. Davvero, il sovranismo risulta una novità rispetto a gran parte del lessico politico conosciuto.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Scherzi da Conte

di Matteo Costa*

Di recente e solo perché spinto dalla dura realtà dei fatti, l’esimio prof. e primo ministro Giuseppe Conte ha ammesso che scherzava quando, a febbraio, sosteneva che il 2019 sarebbe stato un anno bellissimo.

Pare che tutti i pensionati a cui è stata diminuita la pensione stiano ancora ridendo, così come ridono di gusto per la simpatica battuta le scuole, a cui sono stati sottratti 4 miliardi di finanziamento in 3 anni. Al nostro governo evidentemente non interessa governare sul popolo più ignorante in Europa, anzi, sembra lavorare per consolidare questo triste primato.

Rideranno ancor più gli infortunati sul lavoro, che vedranno drasticamente ridursi i rimborsi spettanti, grazie al taglio di 400 milioni del contributo all’Inail.

Se fossimo in una scena de “Il Marchese del Grillo”, o di “Amici miei”, l’umorismo sarebbe non solo giustificato, ma anche condivisibile. Invece si tratta di vita vera e si tratta di manovre che, nel baratro in cui il nostro governo ha lanciato il nostro paese, unico in Europa ad essere in recessione, sottraggono risorse proprio alla crescita per destinarle a manovre assistenziali che, nella migliore delle ipotesi, produrranno una crescita di molto inferiore al loro costo.

Questo lo ammette anche il governo, mettendolo nero su bianco nel DEF. La spesa pubblica aumenta di 51 Miliardi (invece che ridursi, come sempre promesso) di cui 8,5 miliardi (in più rispetto agli attuali 74,2) serviranno per pagare gli interessi (ammesso che lo spread non aumenti!). Spesa che è seconda solo a quella per le pensioni, che da 85 Miliardi diventano 89. I sussidi sociali (grazie a RdC e quota 100) passano da 40 a 42 Miliardi. Inutile ricordare che si tratta di spese improduttive, ovvero che non generano ricchezza. Per gl’investimenti in ricerca e sviluppo invece il governo stanzia appena 19,6 Miliardi, invece che 25, perché l’obiettivo del DEF è la decrescita felice. Dove la decrescita riguarda gli italiani e l’aggettivo “felice” riguarda invece i soli membri del governo, che da bibitari o da ultras da stadio, sono divenuti all’improvviso ricchissimi.

Ricchissimi e avvezzi allo scherzo. Sulla nostra pelle.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Di Paolo Costanzo

Il DEF è un testo programmatico che il governo, entro il 10 aprile di ogni anno, propone al Parlamento: i suoi contenuti rappresentano la base per pianificare strategie economiche e finanziarie da realizzare nei tre anni successivi.

Nel testo programmatico presentato nei giorni scorsi, il Governo ha ribadito l’obiettivo della sua azione al fine di accrescere l’inclusione sociale, riducendo la povertà, avviando al lavoro la popolazione inattiva e migliorando l’istruzione e la formazione. Si tratta di obiettivi nobili i cui criteri applicativi purtroppo si fondano su azioni che difficilmente permetteranno di perseguirli. In particolare, le principali azioni di governo si sono concretizzate con il Reddito di Cittadinanza e con la revisione del sistema pensionistico operata con la cd. ‘Quota 100’ che oltre a gravare sulla spesa corrente non sembra incidere sulla crescita, stimata allo 0,2% per il 2019, notevolmente inferiore all’1,5% prevista circa 4 mesi fa. Il rapporto debito/Pil 2019 è previsto in crescita al 132,7 % nonostante siano inclusi proventi da privatizzazioni pari all’1% del PIL (non si capisce quali saranno anche perché le dichiarazioni dei rappresentanti di Governo si sono sempre orientate verso la nazionalizzazione di alcune imprese. Il sospetto è che potrebbero realizzarsi privatizzazioni cedendo aziende strategiche che assicurano annualmente entrate significative e che incidono sulla tenuta dei nostri conti e potrebbero nazionalizzarsi imprese che storicamente hanno richiesto interventi sul capitale quali ad esempio Alitalia). Il tasso di disoccupazione è previsto all’11,2% nel 2020, al 10,9% nel 2021 per poi tornare al livello 2018, pari al 10,6%, nel 2022. Per il triennio 2019-2021 sono previste maggiori spese complessive per circa 133 miliardi, afferenti prevalentemente al reddito di cittadinanza e al beneficio quota 100; minori spese per circa 16,6 miliardi grazie a diverse misure, la più rilevante delle quali riguarda il concorso alla finanza pubblica delle Regioni a statuto ordinario. Parliamo quindi di spesa corrente che nulla ha a che vedere con lo sviluppo e con il futuro del Paese e delle prossime generazioni.

Il regime della cosiddetta Flat Tax, che verrà esteso nei prossimi due anni a partire dai redditi più bassi, prevede due aliquote del 15 e 20 per cento e si presume contribuirà alla crescita dell’economia e quindi del gettito permettendo di ridurre il rapporto debito PIL (una vera scommessa).

Per quanto concerne gli investimenti in infrastrutture, il DEF non considera quanto previsto dal MIT in quanto il Ministero dei Trasporti non ha ancora inviato il proprio contributo (la circostanza è precisata nel titolo del documento in bozza).

Quello che preoccupa dalla lettura dell’intero documento, è che le dichiarazioni di principio enunciate confliggono coi numeri inseriti per raggiungere gli obiettivi di disavanzo. In particolare, si da enfasi alla nuova flat tax, che peraltro per rientrare nel costo di 12 miliardi di euro previsti deve essere particolarmente selettiva realizzando quindi ulteriori iniquità; si afferma che non verrà attivata la clausola di salvaguardia IVA che pesa per circa 23 miliardi di euro; sono previste entrate dalle privatizzazioni per 18 miliardi di euro, cifra veramente difficile da realizzare se non privando il Paese dei suoi gioielli con pesanti ricadute sulla sicurezza e sulle entrate che questi assicurano; si stimano minori spese attraverso la spending review e i tagli agli sconti fiscali le cui somme sembrano essere utilizzate contemporaneamente per assicurare la flat tax e per impedire di attivare la clausola di salvaguardia IVA.

Preoccupa ancora di più la circostanza che il programma, date le esigenze elettorali, non si fondi su ipotesi improntate alla sana e prudente gestione del Paese.

L’esperienza della legge di bilancio 2019 avrebbe dovuto consigliare un approccio più prudente nella definizione degli obiettivi programmatici. Tutte le aspettative circa il contributo alla crescita del reddito di cittadinanza e di Quota 100 sono state disattese e smentite dallo stesso documento programmatico. Chi è chiamato a Governare un Paese deve essere consapevole che con i numeri non si può giocare in funzione di quello che i cittadini vorrebbero sentirsi dire. E’ necessario un comportamento responsabile specialmente quando si tratta del futuro e della vita delle persone; i mercati e quindi gli investitori, che indubbiamente non sono eletti e quindi non rappresentano il popolo, non sono filantropi ma decidono se sottoscrivere o meno i titoli del debito pubblico di un Paese e, se decidono di farlo, li sottoscrivono ad un tasso di interesse che riflette il rischio che essi si assumono. La scelta la fanno sulla base della fiducia che suscita il debitore circa la capacità di restituire le somme prestate. La mancata sottoscrizione comporta l’incapacità dello Stato di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e i servizi essenziali ai cittadini; la sottoscrizione a tassi elevati comporta la scelta di sottrarre risorse allo sviluppo e alla formazione per pagare gli interessi generando un circolo vizioso.

Sembrano considerazioni banali e semplici ma pare che chi ha la responsabilità del Governo del Paese si sottragga alle normali regole di accountability della classe dirigente. Circostanza resa ancora più attuale se ci vediamo costretti ad assistere al triste teatrino di un Primo Ministro che smentisce quanto affermato circa la bellezza del 2019, liquidandola come una battuta di circostanza e di due Viceministri che sfornano in continuazione dichiarazioni contraddittorie rispetto alla realtà dei fatti (si pensi al Ministro degli Interni con riferimento all’accollo del debito di Roma).

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Di Prof. Alessandro Volpi

Gli ultimi dati del gettito Irpef, relativi al 2017, mettono in luce alcuni elementi chiari che fotografano una situazione non semplice per quanto riguarda il sistema fiscale italiano. 1) L’Irpef, insieme all’Iva, costituisce l’asse portante delle entrate tributarie ed è pagata da una fascia ristretta di italiani. In pratica, poco più di venti milioni di contribuenti, che dichiarano un reddito fra i 15 e i 50 mila euro annui,  versano allo Stato il 57,5% del gettito complessivo, a cui si aggiunge un altro 39,2% pagato da coloro che hanno un reddito superiore ai 50 mila euro e che rappresentano il 5,35% della platea complessiva, pari a circa 2,2 milioni di contribuenti. Su un totale di poco più di 41 milioni di contribuenti, dunque, il gettito totale dell’Irpef è garantito da circa 22 milioni di contribuenti; in altre parole, la metà dei contribuenti paga anche per l’altra metà. Poco più di 18,5 milioni di contribuenti versano infatti solo il 4% dell’intero gettito e, tra questi, 13 milioni non pagano nulla. Si può certamente affermare alla luce di ciò che l’imposta sulle persone fisiche è la sola realmente progressiva nel nostro ordinamento fiscale, a fronte del proliferare di imposizioni piatte, dalle rendite finanziarie, agli affitti ai fatturati fino a 65 mila euro. 2) Sulla progressività incidono due ulteriori fattori. Non solo il gettito Irpef è concentrato in una parte limitata dei contribuenti, ma dipende anche in larga misura da alcune aree. Le Regioni del Nord versano quasi il 57% dell’Irpef, mentre il Centro paga poco più del 22% e il Meridione si attesta ad una percentuale vicina al 20%. In questo senso a Nord la differenza fra la percentuale di imposta pagata è superiore di 10 punti alla percentuale della popolazione, al Centro è superiore di circa 3 punti e a Sud è inferiore di quasi 15 punti. Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che, per effetto delle addizionali Irpef definite dai Comuni, il peso dell’imposta cresce laddove i conti pubblici sono in disordine e quindi obbligano le amministrazioni locali ad appesantire l’aliquota. Così anche in Comuni dove il reddito è basso, la pressione fiscale tende a salire in maniera chiaramente regressiva. A Roma, per citare un esempio eclatante, il reddito medio pro capite è inferiore di 6500 euro a quello milanese, ma la pressione Irpef raggiunge il 33,5% a fronte del 34,4% di Milano. Un ulteriore esempio può essere fornito da Napoli, dove l’Irpef mediamente pagata è vicina ai 6500 euro, come a Biella, dove però vale il 28,85 del reddito medio mentre a Napoli rappresenta il 31,5%. 3) E’ abbastanza evidente che con una struttura dell’Irpef con queste caratteristiche pensare di introdurre un regime di flat tax sarebbe estremamente pericoloso in termini di gettito complessivo. Passare dalle attuali cinque aliquote a solo due o a tre, con una no tax area per le fasce più povere, come ipotizzato da alcune forze politiche, avrebbe infatti effetti pesantissimi: con il sistema vigente, sopra i 55 mila euro si applicano per le parti di reddito eccedente due aliquote, pari al 41% fino a 75 mila euro, e al 43% sopra quella cifra. Se si passasse a due aliquote del 15% fino a 50 mila euro e del 20% sopra quella soglia, considerato il ricordato carattere fortemente polarizzato nelle fasce alte del reddito e in alcune aree regionali dell’attuale prelievo fiscale, non solo crollerebbero le entrate tributarie italiane ma il beneficio dello sgravio fiscale sarebbe decisamente concentrato sia in termini sociali sia in quelli geografici. L’impatto, in estrema sintesi, sarebbe tanto marcato da destabilizzare la tenuta dello Stato sociale in vaste zone del paese e da costringere ad un vero e proprio ripensamento dell’idea stessa di cittadinanza nelle forme in cui si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni.  Si tratterebbe, peraltro, di un’impostazione  in netto contrasto con l’andamento della spesa sociale così come definita nell’ultima Legge di bilancio che ha registrato un aumento secco della spesa corrente pari a 16 miliardi rispetto al “consolidato” del 2018, a cui si dovrebbe aggiungere un ulteriore incremento di altri 8 miliardi di euro entro la fine del triennio 2019-2021. Appare assai complicato, allora, immaginare di tagliare in maniera radicale le imposte e continuare a far crescere la spesa, compresa quella improduttiva visto il rapido congelamento della spending review ministeriale. Ancora dalla legge di Bilancio 2019 emerge, in tale ottica, che i tagli alla spesa dei ministeri sono stimati in poco più di 800 milioni di euro e, ad oggi, non hanno avuto inizio. Ma, con un minore gettito fiscale, con una spesa corrente che sale e con i tagli che languono, l’unica soluzione praticabile resta quella di far ricorso all’indebitamento pubblico, sempre più la strada maestra della maggioranza giallo-verde.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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di Prof. Alessandro Volpi

In occasione del recente viaggio in Italia del presidente cinese Xijinping sembra che uno dei temi trattati con il governo italiano, al di là degli accordi commerciali, sia stato quello della possibilità per alcuni istituti dell’ex impero celeste, e  per la stessa banca centrale, di  comprare titoli del debito pubblico italiano. Si tratta di una eventualità tutt’altro che remota dal momento che il debito italiano sta crescendo, negli ultimi mesi, in maniera assai sensibile e che la Banca Centrale Europea ha ridimensionato la propria linea di liquidità facile nei confronti dei debiti nazionali. In realtà, la possibilità che i cinesi “aiutino” il Tesoro italiano nel collocamento dei suoi titoli a tassi di interesse non gravosi non appare facilmente percorribile per una serie di ragioni. 1) La Cina è un paese fortemente indebitato; sommando il debito pubblico, con il debito dei privati e quello delle amministrazioni locali si arriva ad una percentuale del 280-300% rispetto al Pil, che negli ultimissimi anni ha segnato un parziale raffreddamento. A preoccupare le autorità cinesi sono soprattutto i debiti delle amministrazioni locali, mai veramente quantificati e suscettibili di notevoli sorprese; molte di queste amministrazioni, infatti, si sono mostrate, nel tempo, insolventi nei confronti di banche più o meno grandi causandone, in vari casi, il fallimento. Anche il debito pubblico in senso stretto è lievitato nell’arco di un decennio, di fatto raddoppiando, e superando la soglia del 60% del Pil, per un valore complessivo dei titoli intorno  ai 7 mila miliardi di dollari che devono essere collocati. 2) Per finanziare il proprio sistema bancario e per collocare gran parte del proprio debito, la Banca del popolo, la banca centrale cinese, ha emesso e sta emettendo una gran quantità di carta moneta, destinandola, appunto, ad esigenze interne; in altre parole gli yuan vengono creati quasi senza reali limiti, nell’ambito di un sistema di controlli del tutto opaco, per provvedere al pagamento del debito pubblico e dei debiti locali e, al contempo, per spingere il sistema dei consumi interni, tenendo basso il livello del carico fiscale. Naturalmente perché questa gigantesca massa di carta moneta artatamente prodotta non si trasformi in una svalutazione dello yuan troppo marcata, tanto da trasformare il beneficio in termini competitivi di una moneta debole in una pesantissima inflazione, destinata a ridurre il potere d’acquisto dei cinesi, è necessario che non entri mai in contatto con il sistema monetario internazionale. In altre parole, occorre che i pagamenti esteri operati dalla Cina e dalle sue imprese avvengano in una moneta forte, oggi individuata dagli stessi cinesi nel dollaro. 3) Nella scelta dei titoli del debito pubblico da acquistare, dunque, le autorità cinesi devono tener conto di almeno due dati fondamentali: in primo luogo devono comprare titoli denominati in moneta forte per reggere l’urto di una possibile svalutazione dello yuan, determinato dal suo larghissimo, e scorretto, utilizzo interno, e, secondariamente, vogliono acquistare titoli che garantiscano un buon rendimento, la certezza della restituzione a scadenza e la capacità di mantenere il valore. In merito alla prima esigenza, è evidente che il rischio ricorrente, ventilato con cadenza periodica, che l’Italia possa uscire dall’euro e voglia tornare a dotarsi di una propria, fragilissima moneta, scoraggia gli acquirenti cinesi alla ricerca, come detto, di una valuta forte. Anche la scelta del governo italiano di trattare in maniera separata con la Cina, al di fuori del perimetro europeo, non favorisce certo l’impegno cinese nel debito italiano, se non per piccolissimi e del tutto simbolici lotti di titoli. Per quanto riguarda i rendimenti, appare evidente che i titoli emessi dal Tesoro degli Stati Uniti saranno sempre più appetibili. Gli ultimi dati forniscono un quadro in cui i tassi di interesse a breve termine sono più alti di quelli a lungo termine, un indicatore che in genere significa l’arrivo di una recessione, ma al contempo certifica che la Federal  Reserve, nonostante le pressioni di Trump sul presidente Powell, non abbasserà i tassi rendendo quindi i titoli Usa assai appetibili per i cinesi. Inoltre non bisogna trascurare che i cinesi già detengono 1100 miliardi di dollari in titoli americani, rappresentando insieme al Giappone i  principali possessori del debito a stelle e strisce. Immaginare dunque che la Cina possa costituire l’uscita di sicurezza per collocare il crescente debito italiano, di fronte alla parziale ritirata della Bce e alla fuga degli altri compratori esteri e delle banche italiane, già fin troppo imbottite di debito nazionale, risulta decisamente illusorio. Un’ultima avvertenza merita anche il rischio che eventuali finanziamenti cinesi a imprese italiane avvengano in dollari, e non in euro, perché un eventuale rafforzamento della moneta americana genererebbe, come avvenuto per altri, paesi un aumento del conto da pagare alla Cina. Davvero, non è tutto oro quello che luccica.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

Lo Stato italiano, già molto indebitato, avrà bisogno di indebitarsi ulteriormente. Sembra paradossale, ma è così e si tratterà di un aumento tutt’altro che trascurabile. Nel corso del 2019, infatti, sono previsti titoli del debito pubblico in scadenza per 412 miliardi, una cifra davvero molto importante, che deve essere rifinanziata per garantire la solvibilità del paese e, di conseguenza, la copertura di servizi e stipendi. A tale montagna debitoria, si aggiungono le esigenze di collocamento di titoli nuovi, necessari per finanziare circa la metà della legge di bilancio, pari a poco meno di una decina di miliardi; una somma indispensabile a rendere possibile il reddito di cittadinanza e quota 100. Ci sono poi altre partite aperte che potrebbero pesare in modo rilevante. La già ricordata legge di bilancio prevede oltre 50 miliardi di clausole di salvaguardia, destinate a scattare nel caso in cui gli obiettivi di finanza pubblica non venissero raggiunti; la più rilevante di tali clausole è costituita dall’aumento automatico dell’Iva che, se intervenisse realmente per un importo così ampio, avrebbe conseguenze davvero dannose sul versante dei consumi interni. Per scongiurarne l’entrata in vigore, il governo dovrebbe immaginare misure alternative in termini di riduzioni di spesa o di incentivi alla crescita, come ha ipotizzato il ministro Tria. In questo secondo caso, è probabile un nuovo ricorso al debito pubblico per qualche miliardo in una prospettiva assai sfidante per cui l’esecutivo prova a eliminare il ricorso alle clausole di salvaguardia facendo crescere il Pil con interventi finanziati a debito; in estrema sintesi, un doppio salto mortale che, dunque, aggiunge ulteriore debito pubblico. Un altro dato da non sottovalutare è rappresentato dal minor gettito che può derivare dalla flat tax sulle partite Iva, che potrebbe ridurre sia le entrate derivanti dall’Irpef sia quelle provenienti dall’Iva. Anche in questo caso, visti i ridotti margini di spazio fiscale contenuti nella legge di bilancio al di là delle clausole di salvaguardia, il pericolo reale è di dover fare ancora appello all’emissione di titoli pubblici. Ma l’elemento che rischia di far saltare il banco è identificabile nell’ultima proposta di introdurre una flat tax sui lavoratori dipendenti con due aliquote al 15 e al 20% per i redditi fino a 50 mila euro e al di sopra di tale limite. Una simile misura potrebbe costare qualche decina di miliardi di euro anche se il governo si è affrettato a sostenere che non esistono calcoli precisi in tal senso e a smentire le simulazioni provenienti dallo stesso Ministero del Tesoro. Dunque, provando a fornire una stima molto approssimativa nel giro di un anno, al debito pubblico italiano, ora superiore al 132% del Pil, potrebbe aggiungersi un centinaio di miliardi di euro in nuovi titoli da sommare ai già ricordati 412 miliardi in scadenza, che costringerebbero il Tesoro a rivedere le proprie scadenze e, quasi inevitabilmente, i tassi; tutto ciò mentre le previsioni di crescita del paese non si scollano da un “ottimistico” 0,2%. Nel frattempo la Bce ha sospeso il quantitative easing, le inondazioni di liquidità a costo zero, e ha mantenuto i tassi allo zero per cento con l’indicazione chiara, però, di sostenere le banche perché spingano l’economia produttiva piuttosto che il debito. In più a maggio si terranno le elezioni europee che vedono, nei sondaggi, l’avanzata delle forze sovraniste dichiaratamente euroscettiche e quindi animate da meccanismi di difesa delle singole realtà nazionali, in evidente contrasto con la possibilità di impegnare tutti i paesi nella difesa delle realtà più indebitate, a cominciare da quella italiana. Infine, un effetto negativo sarà svolto anche dalla Brexit, non solo sui 23 miliardi di euro in esportazioni italiane ma in particolare a causa della frammentazione di capitali attualmente concentrati nella City di Londra che produrrà un aumento dei costi finanziari e un’avvertibile difficoltà nel collocamento dei debiti nazionali su uno dei più grandi mercati del mondo. Di fronte a tutto ciò, emerge una contraddizione evidente. La tenuta dello Stato italiano dipende sempre più dal debito pubblico, che continuerà a crescere, peggiorando sensibilmente il proprio rapporto con il Pil, vista l’ormai incipiente recessione reale. Questa condizione, unita agli scenari sopra ricordati, tenderà a rendere tuttavia complicatissimo trovare compratori di tale debito a costi sostenibili. In altre parole, abbiamo bisogno di un’Europa e di una Bce che accettino di “aiutare” i paesi in difficoltà, evitando sconsiderati sciovinismi e riscoprendo lo spirito dei padri fondatori, e dovremo, inevitabilmente, lasciar perdere le flat tax per operare un prelievo fiscale necessario laddove è possibile praticarlo senza danni sociali.

Alessandro volpi, università di pisa

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di Paolo Costanzo

Nell’essenza dei rapporti fra Cittadino, cosa pubblica e Stato, quest’ultimo deve avere bisogni e interessi analoghi ai singoli cittadini che lo compongo. I sistemi tributari dovrebbero assoggettare a imposta i fenomeni economici e distribuire con giustizia i costi pubblici. Lo stesso Einaudi sosteneva che l’imposta progressiva, tipico congegno redistributivo, deve servire allo sviluppo dei beni comuni, della sicurezza sociale e dell’istruzione, concorrendo a ridurre la disuguaglianza dei punti di partenza.

L’articolo53 della Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Proviamo a verificare se questa previsione sia adeguatamente soddisfatta. A prima vista sembrerebbe di sì. Infatti, il Testo Unico delle Imposte sui Redditi, all’articolo 11, prevede che l’imposta è determinata applicando le seguenti aliquote per scaglioni di reddito:

 DA  A %
                                            -                    15.00023%
                                    15.000                  28.00027%
                                    28.000                  55.00038%
                                    55.000                  75.00041%
                                    75.000                          -  43%

  

I criteri di progressività sono rispettati attraverso scaglioni di reddito ai quali si applicano aliquote progressive di imposta e la capacità contributiva di ogni individuo è misurata sulla base del reddito prodotto. Esiste poi un sistema di detrazioni, legato ai figli, alle spese mediche, ecc. e di deduzioni prevalentemente legato alle spese contributive, che rafforza il principio della capacità contributiva. Da un punto di vista formale possiamo pertanto dire che l’articolo 53 della Costituzione sia assolutamente rispettato.

Un primo problema si presenta quando confrontiamo la capacità di spesa del 2019 con quella del 2006, anno in cui gli scaglioni di reddito sono stati associati alle attuali aliquote marginali. Se consideriamo che la capacità di spesa nell’arco di 12 anni si è ridotta di almeno il 20%, possiamo affermare che la contribuzione alle spese dello Stato è aumentata del 20% circa, senza che vi sia stato un pari aumento di capacità contributiva. Ovviamente tale anomalia ha un peso specifico maggiore per i redditi più bassi incidendo in misura significativa sul reddito disponibile delle classi meno abbienti. Per evitare una tale ingiustizia sociale, sarebbe stato opportuno adeguare gli scaglioni di reddito all’aumento reale del costo della vita.

Proviamo ora a fare alcuni ulteriori approfondimenti e cerchiamo di comprendere se il sistema fiscale italiano presenta o meno ulteriori anomalie.

Ipotizziamo di considerare la capacità contributiva di due professionisti: il primo ha optato per il regime della Flat tax, introdotto dalla legge di bilancio 2019, mentre il secondo non lo ha potuto fare in quanto privo dei requisiti e ipotizziamo che entrambi fatturino 60.000 euro e abbiano gli stessi costi: nel primo caso il contribuente si troverebbe a sostenere imposte per circa 6.000 euro mentre nel secondo caso per circa 11.000 euro. 

Ebbene ci troviamo di fronte ad una disparità ingiustificata: due distinti contribuenti, a parità di capacità contributiva si trovano a contribuire alle spese dello Stato in misura differente. In poche parole, il Contribuente privo dei requisiti per accedere alla flat tax paga oltre l'80% in più di tasse. La stessa disparità si verifica nel caso in cui il contribuente sia un lavoratore dipendente il quale anch’esso subisce tale ingiustificato diverso trattamento tributario.

Ipotizziamo ora di considerare due contribuenti con un reddito imponibile di 100.000 Euro, il primo lavoratore dipendente, mentre il secondo in possesso di un patrimonio che investe in titoli. Nel primo caso, il lavoratore dipendente subisce una tassazione di circa 36.000 Euro, mentre nel secondo caso di 26.000 Euro.

Consideriamo ora un altro caso: 1) una famiglia con 2 coniugi e 2 figli con un reddito di 100.000 Euro conseguito da un coniuge in quanto il secondo ha deciso di dedicarsi alla cura dei figli; 2) una famiglia composta di due soli coniugi entrambi lavoratori con un reddito di 50.000 Euro cadauno. Ebbene, a parità di reddito familiare, la famiglia 1) si troverebbe a pagare imposte per circa 35.800 Euro mentre la famiglia 2) si troverebbe a pagare imposte per 30.600 Euro circa, anche in questo caso con una differenza del 14% circa. Al riguardo, giova ricordare che l’articolo 31 della Costituzione prevede che “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.”

Ci si domanda a questo punto come sia possibile che si realizzino queste iniquità, come sia possibile che le imposte che il cittadino deve offrire allo Stato siano spesso scollegate al corrispondente indice di capacità produttiva. La flat tax, così com’è stata confezionata, è una promessa elettorale raffazzonata che costerà ai cittadini circa 330 milioni di euro nel 2019 e 1,8 miliardi di euro nel 2020 e di cui beneficeranno poche centinaia di migliaia di contribuenti con una spesa per la generalità dei cittadini che poteva essere allocata in maniera più efficiente.

 

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di Prof. Alessandro Volpi 

Per rendere più attraente l’appartenenza europea e migliorare le prospettive economiche italiane, avendo come obiettivo una maggiore giustizia sociale, è possibile fare ricorso ad alcune proposte che circolano da qualche tempo e che può essere utile riassumere in termini semplici. 1) Appaiono sempre più necessari un salario minimo garantito che valga per tutta l’Unione Europea e un fondo comune europeo contro la disoccupazione; si tratterebbe di due misure in grado di ridurre i rischi sociali nei momenti di crisi più acuta delle varie economie nazionali che, se finanziate in maniera continuativa, eviterebbero il ricorso a più costosi provvedimenti presi in emergenza. Soprattutto rappresenterebbero un cardine a cui legare una solida nozione di cittadinanza europea che consentirebbe di allontanare ogni euroscetticismo, in particolare se la copertura del salario minimo e del fondo provenisse dall’emissione di titoli di debito europeo, efficaci sui mercati e simboli di un impegno realmente condiviso.  Sulla solidarietà si costruisce infatti l’appartenenza comune. 2) Occorre rimuovere l’inutile direttiva comunitaria che ha introdotto il cosiddetto “bail in”, il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e correntisti delle banche fino a 100 mila euro in caso di fallimento bancario. Tale norma, di fatto mai applicata, nasce da un’idea molto rigida di libera concorrenza e del conseguente divieto di aiuti di Stato per cui non è possibile procedere a salvataggi bancari a carico dei contribuenti se non dopo aver chiamato al sacrificio i tre gruppi sopra ricordati. Proprio questa rigidità ha spaventato molto i risparmiatori e li ha resi restii ad ogni forma di investimento finanziario, utile alla ripresa del sistema produttivo, a cui serve liquidità. Inoltre, la sola minaccia del bail in ha generato forti perdite per molti istituti di credito italiani, costretti a pesanti ricapitalizzazioni. Al di là degli aspetti tecnici ed economici, la prospettiva che l’Europa sia “nemica” dei risparmiatori costituisce un argomento fortissimo per gli euroscettici. 3) Serve un accordo tra i vari Stati membri per riformare i trattati nella parte che fissa al 3% il rapporto da non superare tra deficit e Pil, portandolo al 5% per i paesi che hanno un avanzo primario e che non aumentano la spesa per interessi sul debito. Sarebbe possibile così liberare risorse pubbliche per investimenti, indispensabili per la ripresa economica. E’ chiaro che un allentamento delle maglie del rapporto deficit-Pil può avvenire, senza scossoni sui mercati finanziari, solo se condiviso a livello europeo e non tramite sforamenti unilaterali. Di nuovo quindi si tratta di una questione culturale. 4) Sul versante italiano varrebbe la pena pensare ad un’imposta patrimoniale che non abbia carattere di una tantum ma acquisisca i tratti della misura permanente, con evidenti finalità redistributive. Attualmente esiste nel sistema tributario italiano un prelievo sui patrimoni che non è banale: Imu e Tasi garantiscono un gettito annuo di quasi 22 miliardi di euro, a cui si aggiungono il bollo auto per 6,7 miliardi, l’imposta di bollo sulle attività finanziarie per 6,2, l’imposta di registro per 5,3, il canone Rai per 2, l’imposta ipotecaria per 1,7 e la tassa di successione per 815 milioni. In estrema sintesi i patrimoni degli italiani garantiscono ogni anno un prelievo di circa 45 miliardi; un gettito che ha conosciuto un balzo sensibile tra il 2011, quando era pari a poco meno di 32 miliardi, e il 2012, allorché arrivò a 44,6 miliardi di euro, per oscillare negli anni successivi fra i 48 e, appunto, i 45 miliardi del 2017. Il vero problema di questo prelievo, tuttavia, è costituito dal fatto che risulta poco progressivo e dunque non svolge una funzione redistributiva. Occorrerebbe, allora, rimodularlo partendo da un presupposto diverso: si potrebbe alleggerire la pressione di tali imposte per alcune fasce di reddito più basse e appesantirla per quelle più alte. Se è vero, infatti, che la polarizzazione delle fortune è così marcata che, in Italia, l’1% più ricco della popolazione possiede il 25% della ricchezza, pari a circa 2500 miliardi, non sarebbe troppo gravoso chiedere, ogni anno, per un decennio, un “contributo di solidarietà” dell’1,5% di tale cifra applicato ai patrimoni che rientrano in tale fascia. Si ricaverebbero così 37,5 miliardi, da aggiungere ad un gettito sulle voci sopra ricordate pari a circa 35 miliardi, dopo la già ricordata decurtazione progressiva. Se, poi, grazie alla riduzione degli spread, dettata da un diverso clima europeo, fosse possibile contrarre la spesa in conto interessi sul debito di una decina di miliardi, le risorse per migliorare la distribuzione della ricchezza e dei redditi e per rilanciare i consumi non sarebbero affatto trascurabili. Certo, prima di tutto, bisogna invertire una tendenza che va, ora, in un’altra direzione tanto da aver già fatto salire il costo degli interessi da pagare nel 2020 di quasi 9 miliardi rispetto al 2019.

Alessandro volpi, università di pisa

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di dott. Paolo Costanzo

L’articolo di Alessandro Volpi suscita un concreto desiderio di dibattito su quanto in esso espresso anche in merito ai vantaggi di essere parte di una Comunità (europea) e di una moneta comune. Purtroppo, l’Europa è ed è stata vissuta come l’Europa delle Patrie e non con una visione della Patria europea frutto di istanze federali. I cittadini italiani (e quindi europei) e il ceto medio hanno bisogno di risposte, di una ricetta di giustizia economia che possa far coincidere crescita, welfare e giustizia sociale, che gli permetta di percepire un futuro migliore per i propri figli; che gli consenta di percepire l’ineludibile flusso migratorio non come una aggressione, una minaccia alla propria stabilità economica e alla propria sicurezza, ma come una ricchezza, una opportunità di crescita culturale e professionale (servirebbe a tal proposito un piano serio di integrazione con un patto sociale che preveda lo scambio fra parità di diritti e assoluto rispetto della legge).

I giovani, ma anche i meno giovani e le migliori risorse umane e professionali del Paese hanno il desiderio di riaccendersi con entusiasmo perché negli ultimi decenni la politica si è disinteressata delle istanze degli individui cedendo alle identità plurali che sono divenute corporazioni e si sono trasformate in centri di potere, che si sono frapposte e tuttora si frappongono fra Stato e cittadini. L’esito di tale scellerata scelta, in molti casi mascherata da politica liberale (e non lo è stata), ha determinato un’insopportabile burocratizzazione del Paese, l’incapacità di cogliere le sfide della modernizzazione, subendone gli effetti, il sacrificio del merito, a beneficio della relazione e dell’egualitarismo, e più in generale la soppressione dei diritti inviolabili dell’individuo. L’uguaglianza dei punti di partenza, il principio del minimo che è punto di partenza e non di arrivo, sono la necessaria premessa affinché l’affermazione delle migliori energie di intelletto e di organizzazione non rimanga soltanto una possibilità teorica, ma diventi reale e concreta. La cultura meritocratica significa anche lotta seria alla corruzione (con gli adeguati presidi che anche l’OCSE propone).

Crescita, sicurezza, coesione sociale e riduzione delle disuguaglianze presuppongono la cultura della verità, e non della notizia, perché il cittadino deve agire informato; politiche di inclusione, perché l’incontro delle culture e delle conoscenze sono fonti di ricchezza; allocazione efficiente delle risorse perché la ricchezza può essere redistribuita solo quando viene prodotta (al riguardo risulta di estremo interesse anche la proposta del Prof. Vittorio Emanuele Falsitta apparsa recentemente sul Giornale dove individua in alcune modalità di prelievo fiscale europeo una fonte di civiltà e di giustizia sociale). Nel nostro Paese si investe nell’istruzione meno di quanto si spende in interessi sul debito pubblico ed è un grave errore perché ciò porta a subire l’innovazione anziché cavalcarla e la dimostrazione è data dal mismatching fra domanda e offerta di lavoro. Uno dei problemi del Paese è la bassa scolarizzazione e quindi l’incapacità/impossibilità per molti di cogliere le opportunità e di comprendere le enormi possibilità e il grande entusiasmo che, nell’economia della conoscenza, l’innovazione digitale e l’intelligenza artificiale sono in grado di offrire. Sì, sembra un non senso affermare che l’intelligenza artificiale può conferire una grande opportunità di crescita professionale ed economica perché vi è il timore che comporti la perdita di posti di lavoro. Sarebbe così se la si subisse e non la si cavalcasse perché l’insegnamento che ci ha dato la storia è che l’innovazione deve essere posta al servizio dell’umanità, deve migliorare la qualità della vita delle persone.

Portiamo il cuore oltre l’ostacolo (come ha recentemente affermato Macron), avviamo una proposta (politica) come quella di organizzare centri di formazione con le Università (in luogo degli inutili centri per l’impiego), con le migliori risorse umane e professionali, con i giovani ricercatori delle facoltà di ingegneria, fisica, economia, matematica, medicina, filosofia, ecc. coordinati adeguatamente ponendo i giusti presidi perché la formazione sia efficace (chiedendo anche alle imprese virtuose di partecipare al progetto, comprese quelle che si occupano di Outplacement). Non si tratta di formare le persone alle tecniche di intelligenza artificiale, ma all’utilizzo. Ciò potrebbe oltretutto portare alla possibilità di sviluppare idee imprenditoriali e culturali anche con il supporto del crowdfunding e con società di investimento specializzate nelle piccole iniziative imprenditoriali ad alto contenuto innovativo. Anche quando nel 1995 si è iniziato a parlare di internet molti immaginavano le opportunità ma nessuno pensava che avrebbe stravolto la nostra vita (per molti versi in meglio) e i servizi ai cittadini come poi è avvenuto.

Ci vuole coraggio, entusiasmo, supporto professionale ed economico, competenza e onestà al servizio di un grande progetto che potrebbe portare al miglioramento della vita di tutti noi. E questo è possibile laddove, nell’economia della conoscenza, le competenze vengano condivise senza alcuna gelosia.

A molti di noi non manca il desiderio di affrontare questa sfida, facciamolo per il futuro dei nostri figli.

 

Paolo Costanzo

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