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di Prof. Alessandro Volpi

Esiste un evidente limite nei sistemi fiscali attuali costituito dal fatto che non riescono a esercitare la loro azione su una componente importante delle vere fonti di produzione della ricchezza. Ciò dipende in gran parte da un dato storico con cui bisogna fare i conti. Semplificando molto, è possibile individuare un percorso di formazione dei sistemi fiscali che si è sviluppato da metà Ottocento e che si è basato sul prelievo sui beni, sui redditi e sui consumi a cui si è aggiunto quello sulle rendite finanziarie, decisamente più basso degli altri perché era necessario incoraggiare l'acquisto dei titoli dei nascenti debiti pubblici. Questa costruzione era motivata dall’idea che il prelievo dovesse essere operato laddove avveniva la produzione del reddito e della ricchezza, composti quasi esclusivamente da beni materiali e da consumi materiali, in larghissima misura prodotti e generati all’interno dei confini dei singoli Stati. Le economie del capitalismo maturo erano, fino agli anni Ottanta del Novecento, fondate infatti su una dimensione fisica, materiale, appunto, e chiusa nei confini nazionali. Il sistema fiscale italiano si è così sostanziato nell’ IRPEF e nell’Iva, in imposte dirette e indirette, mentre l'imposizione locale si è basata sui patrimoni immobiliari, dall’ Ici all’Imu. Anche le procedure di tassazione internazionale furono concepite a partire dagli anni trenta del Novecento con l’obiettivo di ripartire il potere impositivo sulle catene del valore della produzione tra i singoli Stati, avendo cura di evitare le doppie imposizioni. In altre parole si tentava di far pagare le tasse ai pochi grandi gruppi mondiali in base ai principi della “stabile organizzazione” che avevano nei vari paesi e sui cosiddetti “prezzi di trasferimento” delle loro merci, in una dinamica dove, ancora una volta, risultava dominante la già ricordata dimensione materiale. In altre parole, i sistemi fiscali erano pensati per un mondo di merci e beni reali. Come accennato, questi sistemi oggi presentano palesi lacune. In primo luogo, ormai da qualche decennio, la finanziarizzazione ha spostato la generazione di reddito e ricchezza dall’economia materiale a quella finanziaria, che ha assunto sempre più caratteri autoreferenti rispetto ai processi produttivi e negli ultimi tempi, dopo la crisi del 2008, è risultata quasi del tutto dipendente dalle politiche di liquidità facile praticate dalle Banche centrali. Si è modificata, in tal senso, la nozione di rischio perché proprio le inondazioni gratuite di risorse liquide messe a disposizione dei mercati da parte delle banche centrali hanno reso gli impieghi finanziari assai meno pericolosi e dunque hanno tolto ogni giustificazione al mantenimento di bassi livelli di pressione fiscale sulle rendite finanziarie. Se la finanza è il settore che produce senza grandi rischi grossi volumi di ricchezza, peraltro con una pessima distribuzione, diventa indispensabile aumentare lì il carico fiscale per evitare che i sistemi di prelievo continuino a gravare su redditi da lavoro dipendente, sul lavoro e sui consumi in quanto tali. Ma c’è un’altra trasformazione nell’economia planetaria che rende necessaria una radicale revisione dei sistemi fiscali pensati per le economie materiali. E’ sempre più ampia la porzione di reddito e di ricchezza prodotta dai grandi gruppi digitali, dall’e-commerce e da altre forme di economia che non hanno bisogno di beni materiali per produrre e non producono beni o servizi materiali, oggetto di consumi. Queste realtà non sono quindi sottoponibili ai sistemi fiscali tradizionali ma, al contempo, sono dotate di una altissima redditività, con profitti stellari destinati a rimanere fuori da qualsiasi capacità di prelievo che sia stata concepita per colpire immobili, scorte o altri aspetti delle produzioni tradizionali, e sia stata pensata su base nazionale. Le risorse dei nuovi colossi sono costituite da flussi di informazioni, da immagini, suoni, parole, sussidi di varia natura che attraversano paesi e demoliscono confini in un processo velocissimo rispetto al quale qualsiasi rivendicazione di sovranità appare debolissima, quasi inerme. La produzione della ricchezza sta spostandosi sui mercati finanziari e sulle reti e i sistemi fiscali continuano a colpire beni e consumi fisici, con l’effetto di determinare una pressione gigantesca, e spesso insostenibile, sulla parte delle società contemporanee, a iniziare dai lavoratori dipendenti, che stanno invece impoverendosi. Serve dunque una radicale revisione dell’idea stessa di fiscalità pensando ad una tassazione che sia capace di esercitare la propria azione sull’immaterialità, su contribuenti che ora stanno facendo enormi profitti e pagano imposte per meno del 3% dei loro fatturati. Come si fa a compiere questa vera e propria rivoluzione che metterebbe in gioco le risorse necessarie per combattere l’impoverimento di fasce crescenti di popolazione? Le ipotesi sul tavolo sono molte, ma due paiono più efficaci. La prima è quella di immaginare di legare il potere impositivo di uno Stato al numero dei clienti e utenti che le grandi società digitali hanno nel suo territorio. La seconda mira invece a realizzare una minimun tax, una imposta minima, che blocchi la concorrenza al ribasso finora perseguita dai vari paesi nell’intento di ottenere dalle grandi società quello che, nella sostanza, sono disposte a versare, in un gioco al massacro per le entrate pubbliche. Si tratta di due strade difficili, ma obbligate per le quali occorre abbandonare le logiche degli egoismi sovrani e sostenere la volontà di trovare accordi multilaterali in grado di mettere gli Stati nelle condizioni di imporre regole vere di giustizia fiscale, e quindi di democrazia.      

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

Il sistema politico italiano sta vivendo un’evidentissima anomalia. Sembra infatti scomparsa qualsiasi dimensione collegiale dell’attività di governo così come prevista dalla Costituzione. L’articolo 92 infatti recita: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri”. Dunque il Consiglio dei ministri è, senza alcun dubbio, un organismo collegiale. Ma ancora più chiari in tal senso risultano i primi due commi del successivo articolo 95: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei Ministri.I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri”. Dunque, rispetto al dettato costituzionale appare davvero difforme la pratica, o quantomeno la narrazione, ormai ricorrente posta in essere da un esecutivo in cui i due vicepremier tendono a dichiararsi responsabili solo dei propri atti ministeriali, sconfessando spesso l’azione del governo nel suo insieme. Il recente caso della Tav, nei confronti della quale le due forze di governo hanno posizioni antitetiche, è clamoroso, ma si tratta soltanto di un esempio possibile fra i molti temi, e soprattutto, fra i molti provvedimenti adottati dall’esecutivo pur in presenza di uno scontro frontale tra i membri del gabinetto stesso. La vera differenza rispetto all’attività dei governi  di coalizione del passato, che pur manifestavano significative divergenze al proprio interno, è rappresentata dalla palese assenza di qualsiasi visione comune tra Lega e Movimento Cinque Stelle, distanti sulle politiche in materia di ordine pubblico, su quelle economiche e persino nel voto europeo. Tra le due formazioni al governo si manifesta, in estrema sintesi, una totale inconciliabilità delle rispettive visioni complessive della società e del paese, almeno in base alla dichiarazioni pubbliche espresse con grande forza e con altrettanta continuità. Ma allora, questa prassi è conciliabile con l’idea di governo contenuta nella Costituzione repubblicana o ne  rappresenta una marcata forzatura? Esiste un governo unitario così come richiesto dal testo costituzionale? Parrebbe proprio di no. Rispetto al tema della coerenza con la Costituzione dell’attuale quadro politico italiano si configurano poi tre ulteriori elementi di criticità. In primo luogo sembra molto difficile affermare l’esistenza di una maggioranza “politica” che sostiene l’azione di governo. Se le due forze che animano il gabinetto Conte non hanno una visione comune, e anzi mostrano una aperta conflittualità,  allora il voto sui singoli provvedimenti da parte del Parlamento non ha un valore politico vero e proprio ma costituisce, di fatto, soltanto lo strumento per evitare una crisi di governo. Diventa, in tale ottica, sempre più chiara la stranezza derivata dal cosiddetto “contratto di governo” che ha svolto il ruolo dell’unico mezzo per tenere insieme una maggioranza destinata ad assumere i tratti della mera coalizione notarile, priva però di qualsiasi spirito più generale di condivisione, reso impossibile anche dall’infinito clima da campagna elettorale posto in essere dalle due forze di maggioranza. Ma può un governo che si dichiara politico e rifiuta i caratteri dell’esecutivo  tecnico, volto unicamente a realizzare un programma, non avere una visione politica? Il voto sui singoli provvedimenti senza una visione d’insieme dell’attività di governo configura la fiducia così come prevista dall’articolo 94? Ancora una volta la domanda sembra retorica. In questo senso si pone una seconda questione. Come ricordato, il primo comma dell’articolo 95 afferma che il presidente del Consiglio dirige la politica del Governo e mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo; ma è davvero così nell’attuale situazione italiana? Un premier che non ha una sua forza politica, che dipende politicamente in toto dalle due forze di governo che lo sorreggono e, al contempo, non si dichiara tecnico ma politico è davvero in grado di garantire l’unità di indirizzo politico e amministrativo, oppure si limita a portare in parlamento singoli decreti fidando nel timore delle Camere di creare le condizioni del proprio scioglimento? Di nuovo, si fa fatica ad ammettere l’esistenza di un governo costituzionalmente corretto. Infine, pare sempre più emergere una terza questione. Senza una maggioranza politica chiara, senza una visione complessiva, senza una reale opera di sintesi che non sia riconducibile solo ad una sequenza di singoli provvedimenti approvati per il timore della crisi di governo, non si capisce quale sia la responsabilità politica dell’esecutivo e soprattutto della maggioranza anomala che lo sostiene. Di cosa risponde l’attuale maggioranza? Non è immaginabile pensare che ciascuna delle due forze di governo risponda soltanto dei provvedimenti presentati dai propri ministri, sconfessando, pur avendoli votati, quelli portati in aula dai ministri dell’altra forza politica, perché, di nuovo, così verrebbe meno quell’unità di indirizzo richiesta dalla Costituzione. Pare evidente, in estrema sintesi, che il sistema politico italiano sta subendo un profondo stravolgimento che trasferisce la sua sostanza dal rispetto del dettato costituzionale al certosino ossequio delle leggi dei social, dominate, purtroppo, da narrazioni estemporanee, occasionali e assolutamente incoerenti, certo ignote ai padri costituenti.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

 

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di Prof. Alessandro Volpi

Negli ultimi tempi sembra essere tornata di moda la finanza creativa. A differenza di quanto avveniva in passato però, le attuali proposte di più o meno credibili interventi nei conti dello Stato hanno a che fare quasi esclusivamente con tasse e imposte. La recente ipotesi di finanziare la riduzione del carico fiscale, operata attraverso la flat tax, ricorrendo ad una nuova raffica di condoni, sublimati sotto la ben più ecumenica voce di “pace fiscale”, costituisce la misura più rilevante, e certamente più paradossale, in tal senso. In primo luogo una simile prospettiva stravolgerebbe una delle più consolidate tradizioni degli ordinamenti liberali avviatasi dalla fine del XVII secolo. La nozione di cittadinanza si è fondata infatti sul principio per cui chi paga le imposte gode del diritto di voto per scegliere i propri rappresentanti; la rappresentanza parlamentare ha le sue radici nel principio anglosassone no taxation without representation, che è stato l’oggetto delle grandi rivoluzioni liberali e che ha sancito la trasformazione dei sudditi di antico regime in cittadini-contribuenti, in grado di contribuire appunto con il pagamento delle imposte al funzionamento dello Stato di cui essi stessi avrebbero, a vario titolo, beneficiato. Questa dimensione volontaria della cittadinanza basata sul fisco era la garanzia della libertà del singolo cittadino dall’arbitrio del potere politico e lo rendeva giudice, in quanto pagante ed elettore, della bontà dei servizi ricevuti dallo Stato stesso. Si trattava di un patto sociale chiaro che attribuiva la legittimazione del potere ai contribuenti. In seguito, nel corso del Novecento, la nozione di cittadinanza si sarebbe estesa non restando confinata alla sola comunità di coloro che pagano tasse e imposte, ma il principio ispiratore del patto sociale restava centrale; chi contribuisce al finanziamento dello Stato in relazione alla propria possibilità di farlo  ha diritto di beneficiare dell’azione dello Stato stesso che si estende anche a chi non può finanziarlo in virtù di una comune appartenenza alla cittadinanza democratica. Se, invece, si afferma il principio per cui, abitualmente, chi non paga le imposte può definire con lo Stato un accordo che gli consente di versare assai meno del dovuto e quanto recuperato con un simile accordo serve a finanziare la riduzione delle imposte in maniera uguale per tutti, mediante la flat tax, la tassa piatta, allora l’essere contribuente cessa di costituire la condizione della cittadinanza e della libertà dal potere politico. Pagare le imposte diviene, in quest’ottica, un disvalore e l’appartenenza allo Stato non si regge più sull’idea che i cittadini debbano contribuire a sostenerlo sulla base di regole condivise. Per essere ancora più chiari: finanziare lo Stato con i proventi dell’evasione e utilizzarli per ridurre le imposte significa, in estrema e paradossale sintesi, negare l’esistenza dello Stato, la cui fondamentale prerogativa di imporre un prelievo per sostenersi risulta dipendente da quanto gli evasori sono disposti a pagare. Le aliquote verranno così definite in base alle aspettative dei “peggiori” cittadini, con un’inevitabile scomparsa di qualsiasi fedeltà fiscale.  Proprio per tale rischio, l’intenzione di giustificare una siffatta visione del sistema dei tributi con le condizioni di difficoltà di molti contribuenti, divenuti evasori per necessità, non può bastare e a tale scopo devono essere mirate, invece, le deduzioni e le detrazioni. A questo riguardo emerge però un secondo paradosso. Nel pensiero politico ed economico sono state molte le teorie che hanno sostenuto la bontà di uno Stato leggero, in cui il carico fiscale era volutamente molto basso per lasciare più risorse a disposizione dei cittadini che avrebbero potuto utilizzarle liberamente senza la mediazione dell’autorità statale. Tali teorie hanno tuttavia sempre affermato che un basso livello di prelievo fiscale avrebbe comportato uno Stato ben poco presente, ridotto a funzioni minimali e di conseguenza volutamente non in grado di fornire ai cittadini i servizi necessari che sarebbero stati acquistati, a pagamento, sul mercato. Chi oggi si dichiara fautore della flat tax finanziata con i condoni, e quindi accetta inevitabilmente una minore fedeltà fiscale e minori entrate, non immagina invece, come i liberisti tradizionali, uno Stato leggero, ma introduce il reddito di cittadinanza, Quota cento, il salario minimo garantito, la nazionalizzazione di Alitalia e vari altri interventi destinati ad ingigantire la spesa pubblica. E’ questo il secondo paradosso; si celebra l’infedeltà fiscale e al contempo si costruisce uno Stato costosissimo. A ciò si aggiunge l’ulteriore anomalia di pensare di finanziare almeno una parte della spesa pubblica permanente, a regime, come quella per reddito di cittadinanza e pensioni, con entrate una tantum, che tolgono ogni continuità alle risorse pubbliche. Sembra che stia compiendosi così lo smantellamento repentino di alcuni degli elementi portanti dei sistemi istituzionali su cui si è sorretta la tenuta della società italiana dal dopoguerra in avanti; uno smantellamento che, peraltro, non avviene solo sul piano dei principi ma anche su quello dei numeri. Se oggi quasi il 95% dei contribuenti italiani è collocato nella fascia di reddito da 0 a 50 mila euro, quanto costerà applicare a tale scaglione un’aliquota secca del 15%? Quante “paci fiscali” saranno necessarie per trovare le risorse mancanti? Lo Stato forte degli evasori è, ancora una volta, una efficace narrazione molto lontana dalla realtà.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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La guerra delle petroliere

di Giancarlo Ronga*

Nella serata dello scorso 11 luglio alcuni barchini dei Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno tentato di dirottare verso le proprie acque territoriali la petroliera battente bandiera britannica British Heritage che si trovava a transitare lungo lo Stretto di Hormuz.

Solo l'intervento dell'unità HMS Montrose appartenente alla Royal Navy ha impedito alle imbarcazioni iraniane di raggiungere il proprio obbiettivo, come scrive il sito della CNN, che riporta quanto diramato a proposito dell'accaduto dalle autorità britanniche e statunitensi, smentite poco dopo da quelle iraniane.

L'attacco alla British Heritage è solo l'ultimo di una serie di attacchi, abbordaggi e sequestri che hanno avuto per oggetto le petroliere e più in generale il traffico marittimo lungo la rotta “del petrolio”, e che si pone al centro di quello scontro che vede opposti USA - e in certa qual misura il Regno Unito, - e la Repubblica Islamica dell'Iran.

La time line degli avvenimenti che hanno come teatro principale il Golfo Persico, inizia lo scorso due maggio, quando l'Iran ha accusato l'Arabia Saudita di aver “preso in ostaggio” l'equipaggio e aver sequestrato la petroliera iraniana Happiness 1, in navigazione nel Mar Rosso. 

Dieci giorni dopo, il dodici maggio, quattro tanker, l'Andrea Victory norvegese, la Al Marzoqah, e la Al Amjad entrambe saudite, oltre alla A. Michel, quest'ultima appartenete alla UEA, venivano danneggiate in un tratto di mare del Golfo di Oman, di fronte alla località di Fujairah, UAE.

Poco più di un mese dopo, il tredici giugno, a bordo della Front Altair, norvegese, e della Kokuka Courageous, giapponese, incendi, di natura non meglio precisata, sono divampati a bordo delle due unità, arrecando loro gravi danni. 

A questo episodio ha fatto seguito l'abbattimento da parte iraniana di un drone appartenente alla Marina degli Stati Uniti, perché, sostengono le autorità di Teheran, penetrato nel proprio spazio aereo.

Il quattro luglio, sono i Royal Marines britannici, impiegati in supporto delle autorità di Gibilterra, che fermano la Grace1 petroliera iraniana diretto verso la Siria, in navigazione di fronte alle coste del territorio d'oltre mare britannico, e accusata di violazione delle sanzioni imposte dalla E.U. nei confronti del regime di Assad.

In merito alla vicenda della Grace 1 alcuni osservatori hanno messo in relazione il transito della petroliera davanti a Gibilterra con quanto avvenuto lo scorso Novembre, quando le autorità egiziane – Il Cairo è uno dei maggiori alleati Usa nel Medio Oriente -  hanno sequestrato la Sea Shark, petroliera con bandiera panamense prima ed ucraina dopo, che trasportava petrolio iraniano - imbarcato al terminale petrolifero iraniano di Kharg Island - e che si apprestava a transitare lungo il canale di Suez, per raggiungere, probabilmente, la Siria. 

L'episodio della British Heritage non ha avuto altro risultato se non quello di aumentare ulteriormente la tensione nell'area del Golfo, incrementando le possibilità di uno scontro diretto tra il dispositivo militare statunitense, ora “rafforzato” da un contingente di Royal Marines e da unità della Royal Navy, e le forze armate iraniane. 

Come si inquadra questa serie di azioni attribuite all'Iran nel quadro generale del confronto con gli Stati Uniti e quali sono le finalità della politica iraniana?

In linea generale sembra che il tratto principale dell'azione politica e militare di Teheran sia quella di prendere tempo e aver modo di riproporre la dicotomia Trattato Nucleare o Guerra, base delle lunghe e complesse trattative approdate alla firma del JCPOA, da una posizione di forza.

La via scelta da Teheran per riportare Washington al tavolo sembra correre su due binari.

Il primo prevede l'aumento della pressione militare sull'amministrazione americana, che per bocca del Presidente Trump, ha esplicitamente affermato di non volere un conflitto, sgomberando così il campo all'azione iraniana, e concedendo a Teheran quell'ampio spazio di manovra indispensabile per sfruttare al meglio la propria posizione. 

Questadisclosuredei limiti della politica americana, rappresenta un enorme vantaggio per il Paese che si affaccia sul Golfo Persico e che gli permette di porre in essere clamorose azioni, sempre al limite della negabilità, come quelle che hanno visto il danneggiamento delle petroliere in transito lungo lo stretto di Hormuz - e che hanno l'effetto aggiuntivo, di far lievitare il prezzo dei noli delle petroliere, con chiari effetti sul mercato delle risorse energetiche -  godendo di un ampio grado di impunità.

Ma Teheran approfitta di un altro elemento di debolezza degli Usa; le prossime elezioni presidenziali del 2020.  Trump, se vuole sperare nella rielezione, non deve scatenare una nuova guerra in Medio Oriente, visti gli orientamenti di una vasta porzione della popolazione americana, che non vuole più saperne di interventi militari all'estero, assai costosi e dagli esisti alquanto incerti. 

Questo chiaro orientamento popolare fa esplodere in pieno la “contraddizione interna” della ideologia trumpiana, basata da una parte sul MACO (Make America Great Again) e dall'altra sull'AF (America First) orientamento ideologico che mal si adatta all'azione politica internazionale e al ruolo che gli USA sarebbero chiamati a giocare – MACO - e la volontà para-isolazionista dell'AF. 

Una contraddizione che Teheran ha ben presente e che sfrutta benissimo a proprio vantaggio, rassicurata dalle contraddittorie risposte che provengono dalla Casa Bianca, che reagisce ad ogni “azione” iraniana, con un built upmilitare una volta o con aperture al dialogo un'altra, per poi passare alla minaccia di nuove sanzioni economiche in una fase successiva.

L'altra via percorsa dai mullah iraniani è quella della separazione degli Usa dagli alleati europei, per consentire a questi ultimi di avviare il sistema di pagamento sans dollar- l'INSTEX- che permetterebbe al regime iraniano di eludere le sanzioni americane – di cui Trump in un tweet ha annunciato l'ulteriore inasprimento – e quindi migliorare le drammatiche condizioni economiche in cui versa il Paese.

Di particolare interesse è l'azione che Teheran starebbe cercando di implementare nei confronti degli europei e della UE in particolare.  

Ciò che desidererebbe ottenere Teheran è una ancor più netta separazione tra le due sponde dell'Atlantico, e raccogliere così i frutti promessi dall'accordo 5+12 (o JCPOA) unilateralmente denunciato dagli Stati Uniti.

E proprio per raccogliere questi frutti – o almeno una buona parte di essi -  che il regime iraniano ha recentemente reso noto l'abbandono del trattato 5+1 (artt. 26 e 36)  annunciando l'aumento dell'arricchimento del materiale fissile presente nei propri impianti oltre il limite previsto dal JCPOA, e ponendo, di fatto, un ultimatum agli europei, che li mette di fronte ad una scelta piuttosto difficile, che vede da una parte l'esclusione delle proprie aziende dal mercato americano, vigenti le sanzioni imposte dalla Casa Bianca per tutti coloro che intrattengono rapporti commerciali con l'Iran, e dall'altra la compromissione del flusso commerciale con il Paese mediorientale per non contare  gli effetti che eventuali azioni di disturbo iraniane potrebbero causare al flusso dei rifornimenti petroliferi e al mercato energetico in generale. 

Per ciò che concerne Teheran risulta evidente che, rebus sic stantibus, a fronte del rispetto della lettera del 5+1 l'Iran non otterrebbe alcun vantaggio né sul fronte economico, né su quello atomico, vista la esplicita rinuncia allo sviluppo del proprio settore nucleare contenuto nell'accordo. 

Una situazione, quella sopra descritta, che priverebbe il regime dei mullah della possibilità di poter restaurare la dicotomia Trattato Nucleare o Guerra che equivarrebbe alla decadenza prima e alla morte dopo del proprio sistema di potere e che i vertici di Teheran si rifiutano anche solo di prendere in considerazione.

Allo stato attuale, però, sembra che i tentativi di separazione tra USA e Europa messi in essere da Teheran non stiano dando i frutti sperati.

INSTEX, infatti, si è rivelato uno strumento poco adatto alle necessità iraniane, visto che nei circa sei mesi che il sistema è stato in funzione, ha prodotto ben pochi risultati.

Complice del fallimento di INSTEX l'atteggiamento assunto dalla stragrande maggioranza delle aziende europee che non sembrano molto propense a rischiare le proprie posizioni nel mercato statunitense a favore di una maggiore penetrazione di quello iraniano.

Rimane aperto lo scenario più drammatico; lo scontro armato. Difficile in questo momento ipotizzare che tra America e Iran si possa scatenare una guerra. La politica americana, per quanto contraddittoria, non ha ancora abbandonato l'ancoraggio della via economica al confronto con l'Iran, nonostante le pressioni che la parte più interventista – John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale in testa - sta compiendo in tale senso.

Anche l'America desidererebbe tornare al tavolo delle trattative con Teheran, ma su presupposti che sono ben lontani da quelli cari alla Guida Suprema Khamenei.

Per Trump, infatti, il “5+1” non era sufficientemente vincolante della politica estera iraniana e delle sue “affiliazioni” esterne. Un vulnusche anche il teamObama aveva dovuto ammettere, ma che ha rappresentato, sino a che è stato attivo, un sistema per quanto imperfetto di governo e di controllo delle attività di Teheran.  

 

UPDATE RELATIVO ALLE ULTIME ORE SULLA VICENDA:

Il ministro degli Esteri iraniano, Mohamed Javad Zarif, nel corso di una intervista alla Nbc News, rilasciata lunedì, ha affermato che l'Iran è pronto a trattare con Trump se il Presidente americano solleva le sanzioni economiche poste a carico di Tehran.

L'intervista con il più altro rappresentante della Diplomazia iraniana, è andata in onda nel corso del programma “NBC Nightly News with Lester Holt” ed è stato negli studi dell'emittente televisiva newyorkese che Zarif ha affermato:”Una volta rimosse le sanzioni la porta per la negoziazione é spalancata ”.

Zarif ha voluto sottolineare che gli Usa hanno denunciato unilateralmente il JCPOA. “Sono stati gli Stati Uniti a lasciare il tavolo della trattativa; ma sono sempre i benvenuti nel caso vi  vogliano ritornare”.

Nel corso del programma di approfondimento, Zarif ha spiegato anche come non sia stata mai intenzione dell'Iran dotarsi di un arsenale nucleare:”Se avessimo voluto sviluppare armi nucleari saremmo stati in grado di farlo già da molto tempo”ha affermato il rappresentante iraniano, che ha poi toccato il punto più delicato della questione iraniana:”Non credo che il presidente Trump voglia la guerra. Ma credo che alcuni di quelli che stanno attorno a lui non la disdegnerebbero– aggiungendo- ma non penso che riusciranno a spuntarla perché, alla fine, la prudenza prevarrà. E' noto che l'Iran è un grande paese e che non prenderemmo un attacco militare alla leggera”.

Il ministro degli Esteri iraniano si trovava a New York per partecipare ad una conferenza sullo sviluppo sostenibile organizzata dall'Onu, partecipazione rimasta in forse sino all'ultimo istante per via delle perplessità sollevate dall'amministrazione americana circa la presenza di Zarif ai lavori, tanto che Washington aveva minacciato di porre forti restrizioni alla libertà di movimento  del ministro e della delegazione iraniana al suo seguito.

La vicenda si era conclusa con la concessione da parte delle autorità americane di una visto della durata del periodo strettamente necessario allo svolgimento della Conferenza concesso a Zarif, ma con forti limitazioni agli spostamenti del suo staff, che erano limitati alla tratta che collega la sede diplomatica iraniana all'ONU e a quella che collega la residenza dell'ambasciatore iraniano alle nazioni Unite.

Il Ministro iraniano ha anche affermato che il suo paese ha atteso più di un anno prima di violare alcuni dei limiti posti dal JCPOA. Zarif ha poi dichiarato che: “Gli Stati Uniti stanno scherzando con il fuoco”.

Alla domanda su cosa accadrebbe se Washington avanzasse all'Iran una proposta accettabile sul piano meramente formale – una “face-saving offer” - Zarif ha risposto:” Penso che in ogni negoziato si debba ricercare una soluzione che permetta di uscire vincenti ad tutte le parti; altrimenti ci si trova nella situazione nelle quali entrambe sono perdenti”.

Le parole di Zarif non hanno sollevato grandi entusiasmi al Dipartimento di Stato, tanto che il Segretario Mike Pompeo, tornando sulla vicenda della partecipazione di Zarif ai lavori dell'ONU, ha commentato:”I diplomatici americani a Teheran non scorrazzano per Tehran e non vediamo perché lo debbano fare quelli iraniani”. Pompeo ha poi proseguito affermando che Zarif ha usato:” Le libertà concesse dagli Stati Uniti per fare propaganda”e che avrebbe accettato un invito da parte della televisione di Stato Iraniana, attraverso la quale, rivolgendosi al popolo iraniano, avrebbe espresso:”La preoccupazione profonda che nutriamo per esso, il nostro sostegno, e la consapevolezza del fatto che la teocrazia rivoluzionaria non sta facendo il loro interesse”.

La trasferta newyorkese del Ministro degli Esteri di Tehran è avvenuta quasi contemporaneamente all'incontro tra i ministri degli esteri europei a Brussels, riunitisi per cercare di disinnescare la tensione tra Washington e Teheran e salvare lo JCPOA.

Jeremy Hunt, omonimo di Zarif a Londra non ha commentato l'”apertura” televisiva di Zarif, preferendo concentrasi sulla possibilità di “salvare” il JCPOA:” L'Iran dovrebbe impiegarci ancora un anno prima di raggiungere la capacità di sviluppare un ordigno nucleare. Sono presenti delle chiusure, ma piccole finestre di opportunità per mantenere il trattato in vita, sembrano esserci”.

 

*Giancarlo Ronga è giornalista. Si è occupato di politica estera e cronaca giudiziaria per varie testate.

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Il senso della patria per Salvini

di Matteo Costa*

A mia idea, il reato di corruzione internazionale, nella riunione di Mosca, non s’è concretizzato. Ma su questo s’esprimerà la magistratura.

Credo che la Lega, per qualche intoppo, in quell’occasione non abbia incassato il finanziamento illecito dalla Russia, che è bene ricordare essere una potenza straniera, ostile sia alla Nato sia all’Europa, di cui noi facciamo parte.

In ogni caso, la Lega ha tramato per intascarsi un finanziamento illecito di svariate decine di milioni di dollari dalla Russia di Putin, dittatore retrogrado e feroce che non esita ad eliminare il dissenso interno anche fisicamente, con metodi da KGB che conosce molto bene avendone fatto parte, e il dissenso esterno con l’esercito o le tangenti.

Il finanziamento, sarebbe servito per promuovere la politica della Lega e della Russia in Europa, funzionalmente agli interessi di Putin. Tutto ciò è innegabile e comprovato dalle registrazioni di Savoini, esponente della Lega e di questa, responsabile dei rapporti con la Russia.

Risultandomi poi che un partito che rappresenta il 17.5% del parlamento, ancorché dai sondaggi sembri godere di molti più consensi, non possa determinare per conto proprio e di nascosto le politiche e le alleanze internazionali per l’Italia, tutto ciò, se non configura reati penali, configura una sorta di tradimento dei valori della patria. Tutto ciò significa voler modificare di nascosto le relazioni internazionali coi nostri partner della Nato e dell’Europa senza nemmeno dibatterne in parlamento, pubblicamente.

E’ di tutto ciò che Salvini, e non solo Conte, deve riferire in parlamento. Così come deve dare conto delle iniziali bugie puerili, con cui il Ministro degli interni ha cercato di nascondere gli strettissimi legami con Savoini.

Ora è inammissibile tollerare che il Ministro degli Interni non voglia rispondere dell’operato dei suoi emissari, cercando di sminuire un affare che coinvolge la sicurezza nazionale con espressioni da pacche sulle spalle al bar. Mandando avanti il suo lacchè perché gli copra le sue porcate. Perché lo renda di nuovo presentabile per il prossimo tentativo.

Quando i cittadini italiani si sveglieranno?

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Di Prof. Alessandro Volpi

La recente visita del presidente russo Vladimir Putin ha assunto i caratteri dell’evento di grande rilievo politico ed economico. Nell’immaginario di larga parte della politica italiana appare evidente infatti che la Russia rappresenta un soggetto internazionale di primissimo piano, in grado di occupare un posto centrale a livello planetario alla stregua di Stati Uniti, Cina e Unione Europea. In quest’ottica, avere buone relazioni con il potere moscovita viene considerata dunque una condizione decisamente favorevole e destinata a bilanciare eventuali tensioni con i partner del Vecchio Continente e con altre aree del mondo. Ma è davvero così? Davvero la Russia possiede i caratteri della grande potenza internazionale, capace di interpretare una strategia globale dalla quale il nostro paese può trarre significativi benefici? Certamente l’ex impero sovietico dispone ancora di una straordinaria forza militare; è una potenza nucleare, ha una formidabile flotta di sottomarini lanciamissili balistici e una efficacissima riserva di bombardieri strategici. A fronte di questo indubbio peso militare, che la rende un player decisivo nei vari scenari di crisi, la Russia appare però molto più debole sul piano economico. Il suo Pil si ferma a 1700 miliardi di dollari ed è dunque un dodicesimo di quello degli Stati Uniti e un ottavo di quello cinese, ma è inferiore anche a quello di altri paesi come Giappone, Germania, Inghilterra, Francia e Italia, collocandosi al dodicesimo posto nella graduatoria mondiale. Il Pil pro capite è inchiodato da tempo, in termini nominali, a poco più di 10 mila dollari che, misurati in termini di parità di potere d’acquisto, raddoppiano, scontando tuttavia una pessima distribuzione del reddito con una marcatissima polarizzazione come dimostrano salari medi di 420 euro mensili. E’estremamente carente l’intero sistema delle infrastrutture russe e risulta assai diffusa la corruzione, che colloca il paese nelle posizioni di testa delle classifiche preparate dalle organizzazioni internazionali. Se è vero che il rapporto tra debito pubblico e Pil, nonostante una crescita ferma all’1,5%, è ancora molto basso, ciò dipende in larga misura dagli effetti del “fallimento” dei conti pubblici alla fine degli anni Novanta che ha permesso di cancellare l’indebitamento pregresso: non a caso il rating dei titoli di Stato è in modo preoccupante assai vicino al livello “spazzatura”. Il rublo ha conosciuto nel corso degli ultimi anni una feroce svalutazione del 50% e, proprio per arginare una crisi monetaria e debitoria, il paese si è dotato di una straordinaria riserva in valuta estera per quasi 470 miliardi di dollari, una delle più capienti del mondo che pare tuttavia non bastare a mettere in sicurezza la divisa nazionale; l’inflazione infatti è sempre in agguato pur in presenza di un quadro internazionale di pronunciata deflazione. In tale ottica pesano le sofferenze bancarie e la forte esposizione degli istituti in un panorama dove il credito al settore privato è pari al 55 per cento del Pil. La fragilità maggiore della Russia deriva, però, dalla sua pressoché totale dipendenza dalle esportazioni di gas e petrolio, e di conseguenza dai loro prezzi. Oltre il 60% delle esportazioni russe è costituito dal settore oil and gas che tiene in piedi, insieme all’industria delle armi, la bilancia commerciale e garantisce ben la metà della base imponibile russa; se il prezzo dei prodotti energetici rimanesse al di sotto dei 50 dollari al barile per un arco temporale non breve, l’intera tenuta dell’economia verrebbe quindi inevitabilmente messa a repentaglio. Si tratta di un’eventualità tutt’altro che improbabile, viste la crescente produzione statunitense e la continua avanzata dello shale gas, a cui si aggiungono le tensioni interne all’Opec, all’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, e le forti spinte speculative dei mercati finanziari, pronti a scommettere sui contratti petroliferi tanto da determinarne una costante instabilità. E’ naturale, allora, che l’intera politica estera perseguita dal presidente Putin sia orientata a mantenere alti i prezzi energetici; una condizione che per essere raggiunta ha bisogno di un rigido controllo dei gasdotti e degli oleodotti, di una sottomissione strategica dei paesi confinanti e non solo, interessati dal passaggio delle stesse pipelines, e di una serie di accordi, spesso molto spregiudicati, con altri produttori, a cominciare da Iran e Arabia saudita, per calmierare le estrazioni. Ma un paese fragile economicamente, dipendente quasi del tutto da un unico settore che gli impone scelte internazionali molto rischiose, come del resto hanno dimostrato le tensioni geopolitiche degli ultimi anni in cui è stata coinvolta la Federazione russa, può rappresentare il nume tutelare a cui legare in maniera indissolubile le sorti del nostro paese? E soprattutto può un paese come l’Italia, molto dipendente dalle importazioni di energia e che quindi ha bisogno di prezzi bassi di gas e petrolio, vincolarsi ad un paese come la Russia, che al contrario, necessita di alti prezzi degli stessi prodotti per garantire la propria sopravvivenza? Se non si cede alle suggestioni sovraniste, o non prevalgono ragioni ben poco geopolitiche, la risposta non è poi molto difficile.

Prof. Alessandro Volpi, Università di Pisa

 

 

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USA e Iran: prove di guerra?

di Giancarlo Ronga*

L'eventuale risoluzione armata  dello “standoff” che oppone gli Stati Uniti ed Iran, e che nelle ultime ore si é arricchita di un nuovo, preoccupante, capitolo con l'arrivo di alcuni “F22 Raptors” presso la base di Al Udeid, non sembra andare incontro ai reali interessi degli USA.

Prima di proseguire con una rapida carrellata circa le ragioni del “No” al lancio dei raid nei confronti del regime iraniano, è necessario rilevare come non appaia per nulla chiaro quale sia il vero scopo della politica USA adottata sino a questo momento.

Nessun membro dell'Amministrazione Trump, infatti, ha  chiarito a  sufficienza se il fine del “built up” nel Golfo Persico sia funzionale a riportare al tavolo della trattativa i mullah dopo la denuncia dell'accordo sul nucleare da parte statunitense, oppure se, come molti sostengono, il traguardo di Trump sia semplicemente quello di indebolire il regime iraniano.

Ad aumentare ulteriormente la confusione sembrano esserci le dichiarazioni rilasciate qualche tempo fa, in cui l'Amministrazione USA avrebbe escluso dal novero delle opzioni politiche il “Regime Change” a Teheran.

Un' ambiguità, questa, che certamente non mancherà di far sentire il proprio peso nel complesso gioco della politica interna ed estera americana.

Le ragioni per le quali agli Stati Uniti non dovrebbero misurarsi direttamente con Teheran sono molte ed assai diversificate, e le argomentazioni in questo senso possono essere analizzate dapprima attraverso il “prisma” della politica interna americana, per poi analizzare la difficile congiuntura attraverso quello dei rapporti internazionali.

POLITICA INTERNA USA:

E' fuor di dubbio che un attacco diretto all'Iran da parte delle forze americane, potrebbe rappresentare per il Presidente Trump una buona da carta da giocare in funzione della sua rielezione alle prossime elezioni presidenziali, soprattuto se si tiene conto  di un elettorato come quello “trumpiano”.

Ma l'elettorato americano non è solo ed esclusivamente quello dell'”America First”. Molti americani, infatti, si oppongono alla presidenza attuale, anche in ragione di quella che sembra essere una avversione quasi istintiva verso un'altra “guerra americana” nel Medio Oriente dopo quella afghana e quella irachena.

Ma se la “vittoria” sui campi di battaglia è  data per scontata, più difficoltosa sembra essere il post “guerra guerreggiata”,  fase decisamente più complessa da portare a termine e che non raccoglie certamente l'entusiasmo degli elettori statunitensi, soprattutto dopo l'esperienza del 2003.

Ad avvallare queste considerazioni è opportuno ricordare lo scontro politico in atto al Congresso Usa e che vede opposti l'Esecutivo alla minoranza democratica che vuole impedire, con un apposito provvedimento, al Presidente di avviare una guerra con l'Iran, senza passare attraverso il Congresso, come prescritto dalla Legge.

Al Senato, dove la maggioranza è in mano ai Repubblicani, la legge non è passata, ma sono molti, anche tra gli stessi repubblicani a temere per lo scoppio di un nuovo conflitto in Medio Oriente.

A breve si svolgerà una nuova votazione ma sarà importare comprendere che piega prenderanno gli avvenimenti proprio in previsione di questo importante appuntamento che potrebbe rivelarsi fondamentale per l'evoluzione della situazione.

RELAZIONI INTERNAZIONALI

La denuncia del “5+1”/ JCPOA da parte degli Usa e le relative sanzioni economiche che tale denuncia ha comportato, è stata accolta molto freddamente delle comunità internazionale. Il trattato sottoscritto a Vienna nel 2015, infatti, seppur lacunoso in alcune sue parti, e forse troppo ottimistico in merito alle reali intenzioni iraniane, ha costituito  un vincolo importante per porre sotto controllo, e quindi governare, la spinosa questione della “corsa al nucleare iraniano” e aver reso inservibile tale strumento, non ha contribuito a rendere più agevole la gestione della delicata vicenda. 

Come é naturale che sia, la denuncia dello JCPOA ha esplicato i propri effetti su due fronti; su quello interno iraniano, e su quello delle rapporti  internazionali degli USA.

L'effetto che il “disarmo” del trattato sottoscritto a Vienna nel 2015 ha avuto a Teheran è stato quello di  rafforzare la parte più intransigente del regime iraniano – i “Guardiani della Rivoluzione”/IRGC tra tutti – che ha sempre sconsigliato la firma del documento, proprio sottolineando l'inaffidabilità americana nel rispettare tale documento.

A questo deve essere aggiunto il fatto che, le sanzioni economiche scattate subito dopo il “ritiro” americano, hanno accresciuto il malessere dell'opinione pubblica iraniana, che si trova così a dover affrontare una nuova ed ancora più precaria situazione economica, senza per altro aver beneficiato di quei vantaggi che il “5+1” aveva promesso di portare. In tale modo, e proprio per l'unilateralità della decisione americana, si fa fatica a credere che gli iraniani possano addossare la colpa della nuova crisi economica che li sta investendo ai propri vertici...

Sul piano dei rapporti internazionali, l'azione di Trump ha riscosso un accoglienza  alquanto gelida, come detto. Scontata la reazione della China e della Russia, che a fronte di una formale condanna dell'azione americana, hanno accolto l'azione statunitense come una ghiotta occasione per migliorare la propria posizione e la propria influenza nella zona.

Ma a preoccupare gli USA dovrebbe essere soprattutto la posizione espressa dalla E.U. , colpita anch'essa dalle sanzioni economiche contemplate dagli USA per quei paesi che continuino ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran.

La reazione europea alle sanzioni economiche imposte da Washington, sino a questo momento si è risolta con il tentativo di dare vita ad una sistema di pagamento “non dollar” mirato ad eludere le sanzioni, lo “Instex” che per il momento non ha dato i frutti sperati. Forse, con una maggiore attenzione, il meccanismo potrebbe essere in grado di funzionare, e non è escluso che le aziende europee possano decidere di mantenere aperti gli scambi commerciali con Teheran, avvalendosi del canale dei beni di “natura umanitaria”, esclusi quindi dalle nuove sanzioni americane.

Non c'é dubbio che la denuncia unilaterale americana del “5+1” ha ulteriormente danneggiato le relazioni transatlantiche, già sensibilmente deteriorate a causa delle politiche tariffarie imposte da Trump e dello “shift” strategico americano verso il Pacifico.

Come è facile comprendere la decisione di colpire anche le aziende dei paesi E.U, l'alleato naturale degli USA, ha indebolito la posizione americana, isolandola, e rendendola quindi più vulnerabile sul piano internazionale, oltre che rafforzare le posizioni cinesi e russe.

Unica eccezione la Gran Bretagna, che si è allineata, almeno in parte, con la posizione USA, provvedendo anch'essa ad inviare nel Golfo cento “Royal Marines” a tutela degli interessi britannici, immediatamente dopo gli episodi che hanno visto andare in fiamme due petroliere che incrociavano al largo dello Stretto di Hormuz.

LE VIE ALTERNATIVE

Ma a sconsigliare un diretto intervento militare da parte americana vi sono considerazioni di natura diversa da quelle esposte sino a questo momento, e che rappresentano un importante elemento di giudizio sull'operato dell'amministrazione USA.

Se sul piano strettamente militare, ben pochi possono nutrire dubbi circa il fatto che l'Iran non sarebbe in grado di resistere ad un attacco americano; ciò che viene messo in dubbio è l'opportunità, soprattutto sul piano politico-strategico, che una tale azione potrebbe avere, a prescindere dall'efficacia della medesima.

L'attacco militare diretto, infatti, non è il solo strumento nelle mani degli USA per “colpire” il regime iraniano. Esistono altri approcci, per ottenere una serie di risultati che nel medio periodo potrebbero rappresentare la vera chiave di volta per risolvere il “problema iraniano” e ricondurre, eventualmente, il Paese mediorientale al tavolo della trattativa, sempre che sia quello il vero obbiettivo degli USA.

Un breve excursus storico, permette di comprendere più agevolmente quale sia la visione iraniana delle relazioni con il mondo esterno e quali opportunità possano essere colte dall'amministrazione americana per rendere più efficace il confronto con Teheran, rispetto ad uno scontro militare diretto.

L'Iran, sin dai tempi in cui veniva indicato con il nome di Persia, ha posto ai vertici delle propria politica il timore di una invasione da parte di potenze straniere.  Questo approccio non è mutato nel corso dei secoli, ed è per questa ragione che non deve trovare credito la narrazione dei mullah secondo la quale alla base del loro agire ci sia l'”esportazione della rivoluzione iraniana”. Vi é da notare che in riferimento alla presunta volontà di esportazione della “via Iraniana all'Islam“ l'accettazione della rivoluzione di stampo iraniano nel mondo islamico, non trova grande accoglimento. La maggioranza dei seguaci del Profeta è sunnita, e poco gradisce una eventuale “penetrazione” sciita nei propri territori. E nemmeno l'approccio profondamente anti-occidentale ed anti-israeliano di Teheran sembra trovare miglior accoglimento nella maggioranza dei Paesi di fede maomettana.

Il timore che lo “straniero” possa conquistare l'Iran e “cancellare” il Paese, anche e forse soprattutto, sotto il profilo culturale, è un timore diffuso in tutta la popolazione iraniana. Anche la conquista Araba viene percepita come una intromissione illecita – di fatto una umiliazione - nella storia dell'Iran, nonostante risalga a quei tempi l'adozione del credo islamico e di molti degli usi e costumi ancora in essere in Iran.

Un testimonianza del timore che gli iraniani nutrono nei confronti della possibile invasione straniera, e delle conseguenze che esso produce anche in campo politico e in quello militare è rappresentata dalla guerra con l'Iraq, scoppiata nel 1980. Il regime del Rais di Bagdad aveva promosso il confronto con il vicino sciita azionando leve quali il razzismo, i sentimenti anti-persiani e il fervore nazionalista arabo, contribuendo ad scatenare in Iran forti sentimenti anti-arabi, ed alimentando ulteriormente il timore di una invasione da parte di questi ultimi, e rafforzando quindi la combattività dei militari iraniani.

Circa gli effetti politici e strategici che una possibile invasione induce tra i governanti iraniani è necessario osservare quanto accaduto, sempre in Iraq, nel 2003, quando è caduto il regime di Saddam Hussein.

Con la caduta del dittatore iracheno è andato perso il più importante “controllore” della politica iraniana, e ciò ha permesso all'Ayatollah Khamenei di adottare una politica militare espansiva. Teheran, infatti, ha provveduto a far proliferare in Iraq numerose milizie sciite, eliminare quelle sunnite - se non quelle sotto il proprio diretto controllo -  e vanificare le aspirazioni di indipendenza  kurde, trasformando il Paese in una sorta di protettorato iraniano.

Vale la pena rammentare che sono state le milizie sciite, finanziate da Teheran, le responsabili di molti attacchi ai danni dei soldati americani impegnati in Iraq. E proprio per dissuadere gli Usa dal compiere “sortite” in Iran, le autorità di Teheran hanno dotato le milizie irachene poste ai proprio servizio di sistemi missilistici piuttosto sofisticati.

E sempre al fine di ridurre al minimo la possibilità che l'altra potenza regionale possa colpire l'Iran, Israele, i mullah iraniani hanno fornito di sistemi missilistici la propria “longa manu” in Libano: Hezbollah. La presenza, sempre più massiccia del gruppo sciita ai confini settentrionali di Israele ha permesso a Teheran di “tenere sotto pressione” Gerusalemme, in vista di una eventuale guerra tra Hezbollah e lo stato ebraico.

Ma è stata la Siria la vera “cartina di tornasole” della politica del regime di Teheran; il conflitto scatenatosi nel paese ha permesso all'Iran, grazie al suo supporto ad Assad – Hezbollah, e personale militare iraniano, oltre che fondi e materiale -  di “allungarsi” verso il Mediterraneo. Gli ingenti aiuti concessi al regime di Damasco, infatti, hanno permesso all'Iran, da una parte di combattere le milizie sciite operanti in Siria, e dall'altra di addestrare i gruppi da esso controllati e da dispiegare in altre zone di proprio interesse.

Quello che si va delineando, quindi, sembra assomigliare molto a quello che in molti ritengano essere il vero piano geo-strategico di Teheran; un “impero sciita” che si estenda dall'Iran sino al Mediterraneo, una vera e propria “zona cuscinetto” che metta al riparo il territorio iraniano da qualsiasi minaccia di invasione straniera, oltre che rappresentare un importante “retrovia” nell'eventualità dovesse scoppiare una guerra tra Israele ed Hezbollah.

E la recente “acquisizione” del porto siriano di Latakia, che vedrebbe gruppi economici iraniani, legati alla “Guardie della Rivoluzione”, svolgere un ruolo di assoluto primo piano nella gestione della struttura portuale, ne sarebbe la conferma.  A questa si aggiunge la prevista costruzione di un collegamento terrestre che unirebbe l'Iran al porto siriano, e che transiterebbe anche in territorio iracheno.

RECIDERE GLI ARTIGLI DI TEHERAN

Quanto descritto sino ad ora potrebbe indurre a ritenere l'opzione americana per un attacco all'Iran quella più vantaggiosa, ma é doveroso ricordare che le cose non stanno andando esattamente come Teheran vorrebbe, e che proprio su ciò, ed in particolar modo sui sistemi che sono stati impiegati da altre potenze per impedire la completa realizzazione dei piani dei  mullah che dovrebbe guardare Trump.

Ad iniziare dalla tattica adottata da Israele, che grazie ai numerosi raid aerei in Siria e la distruzione, sempre da parte di IDF, di importanti strutture sotterranee che Hezbollah aveva fatto giungere nel nord di Israele, ha permesso di infliggere duri colpi alla strategia iraniana, rendendola alquanto inefficace.

Azioni come quelle intraprese da Gerusalemme dimostrano che l'adozione di misure rivolte a “sterlizzare” i “proxy” iraniani agiscono direttamente sull'efficacia dello “scudo protettivo” iraniano, andando a colpire proprio quella linea di difesa primaria che Teheran cerca costantemente di espandere e di rafforzare.

La distruzione degli impianti militari iraniani in Siria ed in Iraq, così come il contrasto delle operazioni degli “Houthi” in Yemen, sarebbe una misura di una certa efficacia per far comprendere ai mullah che i loro sforzi, mirati alla costruzione di uno scudo protettivo sono alquanto precari.

Per ciò che concerne le misure che la Casa Bianca potrebbe adottare direttamente nei confronti di Teheran, i “soft spots” iraniani sono diversi e coprono uno spettro di possibilità piuttosto ampio e differenziato; “guerra economica”, “operazioni psicologiche” - operazioni mirate ad orientare nel senso voluto i sentimenti e le opinioni della popolazione - “cyber warfare”, o le c.d. “gray actions”.

Inoltre, é utile ricordare che con l'adozione di queste misure, gli USA potrebbero girare a proprio vantaggio le “deniable actions”, così care a Teheran.

Tra le misure di natura economica che l'America potrebbe adottare ed in grado di danneggiare ulteriormente l'economia iraniana, vi é l'annullamento dell'esenzione che consente  all'Iraq di importare risorse energetiche – elettricità e gas naturale -  dall'Iran. Un provvedimento che se adottato, ridurrebbe il flusso di denaro che giunge nelle casse di Teheran, restringendo, di fatto, le possibilità di finanziamento dei diversi gruppi operanti fuori dai confini nazionali e alle dipendenze di Teheran.

E sempre per rimanere in campo economico, importanti effetti avrebbe abolizione da parte americana della non applicabilità delle nuove sanzioni americane nei confronti dello IRGC, che, come è ben noto, é uno dei principali promotori della politica estera iraniana. 

La “cyber warfare” lascia ampi spazi di azione alle operazioni mirate a “colpire” i sistemi di comunicazione e di controllo non solo delle forze armate iraniane, ma di una buona parte di quelle economiche.

Tra le misure “gray action” che Trump potrebbe avviare, ci sarebbe quella che prevede l'istigazione ed il sostegno di movimenti insurrezionali sia nelle campagne sia nei centri urbani che si concretizzerebbe in aiuti ai gruppi anti regime il cui compito potrebbe essere quello di incaricarsi dell'eliminazione di importanti figure del regime e del sabotaggio di importanti infrastrutture.

Lo scopo di queste operazioni sarebbe quello di costringere Teheran a sopportare maggiori costi modificando in tale modo il calcolo “costi/benefici” con una chiara influenza sulla allocazione delle risorse iraniane, costringendo i mullah a dirottare ragguardevoli risorse alla lotta contro tali gruppi, modificando, automaticamente anche i costi delle “operazioni ombra” progettate dall'Iran.

Certamente, come sempre accade quando si avviano operazioni come quelle sopra descritte, è necessario compiere una attenta analisi dell'implementazione che tali politiche comportano, oltre, naturalmente, ai contestuali problemi in ordine a quali gruppi sostenere e quali possano essere le conseguenze che tale sostegno potrebbe comportare una volta avviato.

In questa ottica dovrebbe escludersi qualsiasi tentativo volto a sostenere gruppi decisi a prendere direttamente il potere a Teheran senza la presenza, ai confini del Paese, di una più che consistente forza di Invasione. Un tentativo di colpo di Stato, infatti, sarebbe immediatamente soffocato dall'intervento dell'Esercito Iraniano e da quello, ancora più importante, delle IRGC.

L'attenzione che le operazioni di sostegno richiedono, è rappresentato da quanto avvenuto nel 2007, quando un gruppo sunnita arabo, legato ad Al Quaeda, aveva rivendicato l'attacco ad un oleodotto nel Khuzestan, nel sud ovest dell'Iran.

Il gruppo, che opera prevalentemente nelle provincie del Sistan e del Beluchistan, zone di confine con il Pakistan, e dove altri gruppi sunniti sono attivi, potrebbe rappresentare uno dei tanti gruppi che potrebbero rappresentare un mezzo idoneo a mettere sotto pressione dall'interno il regime iraniano, ma, a causa della sua limitata composizione etnica, così come tutta la galassia di gruppi e gruppuscoli arabi attivi nelle provincie meridionali iraniane, e al fatto che nella provincia del Beluchistan, il movimento “Baluch”, rappresenta una spina nel fianco anche per l'Arabia Saudita, storico alleato degli USA, l'appoggio a tali movimenti si presenta di fatto come una mossa di scarso valore tattico e strategico.

Sembra presentare maggiori possibilità di successo la regione dei Monti Zagros, posti nella zona occidentale del Paese. I militanti kurdi della provincia rappresentano una vera e propria fonte di preoccupazione per Teheran. I monti Zagros ed i suoi abitanti rappresentano per l'Iran una seria minaccia. I Kurdi, infatti,  hanno posto serissimi problemi già ad Alessandro,  all'invasione Anglo Russa del 1941, alla Rivoluzione iraniana, alla guerra Iraq-Iran ed addirittura all'invasione americana del 2003.

L'importanza che la zona ricopre per  l'Iran, infatti, è assai rilevante sia sotto il profilo militare si sotto quello politico ed economico.

La catena degli Zagros, rappresenta un elemento fondamentale per ciò che afferisce alla difesa dei confini nazionali iraniani, oltre che per l'inibizione della formazione di un governo regionale kurdo, e per il controllo di alcuni punti di passaggio verso la Siria. I monti Zagros, inoltre, sono oggetto di rivalità con la Turchia in materia di influenza regionale, oltre che a rappresentare un ottimo punto di transito per le milizie iraniane destinate ad operare all'estero e per il traffico illecito di beni e materiali, compresi il petrolio e materiale bellico. L'importanza degli Zagros, deve essere valutata anche alla luce di quella che è la politica del “dividi et impera” che Teheran adotta nei confronti delle varie etnie che vivono entro i confini nazionali iraniani.

Il regime iraniano si è abbondantemente speso per “pacificare” la zona, incontrando una fortissima resistenza, in grado di mettere a dura prova le forze armate iraniane, attirate in un duello senza fine con i gruppi di combattenti kurdi, che ha costretto a dirottare verso i Monti Zagros, ingenti risorse economiche, altrimenti destinate.

In questa ottica, quella della diversione delle risorse iraniane, gli Zagros rappresentano una delle chiavi di lettura della politica dei “proxies” adottata da Teheran. Lo stato di costante di instabilità protratto ha costretto Teheran ad immobiliz zare ingenti forze militari proprie, e la necessità di ridurre al minimo le  perdite tra di esse, ha obbligato i vertici del regime a  ricorrere a gruppi esterni per le operazioni in Libano, Siria ed Iraq, Afghanistan e Pakistan.

Secondo alcuni, però, la situazione lungo i monti Zagros non rappresenterebbe una minaccia così rilevante per i mullah, i cui obbiettivi andrebbero oltre il controllo e la pacificazione della catena montuosa.

Secondo altri, al contrario, il PJAK, è fonte di intensa preoccupazione per Teheran. I combattenti del PJAK, Partito per la Vita Libera in Kurdistan, ha inflitto sanguinose sconfitte  all'IRGC, alle “ Forze Quds” ed ai gruppi sunniti che fanno capo a Teheran. Il maggiore scontro tre forze del PJAK e quelle iraniane si è concluso con un pesantissimo bilancio per queste ultime, tanto che lo scontro è stato paragonato alla famosa battaglia di “Hamburger Hill” (maggio 1969, Valle dello A Shau, Vietnam) dove la vittoria tattica delle truppe statunitensi e sud vietnamite non mutò il quadro strategico a loro sfavorevole.

Le difficili condizioni del terreno, la necessità di impiegare prevalentemente la fanteria e condizioni climatiche assai mutevoli, oltre alla profonda conoscenza del territorio da parte dei membri del PJAK, rendono assai precarie le condizioni operative delle forze iraniane che non possono disporre del necessario supporto tattico dei mezzi corazzati. L'orografia degli Zagros, inoltre, pone grossi problemi logistici agli iraniani, costretti a supportare le proprie truppe combattenti attraverso accessi assai accidentati e lontani dalle fronti. Se a queste già difficili condizioni operative si aggiunge la presenza di velivoli americani impegnati in voli di ricognizione/interdizione, è facile comprendere quanto sia ostico per il regime iraniano avere ragione dei combattenti del PJAK.

Diventa quindi piuttosto facile presumere che un avvicinamento tra Washington e il PJAK, nonostante alcuni problemi di carattere politico – il riferimento alla Turchia é d'obbligo – rappresenterebbe un brutto segnale per Teheran.

Ma sul proscenio kurdo iraniano, è importante rammentare che non esiste solamente il PJAK e che altri gruppi sono attivi nella lotta contro il regime iraniano.

Questi gruppi, benché lontani da attuare un politica di unità, che li renderebbe assai più temibili anche di fronte agli Stati che si oppongono al processo di unificazione kurda, potrebbero rappresentare una importante risorsa per le operazioni americane. L'efficacia bellica di questi gruppi, infatti, non viene diminuita in alcun modo dalla loro frammentazione politica.

In ultima analisi, i Kurdi rappresentano il maggior pericolo interno per il regime iraniano, sia perché si sono dimostrati militarmente assai efficienti, sia perché si contrappongono culturalmente alle pretese egemoniche del clero sciita.

Sotto il profilo operativo, gli Usa potrebbero appoggiare i combattenti kurdi sia inviando loro istruttori militari sia fornendo e copertura aerea lungo il confine Kurdistan-Iran e le indispensabili forniture logistiche e belliche necessarie ad aumentare l'efficenza dei gruppi combattenti.

Sul tavolo esistono certamente altre opzioni, in grado di soddisfare le esigenze statunitensi di aumentare la pressione sul regime iraniano facendo ricorso alla situazione kurda. Tra queste sarebbe praticabile quelle dell'invio di forniture belliche attraverso degli intermediari, ma questa modalità di intervento annullerebbe i benefici che le precedenti modalità di intervento presenterebbero.

Riamane fuor di dubbio che una appoggio esplicito alle diverse fazioni kurde rappresenterebbe per gli Usa, sotto l'aspetto politico diplomatico una presa di posizione assai forte, ma rappresenta probabilmente il miglior strumento nelle mani dell'amministrazione Trump per non rimanere coinvolto in uno intervento diretto in Iran.

LA “MAXIMUM PRESSURE”

A far propendere la bilancia dalla parte della continuazione di una politica di non intervento militare da parte degli Usa, rimangono i risultati raggiunti grazie alla “maximum pressure” implementata da Washington soprattutto in materia economica.

Le posizioni, in materia, sono piuttosto articolate. Vi sono coloro che ritengono che la politica americana non possa sortire i risultati sperati per via della struttura interna del regime iraniano che non potrebbe permettersi alcuna concessione agli Stati Uniti, se non a fronte di qualche risultato tangibile. I sostenitori della inutilità delle sanzioni americane indicano anche l'annunciato abbandono del rispetto dei dettami del “5+1” da parte di Teheran – arricchimento del materiale fissile oltre la soglia concordata ed incremento del  numero di centrifughe in uso presso gli impianti nucleari iraniani –  utile materiale di scambio per l'Iran al fine di alleviare la stretta economica imposta da Washington. Altri osservatori indicano nel   probabile mancato rispetto delle misure sanzionatorie imposte dagli USA, da parte di Stati come la Russia, la Cina, la Corea del Nord o della stessa E.U.una delle “falle” presenti nel sistema sanzionatorio costruito da Trump, per isolare economicamente  la Repubblica Islamica.

Sotto il profilo storico, le pressioni economiche  imposte all'Iran, qualche risultato lo hanno  raggiunto. L'Ayatollah Khomeini, nel 1981, ha posto fine alla vicenda degli ostaggi americani detenuti nell'ambasciata USA di Teheran - senza per altro veder soddisfatte  tutte le proprie richieste - per via dell'isolamento nel quale si era trovato a causa della presa degli ostaggi stessa reso ancora più stringente dallo scoppio del conflitto con il vicino Iraq, e non, come molti hanno ritenuto, grazie all'incessante lavoro diplomatico che si era avviato per giungere ad una soddisfacente  risoluzione della vicenda per entrambe le parti.

Lo stesso Khomeini, otto anni più tardi, aveva accettato il “cessate il fuoco” nel conflitto che lo opponeva a Saddam Hussein, benché avesse giurato che non avrebbe mai sottoscritto un tale atto, consentendo, inoltre, la permanenza al potere di Saddam. La ragione del radicale cambio di posizione della “Guida suprema” iraniana  stava nell'impossibilità del regime di sopportare i costi della guerra, pena la perdita del potere.

Più recentemente, il Presidente Rouhani ha accettato di sedersi al tavolo delle trattative con il Presidente Obama, solo dopo l'approvazione delle sanzioni economiche approvate dal Senato americano.

Il quadro generale in cui si trova la Repubblica Islamica non è certo dei migliori; e sino a questo momento sembrerebbe che le sanzioni americane abbiano sortito un certo effetto sull'economia iraniana, complice anche il netto calo della divisa iraniana sui mercati valutari internazionali.

Si potrebbe obbiettare che i vertici iraniani possano sperare in una mitigazione degli effetti delle sanzioni Usa, grazie al non rispetto delle stesse da parte dei Paesi asiatici e, in misura ancora da definire, da parte delle aziende E.U. Una calcolo al quanto arrischiato perché il sistema economico di qualsiasi paese ha delle rigidità ben maggiori di quelle che presenta quello diplomatico. La perdita di una mercato come quello americano andrebbe ad incidere direttamente sui risultati economici di molte aziende sia asiatiche sia europee, e questo sia gli azionisti quanto gli uomini di affari o i manager , non lo possono accettare.

Vi è un altro aspetto che deve essere preso in considerazione, e che potrebbe rappresentare una utile “chiave di lettura” dell'attuale politica iraniana; le imminenti elezioni presidenziali americane. I vertici della Repubblica Islamica, che conoscono molto bene la politica USA, potrebbero attendere, sopportando così gli effetti negativi delle sanzioni economiche, sino alle prossime elezioni presidenziali, che potrebbero portare alla Casa Bianca un inquilino diverso da quello attuale. La politica iraniana sarebbe quindi rimodulata in funzione di quella adottata dalla futura amministrazione statunitense.

Al momento, quindi, a Teheran potrebbero convenire mantenere alto il livello di tensione nel Golfo Persico, proprio in attesa dell'esito delle elezioni presidenziali.

Ed è anche per queste ragioni che risulta evidente l'inutilità, per gli USA, di ingaggiare uno scontro diretto con l'Iran, nonostante i mullah non stiano facendo nulla per smorzare lo stato di tensione nello stretto di Hormuz.

L'amministrazione Trump deve resistere alla tentazione – come ha fatto quando ha dato l'ordine di interrompere il raid di rappresaglia dopo l'abbattimento del drone della Us Navy - di varcare la “red line” dell'intervento armato nel Golfo Persico; i modi ed i sistemi alternativi all'uso della forza ci sono per portare a “più miti consigli” i vertici iraniani.  Basta saperli e volerli usare.

 

Giancarlo Ronga è giornalista.  

 

 

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SOS per Torino, Italia

di Matteo Costa*

E’ notizia fresca che Torino abbia perso il salone dell’Auto, a vantaggio di Milano e mi vengono in mente un pensiero positivo, collegato alla mia milanesità viscerale, e uno negativo, collegato alla mia italianità genetica.

Sono felice per Milano, che con la sua giunta capace, con l’operatività dei privati e con la cooperazione dei due settori, oltre alle Olimpiadi invernali, ha portato sotto il proprio mantello anche il salone dell’auto, così da accelerare la crescita in termini di abitanti, ricchezza generata, servizi offerti e vivibilità che la sta contraddistinguendo sempre di più. Inutile dire che tutto ciò, rende fieri i milanesi.

Mi spiace e davvero molto, per Torino, città fraterna e meravigliosa il cui peccato originario è stato votare un sindaco e una giunta espressione del populismo più becero, di odiatori urlanti nei social, di ignoranti convinti di possedere la verità dopo averla letta sul sacro blog, avversi a qualsiasi innovazione perché foriera di soldi, che credono sempre di altri, e incapaci di vedere e capire che è compito della politica ridistribuire la ricchezza.

Compito delle amministrazioni comunali dovrebbe essere amministrare bene e bisogna saperlo fare. Nel votare il M5S, troppi torinesi se ne sono scordati e ora ne pagano le conseguenze sempre di più. Rinunciare alle Olimpiadi, e perdere il prestigiosissimo Salone dell’Auto, vuol dire aver perso centinaia di migliaia di turisti, italiani ma soprattutto stranieri, che avrebbero portato alla città, ma anche all’Italia, soldi. Avrebbero speso per dormire, per spostarsi, per nutrirsi e per divertirsi. Ma soprattutto avrebbero potuto portare a casa i loro ricordi e condividendoli coi loro amici, invogliarli ad andare a visitare la magnifica Torino, per godere dei suoi bicerin, del suo cioccolato, per ammirare Venaria, per godere del Museo Egizio, per godersi i suoi caffè, i suoi negozi e i suoi ristoranti. Come è successo a Milano con l’Expò.

Compito delle imprese è creare ricchezza, innovazione, progresso (e la politica dovrebbe assicurarsi che sia sostenibile) e se le si osteggia in continuazione e su tutto, come fanno i 5S con la TAV a Torino, ma con qualsiasi progetto di innovazione in generale, ci si può spartire solo la povertà. In realtà neppure quella, da ché è stata abolita dal governo del cambiamento.

Allora adeguiamoci, chiamiamola miseria: a Torino, aspettando la decisione sulla TAV, si sta imparando a condividere la miseria. Auguriamoci che da Torino questa attitudine non si diffonda anche a tutto il resto del paese.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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di Alessandro Volpi

A volte la storia conosce processi di rapida accelerazione di cui è davvero difficile prevedere i tempi, le forme e gli effetti, ma fin dal loro esordio sembra chiaro che saranno fulminei e destinati ad incidere in profondità. L'annuncio ad opera di Marck Zuckerberg di dar vita ad una nuova moneta pare proprio rientrare nella fattispecie degli eventi eccezionali che possono cambiare il mondo in pochi anni. Il gruppo Facebook, pur ammaccato da diversi scandali recenti e da alcuni passi falsi non banali, rappresenta ancora un colosso in grado di condizionare milioni e milioni di utenti-consumatori. L'idea di una moneta digitale per effettuare trasferimenti e pagamenti in rete, utilizzando smartphone, costituisce quindi una novità di enorme impatto per una serie di ragioni molto evidenti. In primo luogo tale moneta può contare sugli oltre 2,5 miliardi di utenti di Facebook e mira a raggiungere i quasi 2 miliardi di persone che non hanno un conto bancario ma dispongono di un telefonino, promettendo loro operazioni senza un’iniziale commissione. La Libra, questo il nome dato alla nuova moneta, potrebbe avere accesso dunque ad un numero di utilizzatori di cui dispone, ora, solo il dollaro. Inoltre, proprio perché concepita per effettuare in primis i trasferimenti di risorse da una parte all'altra del pianeta, tale moneta potrebbe diventare lo strumento per i decisivi flussi finanziari dei migranti, dei milioni di persone che si spostano nel mondo. A differenza dei già esistenti bitcoin o di altre criptovalute, Libra sarà una moneta stabile, basata su un valore reale rappresentato da titoli di Stato, altre monete e altri beni; sarà quindi una moneta non virtuale, a garanzia della quale si porrà anche un consorzio di finanziatori dell'iniziativa formato dalle principali società di carte di credito e da altri soggetti commerciali. Dal 2020, data del varo della Libra, il mercato delle valute e non solo quello potrebbe così essere stravolto da una moneta privata dall'enorme platea potenziale e dotata di  una forza sconosciuta. Alla luce di ciò si profilano subito alcuni problemi 1) Chi deciderà quante libre emettere, chi svolgerà i compiti della banca centrale di una simile moneta? Il progetto prevede che la creazione della nuova moneta faccia capo ad un organismo no profit situato in Svizzera, la Libra association, e distinto da Facebook, in grado di regolarsi in base alla domanda e all'offerta di libre per evitare svalutazioni e speculazioni secondo un processo quasi automatico. Ma questa soluzione appare assai semplicistica In pratica una delle monete più importanti del pianeta sarebbe prodotta in assenza di una banca centrale di riferimento e fidando solo sugli automatismi del mercato; farebbe la propria comparsa quindi una valuta privata senza alcuna traccia di politica valutaria, capace però di condizionare le politiche valutarie delle principali potenze del pianeta e, a differenza delle “tradizionali” cripto valute nate per decentrare i sistemi di creazione della moneta, caratterizzata da un forte accentramento delle decisioni in merito alla sua emissione. 2) Quale sarà l'ente preposto al controllo dell'attività della Libra e del suo soggetto di riferimento? Una moneta senza banca centrale e fuori, in pratica, da qualsiai perimetro regolatore rischia di sfuggire ad ogni controllo rappresentando un colossale anomalia. In questo senso risulta molto complesso definire anche come sia possibile garantire che la Libra sia dotata dell'indipendenza necessaria dalle pressioni particolari; una questione cruciale nel momento in cui tale moneta è comunque riconducibile a Facebook. Certo non può bastare la sorveglianza della autorità di vigilanza della Svizzera, paese in cui i ha sede la Libra association, già oberata da una infinita serie di controlli su migliaia di istituti finanziari con base nella Confederazione elvetica. 3)Proprio il legame con Facebook pone due ulteriori problemi. E' chiaro che per il gruppo di Zuckerberg avere una moneta diventerà uno strumento formidabile per garantire rendimenti finanziari ai propri titoli alterando la concorrenza sui mercati finanziari, senza considerare i tassi di rendimento delle riserve necessarie per creare la Libra. E' altrettanto evidente che Facebook disporrà di una ulteriore infinità di dati che si aggiungeranno a quelli già in suo possesso dando corpo ad un vero e proprio monopolio, magari destinato a veicolare fake news sulla stessa moneta con conseguenze rilevanti sui marcati. 4) La mancanza di controlli può favorire il ricorso a Libra da parte di grandi evasori e da parte di chi cerca canali di riciclaggio che risulta decisamente più semplice attraverso la nuova moneta rispetto ai canali tradizionali. Nel caso di Libra infatti non viene assicurato il legame tra gli indirizzi delle transazioni e l'identità di chi li controlla realmente; in sostanza si configura una gigantesca massa di soggetti opachi dentro cui sarà facilissimo nascondersi. 5) Infine si profila un aspetto molto rilevante di geopolitica. In quali monete sarà convertibile la Libra? In dollari, in euro? Quali debiti pubblici saranno acquistati a garanzia del suo valore? E' evidente che le monete e i titoli scelti dalla nuova moneta per stabilizzarsi determineranno le sorti dell'Europa e degli Stati Uniti, mentre è molto probabile che l’utilizzo di Libra ad opera dei soggetti privi di conto bancario indebolisca ulteriormente i paesi poveri con fughe di capitali. E ancora, esisterà un legame tra la nuova moneta e gli smartphone utilizzati per i suoi trasferimenti? E’ probabile che lo scontro tra Stati Uniti e Cina, di cui la vicenda Hawuei è un paradigma, non resti esclusa dagli effetti della Libra. In altre parole una valuta privata, creata dal  monopolista dei social, sarà nelle condizioni di definire i destini del pianeta. Non una bella prospettiva.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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di Prof. Alessandro Volpi

Sono molte le dichiarazioni di esponenti di punta del governo e persino da parte di autorità di controllo, come nel caso di Paolo Savona, presidente Consob, che lasciano intendere con chiarezza la volontà di non mettere mano al contenimento del debito pubblico. Anzi, sembra sempre più diffusa l'idea di favorire un'esplosione dell'indebitamento per sostenere "gli interessi" degli italiani; in altre parole sta prendendo corpo una vera e propria celebrazione del debito, sorretta da varie motivazioni, dalla forza del risparmio privato del paese, le cui attività finanziarie sono state stimate dallo stesso Savona in 16 mila miliardi di euro, alla possibilità di emettere monete parallele sotto le mentite spoglie dei minibot fino ad una generica sostenibilità generata da una miracolistica crescita che scaturirebbe ipso facto dalla violazione delle regole europee. In realtà, purtroppo, appare ormai chiaro che il livello di indebitamento pubblico italiano è diventato patologico sia per il suo costo di mantenimento in termini di interessi, stabilmente superiore ai tassi di crescita del paese, sia per l'eccessiva dipendenza dalle politiche monetarie della pur benevola Banca centrale europea. Non devono illudere infatti i buoni collocamenti di titoli di Stato avvenuti di recente perché si tratta di operazioni non realizzate attraverso vere e proprie aste, ma condotte invece da consorzi bancari, dietro ai quali si pone ancora in maniera decisiva il fiume di liquidità garantito dall’istituto presieduto fino a fine ottobre da Mario Draghi e che certo non basterebbe comunque a finanziare la forte crescita della spesa pubblica nei prossimi anni, a cominciare da una lievitazione della spesa pensionistica destinata a passare, secondo le stime dello stesso Documento di programmazione economica del governo, da 261 a 287 miliardi di euro in un quadriennio. Dunque, una volta abbandonato il piano della narrazione social e dei ringraziamenti dovuti al presidente della Bce per atterrare su quello della realtà, al fine di evitare seri rischi di insolvenza e di conseguente ristrutturazione del debito italiano, occorrerà trovare risorse in grado di ridurre la montagna debitoria: una necessità non solo imposta dai vincoli europei ma, in maniera ben più stringente, dall'esigenza di trovare compratori disposti a sottoscrivere il nostro debito. Le strade in tal senso non sono molte. Se si escludono ulteriori ondate di privatizzazioni, viste le estreme difficoltà a realizzare quelle già previste, e già conteggiate nella riduzione del debito, e se non si concepiscono altrettanto improbabili spending reviews, assai complesse nell'attuale ordinamento istituzionale, la soluzione perseguibile nei tempi stretti imposti dalla gravità della crisi è praticamente una sola. Si tratta di aumentare le entrate. Anche in questo caso le opzioni sono pochissime; o si procede ad una reale riforma fiscale o si ricorre alla formula magica delle una tantum e dei condoni che pare essere quella intrapresa dal governo giallo verde. L'intenzione, a più riprese esplicitata, di realizzare la flat tax - che comporta una riduzione del gettito fiscale - accrescendo il deficit, e quindi il debito, e di non far scattare l'aumento dell'Iva, con un costo totale di una cinquantina di miliardi di euro, impone di adottare misure per far cassa di ampie dimensioni e senza andar troppo per il sottile. Così, dopo aver chiesto dividendi “straordinari” alle partecipate di Stato, prende corpo la prospettiva di "condonare" i contanti non leciti conservati nelle cassette di sicurezza, aprendo una formidabile porta al riciclaggio di Stato, così si immaginano nuove rottamazioni delle cartelle e nuovi saldi e stralci, a cui si aggiungeranno altre operazioni di "emersione" dei capitali e dei beni sempre più favorevoli per gli evasori. E' chiaro che, in una simile ottica, sarà improponibile qualsiasi lotta alla gigantesca evasione perché gli evasori diventeranno la principale controparte della "politica" fiscale dello Stato e saranno loro a dettare le condizioni proprio perché le risorse dei molteplici condoni, delle sanatorie e degli scudi fiscali tenderanno a divenire l'asse portante delle varie leggi di bilancio poste in essere anno per anno senza alcuna strategia di medio periodo. Non ci può essere fedeltà fiscale in un paese che sceglie di trattare continuamente con gli evasori perché da essi fa dipendere i propri conti; una considerazione che risulta molto pesante per una realtà come quella italiana dove l'evasione è già diffusissima e in crescita, assai più di quanto avviene in altre parti d'Europa. La questione fiscale, come accennato, dovrebbe essere affrontata invece a livello nazionale con una profonda riforma che migliori la progressività del prelievo, spostando il carico dal lavoro ai patrimoni e alle rendite, e a livello europeo con strumenti volti ad aggredire i colossi della digitalizzazione e della finanza.Far aumentare il debito e ricorrere alle una tantum significa rinunciare alla politica economica per coltivare un consenso malato; significa non affrontare i problemi affidandosi alla purtroppo vincente narrazione populista che regge fino al fallimento dello Stato, come hanno dimostrato varie esperienze sudamericane.

Alessandro volpi, Università di Pisa

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Una lezione preziosa

di Giancarlo Ronga*

Quello comparso il 6 Giugno scorso sul sito del ”The Atlantic”, la prestigiosa rivista statunitense a firma di David Frum è un articolo di grandissimo valore, che rappresenta una utile “chiave di lettura” di ciò che sta accadendo in questo ultimo periodo, non solo negli Stati Uniti, ma in gran parte dell'Occidente.

L'articolo, dal titolo “Il fantasma del D-Day”, ed uscito proprio in occasione delle celebrazioni per il 75 anniversario dello sbarco Alleato sulle spiagge della Normandia, muove da premesse del tutto differenti da quelle che sono le tipiche “assunzioni” politico-storigrafiche in voga nel nostro Paese circa la Seconda Guerra Mondiale e, per una qual verso, modifica l'interpretazione sino ad ora data circa l'  evoluzione politica che dal 1945 è giunta sino a noi.

Partendo dalla avversione che il Generale De Gaulle provava nei confronti delle celebrazioni per lo “Sbarco” - non hai preso parte ad una sola celebrazione -  Frum tocca argomenti delicatissimi, come il ruolo avuto dalla Francia nel conflitto, la posizione di “tolleranza” degli Alleati - Angloamericani in particolare - per transitare attraverso la responsabilità della sconfitta francese del 1940 alla politica isolazionista americana dell'epoca, incapace di comprendere quale fosse la situazione che si era andata a creare nel 1933 nel “lontano” “Vecchio Continente” e giungere quindi alle conclusioni del ragionamento sino a quel punto sostenuto.

Ma Frum va oltre, analizzando quello che era il “sentimento” che la sconfitta subita dalle armi francesi ad opera delle divisioni tedesche aveva creato, o forse sarebbe meglio dire “ restaurato” e riportando il tutto a quello che è l'attuale “mood” affermatosi, principalmente, con la Presidenza Trump. 

I riferimenti all'attuale “filosofia Trumpiana”, quindi, sono evidenti ed a questo “isolazionismo” ed all'integralismo che secondo l'autore,  lo sottintende, che sono rivolte le sottili, ma devastanti, critiche di una delle “penne” di maggior spessore del panorama giornalistico statunitense.

“Charles de Gaulle trovava il ricordo del “D-Day” così doloroso, che si è sempre rifiutato di partecipare alle cerimonia commemorative dell'invasione della Normandia per tutti gli 11 anni in cui è stato Presidente della Repubblica francese”esordisce Frum.

De Gaulle non ha mai invitato i capi di governo dei paesi alleati né nel 1964, in occasione del ventennale dello sbarco, né nel 1969, né per le celebrazioni per i 25 anni anni di quella che viene considerata la più grande operazione anfibia mai realizzata dall'Uomo.

Il presidente Dwight Eisenhower, nel discorso tenuto in occasione dei 10 anni di “Operation Overlord” aveva cercato di non urtare la sensibilità dei francesi nei confronti del “D-Day”, evitando accuratamente di nominare il ruolo avuto gli Stati Uniti e dalle sue Forze Armate. Nella sua allocuzione, infatti, Eisenhower aveva fatto esplicito riferimento ai tre comandanti britannici dell'operazione, ai tre francesi ed ad uno sovietico, senza mai far menzione di un solo alto ufficiale americano.

“Ike” ha anche accreditato la vittoria: “allo sforzo congiunto delle nazioni collaboranti”, aggiungendo:“tale successo è dipeso dalle capacità, dalla determinazione e dal sacrificio di uomini provenienti da diversi paesi”.

Continua Frum:”L'esperienza della Liberazione è complessa per tutti i paesi che l'hanno sperimenta nel periodo di tempo che va dal 1943 al 1945, ma forse in nessun altro posto come in Francia questa complessità è così tangibile. Nell'immaginario americano del 1944, la Francia viene dipinta come una trionfo di grida inneggianti all'arrivo degli Alleati e di ragazze che baciano i GI, oltre che una sorta di sfondo coreografico dove i carri armati ed i camion Alleati scorrazzavano in lungo ed in largo, diretti verso i confini tedeschi. E, a seconda dell'umore del momento, si tende a romanticizzare il ruolo svolto dalla Resistenza, oppure a condannare i collaborazionisti, dimenticando quanto in realtà le due posizioni fossero contigue, tanto che spesso il collaborazionista era, a seconda del momento, anche un membro della Resistenza”.

Dopo queste affermazioni, che fanno piazza pulita di certe antistoriche e ideologiche, prese di posizione, l'autore affronta il tema dell'occupazione tedesca e del regime di Vichy prima, e della Liberazione dopo.

Scrive Frum:” Prima di essere liberati si deve essere sconfitti. Tutto ciò che parla del “D-Day” parla, contemporaneamente, della sconfitta francese del 1940. Quando il 14 Giugno De Gaulle mise piede in Normandia per la prima volta dopo lo sbarco per compiere una visita della durata di  un solo giorno, fece la spola tra la Francia e l'Inghilterra a bordo di una nave della Royal Navy. La formazione del governo provvisorio dal lui guidato, era frutto della benevolenza americana e britannica, e ciò porta direttamente a riflettere circa la posizione che la Francia ha assunto quale “alleato” di Americani ed Inglesi ”.

Frum, a questo punto, ripercorre quella che è stato il ruolo giocato dalla Francia di Vichy nel corso della Seconda Guerra Mondiale:” Per quattro anni Vichy ha aiutato e sostenuto la Germania. Nel 1940 la sua aviazione ha bombardato Gibilterra. Le tasse pagate dai cittadini francesi sono state versate nelle casse degli occupanti tedeschi”.

Frum, qui cita per la prima volta il caso italiano, ponendo in chiara evidenza la differenza di trattamento che venne riservata ai due paesi:” Quando l'Italia, nel 1943, è passata dalla parte degli Alleati, venne trattata come una nazione liberata, ma non le venne concesso lo status di “alleato”. La posizione francese, subito dopo lo sbarco, dipendeva unicamente dalla “buona disposizione” degli Angloamericani, e per De Gaulle, questa situazione veniva a malapena tollerata”.

Frum, passa quindi a dimostrare, citando parte del discorso che il generale francese ha tenuto  il 25 Agosto del 1944, dopo la liberazione di Parigi quanto sia stata surrettizia la restaurazione dell'”orgoglio” francese:” Parigi! Parigi violata! Parigi spezzata! Parigi martirizzata! Ma Parigi liberata! Liberata dai suoi abitanti con l'aiuto delle forze armate francesi, con l'aiuto di tutta la Francia, della Francia che combatte, dell'unica Francia, della vera Francia, dell'eterna Francia! Non sarà sufficiente che si sia cacciato (l'invasore...), con l'aiuto dei nostri cari ed ammirevoli alleati, dalle nostre case, per considerarci soddisfatti dopo quello che è avvenuto. Vogliamo entrare nel suo territorio come è lecito che sia, da vincitori”.

L'autore fa notare come la Francia sia realmente penetrata nel territorio del Reich come una potenza vincitrice, rifornita totalmente dagli Usa, subordinata al comando americano, posizione di sudditanza dove rimase sino al 1944-45. Frum spiega quindi,  che alla Francia venne concessa una zona esclusiva di occupazione del territorio tedesco oltre alla posizione di membro permanente all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre l'Italia – e qui l'autore tocca per la seconda volta il ruolo avuto dal nostro Paese nell'immediato dopoguerra – non sarebbe stata a far parte dell'Onu se non 10 anni dopo la fine della guerra, nel 1955.

Per l'autore, i vertici politici e militari Alleati hanno voluto credere alla “narrazione” di De Gaulle che accreditava la Francia, quella che aveva combattuto al proprio fianco la Germania Nazista, quale la vera ed unica nazione Francese, anche se era a tutti noto, che le cose non stavano come le aveva descritte il generale.

Ed è qui che Frum contribuisce ad una comprensione più approfondita di quello che era stato il significato reale della sconfitta militare francese di fronte alle incalzanti forze armate tedesche:” Le ferite che la sconfitta del 1940 ha inflitto al tessuto sociale possono essere fatte risalire a quanto avvenuto qualche decennio prima, se non oltre. La parte conservatrice e cattolica della Francia, ha reinterpretato la sconfitta del 1940 come una sconfitta non solo della Francia secolare e liberale, ma di quella che aveva detenuto il potere sin dalla fondazione della Terza Repubblica, nel 1871, e in particolar modo a far data dall' ”affair Dreyfus”, nel 1894. Quando lo scrittore reazionario Charles Murras, venne condannato all'ergastolo per le sue attività di collaborazionista, sembra abbia commentato: ”Questa è la vendetta di Dreyfus”.

Frum ripercorre quelle che sono state le posizioni assunte da moltissimi francesi negli anni dell'occupazione tedesca:” Molti imprenditori di rilievo e molti di coloro impiegati nel settore pubblico hanno collaborato, per opportunismo o per necessità, con gli occupanti. I tedeschi hanno tenuto in ostaggio centinaia di soldati francesi prigionieri dopo il 1940. E molti sono stati gli esponenti di rilevo della società francese, tra questi numerosi intellettuali e uomini di Chiesa, che hanno  collaborato con i nazisti, spinti da una sorta di strano “convincimento”. Tra questi – fa notare Frum – il cardinale Alfred Baudrillart, che nel sostenere la campagna di arruolamento dei volontari francesi inquadrati in quella che era stata denominata la “Lega Antibolscevica”,  che avrebbero combattuto ai fianco dei tedeschi in Russia, aveva affermato: ”Come posso io, in un momento così decisivo, rifiutare di appoggiare un'iniziativa così nobile da parte tedesca, volta a liberare la Russia dall'oppressione che l'ha attanagliata per 25 anni, soffocando le sue tradizioni umane e cristiane, liberare la Francia, l'Europa, ed il mondo intero dal più pericoloso e sanguinario mostro che l'umanità abbia conosciuto, che eleva (... l'iniziativa tedesca...) le persone al di sopra dei propri personali interessi e che ricostruisce quel senso di fraternità che data dai tempi del Medio Evo Cristiano?”.

David Frum passa poi a descrivere ciò che avvenuto in Francia durante l'occupazione nazista in termini molto interessanti, mettendo così in evidenza una “linea temporale” con quanto sta accadendo ora negli Stati Uniti, e non solo.

“La sconfitta subita dalla Francia ha permesso a personalità come quella (...del Cardinale Baudrillart...) di iniziare una guerra civile culturale e ripulire la Francia dalla tradizione rivoluzionaria espressa dalle parole “Libertà, Eguaglianza, Fraternità” sostituendola con il motto di Vichy:”Lavoro, Famiglia, Patria”.  Sin dal 1905 la Francia era stata definita come uno stato secolare. La Chiesa cattolica era stata ridotta ad una setta, esattamente come le altre religioni ammesse, Protestantesimo, Ebraismo ed Islamismo. Anzi. Proprio a proposito di quest'ultima fede, il governo francese aveva voluto la costruzione di una grande moschea per ringraziare i molti mussulmani che avevano vestito la divisa dell'esercito francese combattendo nella Prima Guerra Mondiale. Al cimitero di guerra di Verdun, inoltre, era stato dedicato uno spazio totalmente riservato ai caduti di fede islamica, isolato dagli altri, e orientato verso la Mecca. Con la nascita del regime di Vichy, tutto questo ebbe fine” spiega il giornalista, che continua nella sua analisi scrivendo– la sconfitta della Francia per mano tedesca è stata reinterpretata ideologicamente come una vittoria della “Francia profonda” su  quella “Francia metropolitana”, descritta come superficiale e liberale. In questa ottica la “Sottomissione” alla Germania veniva reinterpretata dagli ideologi di Vichy, come una “Redenzione”. E la conflittualità, l'odio che i francesi avrebbero dovuto nutrire verso i tedeschi, venivano dirottati verso le potenze “anglosassoni”, dipinte come “liberali” e “materialiste”. Spesse volte, infatti,“Topolino”,“Paperino” e “Braccio di Ferro”  venivano rappresentati dalla stampa di regime mentre bombardavano la Francia, sotto la direzione dai loro “padroni” ebrei”.

La possibilità di dirottare i sentimenti di odio e di avversione nei confronti degli Alleati era fornita dalla guerra stessa, come fa notare l'autore del lungo articolo:”I bombardamenti Alleati sulla Francia prima del 1944 e l'arrivo delle truppe di terra presenti in Francia dopo il 1944, hanno arrecato più danni alle città francesi di quanto non avessero fatto i tedeschi in poche settimane di guerra. Il porto di Le Havre è stato bombardato 132 volte nel periodo compreso tra il 1940 ed il 1944. Il raid finale del Settembre 1944, ridusse il centro della città in cenere, uccidendo 5000 persone, ferendo e rendendo dei senza tetto decine di migliaia di abitanti. L'attuale moderna città che è stata edificata sul quello che era stato il vecchio centro di Le Havre, rappresenta un monumento al prezzo pagato dai francesi per la loro liberazione”.

L'analisi di David Frum, a questo punto si sposta nel tempo, e affronta il tema degli effetti che il regime di Vichy ha avuto sulla evoluzione politica del paese transalpino:” L'entusiasmo per l'antiliberalismo di Vichy ha permesso l'affermarsi di uno strana fluidità nella politica francese durante e dopo la guerra. Francoise Mitterand, il futuro leader dei socialismo francese, aveva iniziato la sua carriera politica tra le file dell'estrema destra, lavorando, per un certo periodo di tempo, alle dipendenze del governo di Vichy. Elettro Presidente, Mitterand ha aumentato il salario minimo, ha introdotto la settimana lavorativa di 39 ore, ha nazionalizzato alcune istituzioni finanziarie e soppresso la pena di morte. E ha fatto ciò che De Gaulle non ha mai avuto il coraggio di fare: celebrare lo sbarco in Normandia. E' stato Mitterand, infatti, ad invitare il presidente Reagan nel 1984 alla cerimonia per i 40 anni del “D-Day”. Eppure, Mitterand è sempre stato amico ed ha sempre “protetto” dalle accuse di crimini contro l'umanità per aver deportato decine di migliaia di ebrei francesi, l'ex capo della Polizia del regime di Vichy,.Ma il caso di Mitterand,- scrive Frum – non è isolato ; l'ex Capo della Polizia non è stato l'unico personaggio del Regime collaborazionista che ha goduto di protezione sotto la Repubblica. E come ha spiegato il giornalista francese René Rémond, replicando un po' sarcasticamente a Roger Cohen del New York Times:” Tutti loro hanno qualcosa da nascondere””.

Ed proprio dopo questo lungo excursus nella Storia francese che Frum raggiunge il suo obbiettivo primario. Mettere in relazione quanto avvenuto in Francia 79 anni, fa e quello che sta accadendo oggigiorno negli USA:” Quando gli americani decidono di ricordare questa triste storia, lo fanno da una posizione di vantaggio...Geografico. Il tempo ci sta separando dai ricordi più vividi e crudi di quella che è stata la Seconda Guerra Mondiale. I ricordi americani di quel periodo hanno assunto toni sempre più trionfalistici. Ed è di interessante osservare l'atteggiarsi del presidente Trump nel corso delle manifestazioni commemorative che si sono svolte in Francia e nel Regno Unito. La Francia è stata sconfitta nel 1940 e la ragione di quella sconfitta deve essere ricercata nell'atteggiamento di - ASSENTE INGIUSTIFICATO - dallo scenario europeo dopo il 1919.

L'assenza ingiustificata degli Stati Uniti dal proscenio della politica europea  è stata determinata dai propri leader che avevano sposato la medesima, grossolana, tesi del protezionismo e dell'isolazionismo, ed addirittura il medesimo slogan “Prima l'America”, esattamente come ha fatto Trump.

La disamina, forse sarebbe meglio chiamarla vivisezione, che il giornalista del “The Atlantic” compie, è durissima: “ Eppure gli stessi americani non sono immuni da quella che potrebbe essere definita la “Sindrome di Vichy”, quella sindrome che pone la guerra culturale contro gli oppositori interni al di sopra della difesa degli interessi nazionali e della sovranità nazionale. Gli americani non sono nemmeno immuni– conclude Frum questo delicatissimo passaggio - da quella politica di estremismo illiberale che aveva caratterizzato e che era stato alimentato ad arte sotto il Regime di Vichy”.

E per in qualche modo dimostrare quanto sta avvenendo sul piano politico negli Stati Uniti, il giornalista fa riferimento ad una diatriba sorta qualche giorno fa tra gli analisti e gli studiosi conservatori, caratterizzata da una certa confusione alimentata anche da spiegazioni del fenomeno in oggetto che non contribuiscono a fare la necessaria chiarezza. In termini estremamente sintetici Frum scrive:” Si tratta del concetto di “Integralismo”, o meglio alla riabilitazione di questo. Di quella forma di politica caratterizzata da quell'integralismo cattolico sposato da Charle Maurras e dagli altri intellettuali di Vichy. Viene facile pensare che questo approccio rappresenti la peggiore delle “vie” intellettuali percorribili, ma così non è”.

Frum, infatti, spiega come la salita alla Casa Bianca di Trump:” Abbia dato il via a numerose speculazioni circa presunte analogie tra la situazione politica odierna e quella degli anni '30: si tratta di un errore. La nostra “esperienza” non è assimilabile a quella di quel periodo; non abbiamo esperienza personale di quella che era stata la carneficina della Prima Guerra Mondiale. Ed inoltre non abbiamo avuto conoscenza diretta di quella che è stata la “Grande Depressione” o delle agitazioni politiche che avevano caratterizzato la vita pubblica a Parigi o a Berlino nel periodo tra le due Guerre. E non siamo minacciati dalla possibilità di vedere i Comunisti prendere il potere. Questo non è il 1933”.

David Frum a questo punto, pone un quesito fondamentale: “ Le pulsioni umane che hanno permesso ai Fascisti ed ai Comunisti di prendere il potere, esistono ancora?” 

La risposta è affermativa, e non lascia spazio a dubbi:” Si, quelle esistono ancora. E hanno rappresentato ed ancora rappresentano una potente arma per gli estremisti di ogni genere, in un momento travagliato come il nostro, caratterizzato dalla “Grande Recessione” del 2008-2009, e nel pieno del fenomeno dell'immigrazione di massa avviatasi nel 2010. Il maggior beneficiario di questi impulsi è stato Donald Trump, ma non è il solo, come dimostra quanto sta accadendo in Francia e negli Stati Uniti ”- spiega Frum che conclude il suo articolo affermando - ”ma questa volta non ci sarà un “D-Day”a sconfiggere queste pulsioni; rimane solo il rinnovato impegno nei confronti di quegli ideali che proprio quei soldati, provenienti da diversi paesi, che hanno preso parte al “D-Day”, 75 anni fa, hanno fatto propri”.

 

* Giancarlo Ronga è giornalista.

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Di Prof. Alessandro Volpi

Abbiamo una storia “populista”? Questa domanda pare ormai inevitabile alla luce dell’attuale stagione politica italiana e, in maniera molto sintetica, si possono individuare alcune tappe in tal senso. 1) La reazione all'illuminismo e all’ondata napoleonica: i movimenti controrivoluzionari al grido di "Viva Maria", le folle di contadini armati di rosario e forcone che si sollevavano contro le "repubbliche" italiane e che prefiguravano un chiaro scontro tra "popolo" ed élites hanno costituito un primo tratto populista. In quest'ottica si collocava l'utilizzo a fini politici della religiosità in una duplice maniera; attraverso il principio della legittimità divina del potere e quello della fede popolare, del Sacro Cuore di Gesù, delle Madonne Piangenti e delle molteplici "superstizioni" contadine, fondate su una visione miracolistica e antiscientifica dell'esistenza collettiva. 2) Le manifestazioni di ciò che è stato qualificato in maniera sbrigativa come "brigantaggio". Sia l'Italia dell'accentramento piemontese sia la storiografia e la letteratura che l’hanno raccontata non hanno a lungo mai considerato il disagio sociale di vaste parti del paese, non solo del Sud; un disagio su cui ha agito proprio il culto religioso, concepito come l'adesione ad un modello culturale spontaneo, naturale, tradizionale a cui contrapporre lo Stato affamatore e responsabile della leva obbligatoria, in una prospettiva che diventava immediatamente antipolitica e antiparlamentare. 3) Nel cosiddetto brigantaggio agivano due ulteriori elementi centrali per la cultura del populismo; il ripudio della rivoluzione e la rivolta fiscale. Alla rivoluzione era preferita la ribellione, coerente con la natura spontaneistica delle agitazioni sociali, in primis indirizzate a lottare per il pane; dai moti per il macinato, a quelli per i generi di prima necessità che caratterizzarono tutta la seconda parte dell'Ottocento, coinvolsero i fatti del 1898 e arrivarono alla settimana rossa, alle agitazioni dell'estate del 1917 e al biennio 1919-1920. In tutti questi casi la spinta delle ribellioni era la crudezza della fame e, non a caso, il loro inizio era costituito dall'assalto ai forni di manzoniana memoria: un assalto antipolitico e populista. La ribellione fiscale si legava a questo tema della fame per assumere poi un connotato più generale di rivolta antistatale; lo Stato delle élites, dei notabili, dei parlamentari tassava per mantenersi, per garantire i privilegi di pochi, difesi dalla politica, e non si occupava del popolo. Non esisteva una dimensione della nazione, capace di far convergere nello Stato le aspettative popolari. 4) Il populismo antistatalista passava attraverso la costruzione di una "società parallela", non integrata nelle istituzioni e rappresentata dalla capillare realtà della carità cristiana, fondata sulle parrocchie come luoghi di aggregazione sociale e esplicitata prima nelle posizioni ultrareazionarie di Gregorio XVI e di Pio IX e poi nella dottrina sociale della Chiesa avviata da Leone XIII e trasformata da Pio X nella "riconquista" cristiana contro la laicizzazione dello Stato. Si trattava di un universo in cui il fedele veniva prima del cittadino e il popolo era quello dei credenti. Questo modello di società cristiana trovò la propria espressione nel corporativismo inteso come lo spirito di adesione ad un'idea comunitaria della vita sociale, il cui fondamento era appunto la fede, prima nella Chiesa e poi, quando il fascismo fece proprio il corporativismo, nello Stato fascista. Tale Stato antipolitico voleva sublimare le differenze sociali ricorrendo ad un forte spirito identitario. 5) Il fascismo contribuì in più modi al populismo; coltivò l'antipolitica declinandola nell'efficace antiparlamentarismo, adottò il lessico della propaganda miracolistica che non considerava le condizioni reali – emblematica la celebrazione del "me ne frego” - mirò a costruire l'uomo fascista con i linguaggi più diretti, dalla musica popolare, al cinema "facile", alla radio per tutti, alle letture di larghissima diffusione. Usò l'idea di uno Stato nel quale riconoscersi senza mediazioni in un processo di dissolvimento della rappresentanza in nome della sicurezza degli italiani, "figli" di un padre attento. 6) Nel dopoguerra il populismo dovette fare i conti con la pedagogia costituzionale dei partiti di massa: gli anni di Dc e Pci furono quelli in cui il populismo tese ad essere meno incisivo, ma riuscì comunque a sopravvivere sotto vari aspetti. Anche i grandi partiti coltivarono un consenso che si reggeva sull'idea di una militanza fideistica e la Dc fu rafforzata dalla propria natura confessionale. Esisteva una narrazione per cui gli italiani avevano radici nella tradizione popolare, più forte del Risorgimento e della Resistenza. L'italiano storicamente sano e al contempo furbo, nei confini di una legalità celebrata in modo formale, era il soggetto su cui fondare la nuova Repubblica; il popolo aveva sempre ragione in nome del consenso elettorale e le élite dovevano essere organiche alla costruzione di tale consenso o esaurivano la loro funzioni. Per accondiscendere ad un simile consenso si doveva realizzare un miglioramento della vita degli italiani cercando di non fare ricorso al carico fiscale e prediligendo il debito pubblico; proprio il ricorso al debito è stata un'espressione di quella visione miracolistica della società, tipica del populismo italiano di lunga durata. Non è un caso, così, che l'unico momento in cui l'Italia ha vissuto un miracolo è stato quello in cui ha provato a fare a meno dei miracoli e si è impegnata per migliorare la vita del paese.

Alessandro Volpi, Università di Pisa.

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Di Prof. Alessandro Volpi

Il debito pubblico italiano ha assunto ormai dimensioni decisamente critiche ed ha bisogno di compratori perché non è pensabile che continui ad essere finanziato dalla Banca d'Italia e da altre banche italiane, attraverso la liquidità della Bce, come è avvenuto in larga misura negli ultimissimi anni. Se per coprirlo non si intende procedere lungo la strada del prelievo forzato sul risparmio degli italiani, è necessario quindi che i titoli del nostro debito recuperino credibilità anche in previsione del giudizio delle agenzie di rating. Non bisogna dimenticare che se il debito venisse ulteriormente declassato, finirebbe per essere classificato come 'spazzatura' e quindi non potrebbe più essere acquistato dagli investitori istituzionali che, anzi, sarebbero spinti dalle autorità di controllo sui loro bilanci a venderlo. In questo senso è bene aver altrettanto chiaro che il problema per la finanza pubblica italiana non discende dalle sanzioni europee in se stesse, ma dalle conseguenze che queste potrebbero avere proprio sui potenziali, indispensabili, compratori di titoli. Il combinato disposto di eventuali declassamenti e di sanzioni europee toglierebbe definitivamente qualità al debito italiano obbligando il Tesoro alla sua dolorosa ristrutturazione; ciò significherebbe il rimborso solo parziale dei creditori dello Stato italiano e dunque l'avvio di un default. Sembra che questo percorso sia già purtroppo in parte tracciato e la sensazione è che si stia facendo di tutto per accelerarlo. Non si capisce che senso abbiano infatti proposte come quella dei minibot o della moneta fiscale. I minibot sono stati concepiti - peraltro da una mozione parlamentare bipartisan votata da maggioranza e opposizione - per pagare i debiti dello Stato verso i creditori delle pubbliche amministrazioni; si tratta di un obiettivo importante, vista la forte esposizione che tali enti hanno ancora verso i loro fornitori, pari a circa 60 miliardi di euro. L’utilizzo dei minibot avrebbe lo scopo di liquidare subito tali crediti, con benefici per le aziende e i soggetti interessati, evitando di coprirli con un aumento del carico fiscale o con incrementi del Debito pubblico. I minibot, a differenza dei titoli di Stato, infatti non accrescono subito il debito statale perché non vengono considerati nella contabilità pubblica fino a quando lo stesso Stato o le amministrazioni locali non procederanno a pagarli “realmente”. In questo senso dovrebbero funzionare in maniera analoga ai crediti fiscali che potrebbero essere messi in circolazione per pagare debiti dello Stato e poi rivenduti. Chi vanta crediti nei confronti dello Stato potrebbe essere pagato, in tale prospettiva, con uno sconto fiscale che potrebbe essere ceduto ad altri come se si fosse in presenza di una moneta. Anche in questo caso il debito non salirebbe e la speranza, nutrita dagli ideatori sia dei minibot sia dei crediti fiscali, è quella che nell'arco di tempo compreso fra la loro emissione e la loro scadenza, grazie al mancato ricorso al debito e all’aumento fiscale, salga il Pil. L’incremento del Pil, in tal senso, dovrebbe rendere sostenibile l’aumento del debito prodotto, in ritardo dopo la loro emissione, dagli stessi minibot e dai crediti fiscali, destinati comunque a generare nel tempo una minore entrata per le casse pubbliche. Simili operazioni presentano però un duplice, evidente pericolo. In primo luogo minibot e crediti fiscali costituiscono una scommessa; si creano strumenti di pagamento che non fanno crescere subito il debito, ma solo dopo due-tre anni in base alle loro scadenze, scommettendo appunto sulla possibilità che nel frattempo cresca il Pil. Ma se il Pil non crescesse, o in alternativa, i soggetti entrati in possesso dei minibot e dei crediti non fossero nelle condizioni di utilizzarli per pagare i loro debiti verso lo Stato, allora l’esplosione del debito pubblico risulterebbe molto pesante. Ci potrebbe essere il rischio anche che, per rendere utilizzabili i crediti fiscali, vengano decisi nuovi aumenti della tassazione, rendendo del tutto vana l’emissione degli stessi crediti. In secondo luogo esiste il pericolo, come del resto preannunciato da alcuni dei promotori degli stessi minibot, che la loro creazione sia finalizzata non solo a dilazionare i tempi di crescita del debito ma a dar vita ad una moneta parallela - vietata dai Trattati europei - in grado di preparare l’uscita italiana dall’euro. In altre parole, i minibot sarebbero la carta moneta italiana da utilizzare nella fase di transizione dall’euro alla lira; un’ipotesi davvero insidiosissima. E' molto probabile, allora, che soluzioni di questo genere, volte a dar vita ad una complessa ingegneria finanziaria che ricorda da vicino la vicenda dei derivati, favoriscano l’allontanamento degli indispensabili compratori del debito italiano, aggravando il già ricordato percorso verso la ristrutturazione del debito. Se poi si fanno girare bozze di letterine all'Europa più o meno credibili, o si forniscono risposte tutte centrate sul primato della politica nazionale, l'arrivo delle tempesta degli spread, che aprirà in concreto la fase di ristrutturazione del debito pubblico italiano, rischia di essere davvero alle porte.

Alessandro Volpi Università di Pisa

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Di Alessandro Volpi

Due aspetti molto particolari caratterizzeranno l'economia internazionale nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni. Tali aspetti tenderanno a determinare un profondo cambiamento nel funzionamento dei mercati così come li abbiamo conosciuti finora. Il primo è costituito dalla natura decisamente anomala dello scontro tra Stati Uniti e Cina. Tra i due paesi è in atto infatti una guerra commerciale che mette fuori gioco ogni traccia di concorrenza e competizione basate sulla reale capacità di innovare, in genere tratto dominante nelle dinamiche del capitalismo, e sul concreto andamento dei prezzi. La partita è invece tutta politica e determinata da alcune circostanze specifiche. Non era mai successo nella storia economica contemporanea che la seconda potenza mondiale dipendesse in toto dalla moneta della prima potenza a cui intende fare concorrenza. La moneta della Cina per gli scambi internazionali è il dollaro e dunque la politica monetaria cinese, fondamentale per le sorti della sua economia, viene decisa a Washington dalla Federal reserve. In tal senso la spazio di manovra dell’ex impero celeste appare molto angusto anche alla luce dei costanti rischi di svalutazione dello yuan, una moneta troppo debole per una grande potenza. Non era mai successo neppure che le fortune di una grande azienda dipendessero in maniera pressoché totale dalle decisioni politiche di un altro paese. La scelta di Google di non consentire a Huawei di utilizzare il proprio sistema operativo dopo che l'amministrazione Trump ha deciso di mettere al bando la società cinese, perché pericolosa per la sicurezza nazionale, rappresenta un caso del tutto inedito di geopolitica in cui, appunto, la politica pesa molto di più delle ragioni di mercato. Huawei è il secondo produttore al mondo di telefonini e quindi la decisione di Google di non consentire l'installazione di Android su milioni di smartphone è chiaramente punitiva per la stessa Google, ma la “necessità” di avere un buon rapporto con la bellicosa presidenza Trump la muove in tale direzione pur costringendola a rischiare molto sui mercati e in borsa. Le tensioni fra Cina e Usa sono quindi dominate, come accennato, dalla capacità politica statunitense di condizionare i cinesi, attraverso la moneta e attraverso il blocco tecnologico, in modo tale da evitare la competizione aperta sui mercati. E' naturale che in un simile scenario anche la Cina dovrà cercare interlocutori politici, prima ancora che economici, per fronteggiare l'offensiva USA di cui i dazi sono solo il risultato finale e in tal modo si alimenterà un sistema, ancora una volta molto politico, di scambi bilaterali. Del resto la stessa struttura di numerose aziende cinesi, a cominciare da Huawei, è assai "politica", presentando un azionariato diffuso e di fatto sotto il controllo pubblico. La famiglia Ren detiene circa l’uno per cento delle quote mentre il resto è distribuito fra i quasi 97 mila dipendenti che in realtà rispondono ad un comitato interno governato dal partito comunista secondo una logica in cui l'adesione al regime viene prima del rispetto delle regole di mercato. Stati Uniti e Cina, in maniera diversa, paiono ormai davvero al di fuori del capitalismo democratico. Il secondo aspetto è legato alla rapida spersonalizzazione degli scambi finanziari dominati da algoritmi che non hanno bisogno della partecipazione degli operatori umani. Anche da questo punto di vista la nozione consueta di mercato viene di fatto stravolta. Robot e software governano il 50 per cento del gigantesco settore dei derivati, e delle azioni, il 30 per cento di quello delle valute e una percentuale non trascurabile dei titoli di Stato. Il trading finanziario è sempre più dominato da operazioni automatiche, costruite sull'utilizzo di milioni di dati che affrontano la complessità e la velocità delle scelte senza l'intervento dell'uomo. Un tale sistema sconta però il duplice rischio degli incidenti inevitabili e delle manipolazioni che possono essere poste in essere soprattutto dai grandi colossi finanziari capaci di rappresentare, per l'intelligenza artificiale degli algoritmi, una soluzione più remunerativa di altre. Se poi a questo dato si aggiunge il sostanziale monopolio posseduto da poche società di revisione contabile a livello planetario, risulta chiaro che il mercato inteso come luogo di migliore e più razionale definizione dei prezzi non esiste più, sostituito da impersonali situazioni di privilegio speculativo in mano a pochissime multinazionali più forti ancora rispetto a quanto avveniva prima della crisi del 2008. Il peso decisivo della politica e lo strapotere dei big della finanza favorito dall'automazione degli algoritmi stanno conducendo l'economia mondiale in un territorio ignoto; l’Europa in tale processo può avere un ruolo importante se riuscirà a imbastire una politica comune in cui il suo ricco mercato possa diventare la condizione per mettere delle regole democratiche e per chiedere strumenti di vigilanza che contrastino la turbofinanza e gli statalismi delle superpotenze economiche. Per queste ragioni, sarà assai rilevante capire chi farà il presidente della Commissione europea e, soprattutto, della Banca Centrale.

Prof. Alessandro Volpi, Università di Pisa.

 

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di Prof. Alessandro Volpi

Stiamo vivendo un vero e proprio paradosso, tanto evidente quanto apparente. Nel 2018 le aziende quotate al listino della Borsa di Milano hanno distribuito dividendi per circa 19 miliardi di euro e i numeri relativi al primo trimestre del 2019 confermano un simile, brillantissimo andamento. Mentre si assiste a tale boom finanziario, i dati dell’economia italiana appaiono invece decisamente stagnanti, con una crescita inesistente. Come è possibile questa distanza così marcata tra la dimensione finanziaria dell’economia e quella dell’economia “reale”? Per rispondere è indispensabile fare riferimento ad alcuni elementi che rappresentano il panorama produttivo del paese da cui risulta che esistono oltre 4 milioni di imprese dove sono occupati quasi 17 milioni di lavoratori. Si tratta quindi di un quadro dominato dalle piccole e piccolissime aziende, nel quale quelle con più di 250 dipendenti sono solo lo 0,1% del totale e assorbono il 20,6% della forza lavoro. Non esiste, di conseguenza, un legame tra le Borse e la stragrande maggioranza delle imprese italiane che, data la loro debole struttura in termini di occupati e di capitale, non sono nelle condizioni di avere accesso ai mercati finanziari popolati invece da pochi grandi gruppi, destinati, di fatto, ad essere i principali beneficiari delle politiche monetarie espansive della Banca Centrale Europea. In altre parole, il divario fra le società quotate in Borsa o presenti sui mercati finanziari e il resto dell’economia dipende, oltre che dalla loro taglia dimensionale decisamente maggiore e, spesso, dalla loro capacità di internazionalizzazione, dal fatto che tali società hanno potuto disporre della ingente liquidità fornita a banche e istituzioni finanziarie dall’istituto guidato da Mario Draghi. Non è certo un caso che dal 2012, dalla ormai celebre affermazione del presidente della Banca Centrale Europea, con cui dichiarava che la politica monetaria sarebbe stata espansiva “a qualunque costo”, la capitalizzazione delle Borse dei paesi della zona euro è raddoppiata, arrivando a sfiorare i 6800 miliardi di euro, con un forte apprezzamento del valore delle azioni e delle obbligazioni; solo per ricordare il caso italiano, le obbligazioni hanno visto salire il loro prezzo del 48% rispetto al 2012. Alla luce di dati siffatti, il paradosso della duplice velocità dell’economia finanziaria che corre e dell’economia reale che è ferma risulta, come accennato in apertura, al contempo evidente e apparente. Tuttavia proprio questo paradosso suggerisce una duplice considerazione. 1) La già ricordata dipendenza delle fortune delle società quotate e dei mercati finanziari dall’intervento della Banca Centrale Europea è diventata pressoché totale, tanto è vero che qualsiasi ipotesi di restrizione della liquidità garantita dall’istituto presieduto da Draghi è sufficiente a mettere in fibrillazione i listini. Le attenzioni verso l’azione monetaria sono così marcate che persino l’emergere di qualche dato positivo delle economie “reali”, anche una minuscola ripresa del Pil, finisce per spaventare i mercati solerti nell’ interpretare le schiarite come un pericoloso stimolo nei confronti della Banca Centrale Europea a stringere il rubinetto della liquidità; se lievi miglioramenti degli indicatori economici riducono le erogazioni monetarie decise da Draghi senza che ad essi segua una vera ripresa, i mercati mostrano di considerarli addirittura un elemento negativo! Si tratta di un fenomeno in gran parte nuovo e che dimostra l’assoluta centralità ormai acquisita dalla Banca Centrale Europea – come del resto avviene anche per la Federal Reserve a stelle e strisce – nel determinare chi vince e chi perde nello scenario economico e nel rendere ancora più netta la già accennata differenza fra le imprese in grado di accedere al sistema del credito finanziato gratis dalla stessa Banca Centrale e quelle escluse. 2) Proprio questa centralità e la fortissima dipendenza delle sorti delle imprese dalla possibilità di avere credito originato dall’ Europa dovrebbero spingere nella direzione di un inasprimento dell’imposizione fiscale sulle rendite finanziare, il cui successo discende appunto in larghissima parte dalla Banca Centrale Europea. Se il mare di liquidità immesso sui mercati finanziari rende gli impieghi in azioni e obbligazioni certamente più remunerativi, parrebbe quasi inevitabile prelevare da un tale boom le risorse per consentire la ripresa anche di quelle parti dell’economia reale che, non avendo accesso al credito e ai mercati finanziari, non riescono a godere dei benefici dell’azione della stessa Banca Centrale Europea. Solo aumentando il prelievo fiscale sulle rendite finanziarie, piuttosto che immaginare, come avvenuto troppo a lungo in passato, riduzioni per tentare un’inutile concorrenza ai paradisi fiscali, sarà possibile evitare che il paradosso delle due economie continui a perpetuarsi. Il fatto di aver portato l’imposizione dal 20 al 26%, nel 2014, forse non è più sufficiente in presenza di costanti bolle finanziarie al rialzo anche quando le condizioni del paese mostrano segnali sempre più preoccupanti.

Alessandro volpi, Università di Pisa.

 

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di Prof. Alessandro Volpi

 

Nella politica economica e finanziaria italiana emergono due dati molto evidenti, che suggeriscono una considerazione importante.  Il primo è rappresentato da una vera e propria esplosione della spesa pubblica corrente: le stime operate dal Documento di programmazione economica preparato dal governo per il 2019 prevedono una crescita dal 44,8 al 45,7% del Pil, sulla base di una dinamica che risulta differente da quella seguita dagli altri paesi dell’area euro, dove la spesa diminuisce dal 43 al 42,9%. Si tratterebbe in questo caso di un aumento vicino ai 16 miliardi di euro, ma tale stima pare largamente inferiore alla realtà perché parte dall’assunto di una crescita del Pil più alta di quella elaborata dalle ultime valutazioni. I numeri crudi infatti sono assai più pesanti; solo per il settore “lavoro e pensioni”, in pratica reddito di cittadinanza e Quota 100 insieme ad altre misure di minor impatto, si prevede un incremento di quasi 24 miliardi di euro, che diventeranno 34,4 nel 2020 e 35,4 l’anno seguente.  Mentre le spese salgono, le entrate non seguono lo stesso andamento dal momento che gli incrementi per il triennio dovrebbero essere pari “solo” a 51 miliardi di euro di cui però ben 23 dipendono dagli aumenti Iva che il governo ha già dichiarato di voler evitare.  Valutando una crescita media del paese nel prossino triennio non troppo distante dallo 0,3% annuo, l’intera operazione posta in essere dal governo costa, dunque, circa 8 punti di Pil nello stesso lasso di tempo a fronte di un’incognita non banale sul versante delle entrate. Sembra inevitabile quindi un ulteriore ricorso al collocamento di titoli del debito pubblico su cui peseranno, oltre alle tensioni politiche, anche i dati già ricordati di crescita della spesa pubblica corrente perché se in Francia la spesa corrente scenderà dal 51,6 al 50,9 del Pil, in Germania resterà stabile al 40%, in Spagna al 38% e in Italia invece salirà, è molto probabile che i compratori del debito italiano, pur coadiuvati dalla Banca Centrale Europea, chiederanno interessi sul debito assai maggiori degli 11 miliardi in più già stimati nello stesso Def tra il 2019 e il 2021. Questa esplosione della spesa sarà difficilmente contenibile con operazioni di spending review dal momento che la cosiddetta spesa per i consumi finali, composta dai redditi da lavoro dipendente, dagli acquisti di beni e servizi e dai consumi intermedi, raggiunge in Italia il 18,4% del Pil e conoscerà una riduzione nel 2019 all’18,3%, ma non potrà essere contratta molto di più, vista la sua natura decisamente rigida che obbligherebbe a massicce riduzioni del personale pubblico; operando una comparazione anche su questo versante, emerge peraltro che la spesa pubblica italiana per consumi finali è più bassa, rispetto al Pil, di quella della Germania e della Francia ed è analoga a quella spagnola. Non è da lì, pertanto, che possono provenire le risorse necessarie per evitare l’aumento del deficit. Il secondo dato è costituito dal pressoché nullo stimolo alla crescita economica proveniente da una simile, ingente lievitazione della spesa; secondo le stime fornite dallo stesso governo, l’incremento del Pil che ne discenderebbe sarebbe, appunto, intorno allo 0,2% all’ anno per un triennio. In altre parole, a fronte di una fortissima spinta alla spesa pubblica, le ricadute sull’economia reale in termini di consumi e di altre voci sarebbero inesistenti; si trasferiscono nelle tasche degli italiani circa 133 miliardi di euro in tre anni e l’impatto sulla crescita del Pil è pari soltanto a 4 miliardi di euro. Ma come è possibile un risultato di tal genere? Nasce di qui la considerazione a cui si accennava in apertura: è evidente che l’enorme spesa pubblica messa in campo con reddito di cittadinanza, Quota 100 e riduzioni fiscali, al netto della flat tax - il cui impatto peserebbe in maniera ancora più decisiva sulla lievitazione del disavanzo dei conti pubblici - non possiede i caratteri dell’incentivo alla ripresa dell’economia ma serve, quasi unicamente, ad arginare la povertà dilagante nel paese. Si configura così come un gigantesco ammortizzatore sociale destinato a trovare la sua giustificazione nell’idea che il Welfare italiano sia insufficiente e che le condizioni oggettive di una larga fetta della popolazione italiana non siano più sostenibili; la lotta alla povertà, in questo modo, tende a svincolarsi dallo stimolo alla ripresa e diventa una priorità in quanto tale. Una visione siffatta pone, tuttavia, un duplice problema; da un lato obbligherebbe alla ricerca di coperture finanziarie per evitare il tracollo dei conti pubblici ricorrendo ad una indispensabile manovra fiscale non certo nel senso della riduzione del carico complessivo e dall’altro tende a rendere la crescita della spesa pubblica un dato permanente. Se il paese non è in grado di produrre maggiore ricchezza, sarà inevitabile mantenere in vita questi costosi ammortizzatori sociali. E’ davvero questa l’unica strada percorribile?

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

 

In questi mesi siamo immersi in un dibattito sulla Costituzione che avviene, in larga misura, senza l’attenzione storicamente suscitata da tali discussioni nella nostra storia nazionale. Il panorama politico italiano è attraversato infatti da un’ondata di dichiarazioni che hanno ad oggetto i caratteri di fondo dello Stato, a cominciare dalla sua forma istituzionale e dai principi del suo funzionamento, di cui il tema, pur centrale, della celebrazione del 25 aprile è solo un aspetto. E’ in corso l’iter per il riconoscimento alle Regioni di maggiori autonomie che, se varato, apporterebbe un cambiamento sostanziale nell’architettura statuale. Come è noto, alcune Regioni appellandosi al terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, introdotto dalla riforma del titolo V, datata 2001, hanno chiesto maggiori competenze rispetto a quelle normalmente previste per le Regioni a statuto ordinario, dall’istruzione, all’ambiente, alla sanità per un totale di circa 200 funzioni amministrative. La partita ha risvolti finanziari molto importanti perché si lega alle modalità di copertura delle funzioni eventualmente trasferite alle Regioni; solo per Lombardia, Veneto e Emilia Romagna si stima una cifra superiore ai 70 miliardi che peserebbe in maniera diversa se il criterio adottato fosse quello del costo storico o quello del costo medio nazionale. Nel primo caso, di fatto, il trasferimento delle competenze sarebbe a costo zero per lo Stato e dunque non genererebbe squilibri tra Regione e Regione, mentre nel caso del costo medio nazionale ci sarebbe un indubbio vantaggio per le Regioni più forti e con costi più bassi. Fino ad oggi sembra sia stato indicato il costo storico che, però, dopo 5 anni verrebbe sostituto dall’introduzione dal principio dei costi standard, fissati dopo la definizione, ad opera di un’apposita commissione, dei fabbisogni standard delle varie Regioni; un’operazione delicatissima, molto complicata, e da cui dipenderebbero le sorti delle varie realtà regionali italiane. Ma, al di là dei dati finanziari, il vero tratto fondamentale del riconoscimento delle autonomie è costituto dal mutamento dell’idea stessa di Stato, che perderebbe molti dei suoi caratteri unitari per lasciare il posto ad una serie distinta e disomogenea di sistemi scolastici, di sistemi sanitari, di meccanismi di applicazione normativa in materia ambientale e in tema di lavoro, destinati ad accentuare ulteriormente le differenti velocità delle tante Italie esistenti. Certo, distanze profonde già esistono ma la formalizzazione delle autonomie rafforzate introdurrebbe una modificazione sostanziale, definita sul piano del diritto in maniera molto chiara che, come accennato in apertura, sta avvenendo in assenza di una discussione pubblica, non limitata agli screzi fra le due forze di governo. Mentre si svolge il percorso in direzione  delle autonomie regionali, è ricomparsa, in maniera improvvisa, una questione che pareva ormai definitivamente superata. Si torna a parlare, senza troppe cautele, di riportare in vita le mai defunte Provincie. Dopo la loro mutilazione finanziaria e dopo la trasformazione in enti di secondo livello, con bilanci quasi costantemente in rosso, si è scoperta la loro indispensabilità, viste le competenze che ancora detengono in materia di scuole e di viabilità, e si è dichiarata l’esigenza stringente, da parte del ministro dell’Interno, di resuscitarle nella pienezza delle attribuzioni e delle risorse. Anche in questo caso, la proposta non è stata accompagnata da alcun dibattito nelle sedi istituzionali competenti e da alcuna reale riflessione pubblica. Soprattutto, non è affatto chiaro come le rinate Provincie si concilierebbero con le Aree metropolitane e con il ricordato percorso di rafforzamento delle autonomie regionali. Davvero sembra mancare l’idea di un tessuto statuale organico. C’è, poi, un tema ancora più rilevante, individuabile nella possibilità di conciliare molti dei principi ispiratori del nuovo “sovranismo” con la definizione di sovranità contenuta nella nostra Costituzione per la quale “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tale dizione, che venne formulata in Costituente dopo una serie di modifiche in cui era sempre chiara, fin dall’inizio, la centralità dei limiti posti alla sovranità dal rispetto delle norme costituzionali, non pare essere coerente con un modello politico dove l’elezione diretta è il principio pressoché esclusivo di qualsiasi legittimità dell’esercizio dei poteri. Come è stato sottolineato da vari osservatori, non possono esistere una sovranità popolare “assoluta” né una concezione della legalità che non abbia un rigoroso fondamento costituzionale; dunque la questione della compatibilità tra sovranismo e sovranità risulta assai rilevante, ma neppure in questo caso esiste un dibattito che abbia, appunto, un rilievo costituente. Come è possibile, allora, che aspetti così significativi come le autonomie, le Provincie, la sovranità possano non assumere il peso dovuto nel dibattito pubblico, pur essendo decisivi per l’essenza stessa dello Stato italiano? Forse perché tendono a finire nel magma caotico e gridato degli slogan, capace di sommergere gli spazi della narrazione collettiva, e a essere ricondotti a feroci, quanto inconsistenti, schermaglie perennemente elettoralistiche dove il consenso deve essere rinnovato ogni giorno con nuovi e più abbaglianti messaggi a lettere maiuscole.

Alessandro volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

Il Documento di programmazione economica e finanziaria è per sua natura un testo dai caratteri molto generali, che deve indicare le linee di fondo della politica economica del governo su cui costruire poi la legge di bilancio. In questo senso non deve contenere troppi numeri e, soprattutto, deve risultare molto chiaro proprio perché dovrebbe esprimere una visione in grado di andare oltre la congiuntura. Il recente Def non risponde, purtroppo, a questi obiettivi. In primo luogo, pur non formulando numeri definitivi, fa emergere un conto pesantissimo per il bilancio pubblico. In altre parole, i numeri sono solo accennati, ma sono assai preoccupanti. L’elenco delle maggiori spese è davvero impressionante e, per molti versi, anche difficile da stimare in termini precisi. Servono 23 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’Iva, a cui si aggiungono circa 45 miliardi per finanziare reddito di cittadinanza e, soprattutto, quota 100, di cui peraltro non sono ancora chiari i “costi occulti” per lo Stato, determinati dal maggior numero di pensioni da pagare a fronte di una riduzione dei contributi complessivamente versati. Anche ammettendo un minor esborso per il reddito di cittadinanza visto il numero di domande più basso di quelle attese e il minor importo trasferito ad ogni richiedente rispetto al limite massimo, si tratta di cifre decisamente molto alte a cui va aggiunta la partita della flat tax che il Def cita esplicitamente senza indicare però le aliquote. E’ evidente che se si ipotizzasse una sola aliquota il costo sarebbe stellare, ma pur immaginando un sistema a due aliquote, data la struttura della platea dei contribuenti Irpef, si potrebbe immaginare un costo non lontano dai 40 miliardi, a meno di non smantellare del tutto ogni sistema di progressività garantito dalle deduzioni. Il Def contiene poi un riferimento all’ulteriore estensione alle persone fisiche del saldo e stralcio delle cartelle esattoriali e delle sanatorie sulle liti pendenti col fisco. In estrema sintesi, nella prossima legge di bilancio il Def promette di inserire misure che potrebbero costare dai 70 agli 80 miliardi di euro, di cui non è assolutamente chiaro quali possano essere le coperture. Anzi, un’ipotesi c’è, ed è quella delle imponenti privatizzazioni e della cessione del patrimonio immobiliare pubblico, che, però, al di là delle stime fin troppo ottimistiche, pari ad una ventina di miliardi già scontati dal debito pubblico, dovrà avvenire con l’ennesima cartolarizzazione che rischia di essere un flop oppure di fare pericolosa concorrenza al collocamento dei titoli del debito pubblico, la cui vendita è indispensabile per il Tesoro italiano. Al conto salatissimo del Def vanno aggiunte infatti due ulteriori variaboili che destano molteplici preoccupazioni, rappresentate dall’ulteriore, rapida lievitazione del debito pubblico che ha bisogno di collocare nel 2019 titoli per oltre 420 miliardi di euro, con tassi che appesantiranno il conto interessi nei prossimi anni, e dalla crescita pressoché inesistente del Pil, certificata dallo stesso Def; un dato quest’ultimo veramente paradossale perché dimostra che il già ricordato, iperbolico conto delle spese pubbliche messe in campo dall’esecutivo non determinerà alcuna spinta propulsiva sull’economia ma deve essere considerato a tutti gli effetti come un colossale ammortizzatore sociale. Ma come è possibile una situazione di questo genere? Al di là degli effetti delle difficoltà che stanno emergendo nel panorama internazionale, il vero nodo, per l’Italia, sembra essere rappresentato dal fatto che in questo momento esistono “due governi”, ciascuno con un proprio programma da applicare per non perdere il consenso dei propri elettori. Non sta rivelandosi possibile una sintesi giallo verde, che le forti conflittualità fra Lega e Movimento 5 stelle hanno reso rapidamente impraticabile, ma, in assenza di ciò, non è sostenibile far convivere in un unico programma economico le istanze di due forze che sono su posizioni alternative e governano insieme. Il conto di due programmi alternativi, scritto nel Def, rischia di essere esorbitante e non può stare in un unico bilancio pubblico, se non facendolo esplodere. Un simile pericolo è reso ancora più marcato dal fatto che lo scontro tra le due forze di governo tende a inserirsi in un quadro politico dove si riaffaccia il bipolarismo tra destra e sinistra e in cui, mentre lo spazio della destra è già solidamente occupato, quello della sinistra è “conteso” fra il partito democratico e il Movimento 5 stelle, che ha, dunque, bisogno di caratterizzarsi in tal senso. Così nel Def non ci sono solo misure costosissime ma anche profondamente contradditorie perché tengono insieme flat tax e sanatorie fiscali con ammortizzatori sociali e salario minimo garantito. Insomma, solo in Italia si può concepire un Def che aspiri ad essere di destra e di sinistra. 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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di Matteo Costa*

Spesso si sostiene che chi governa debba avere la capacità di guardare al lungo termine, così da avere una chiara visione delle azioni da intraprendere oggi, che facciano avvicinare agli obiettivi di domani.

Al di là del colore dei vari governi italiani, a cominciare da quello attuale, sembra però che questa capacità sia stata accuratamente ignorata dalla nostra politica, almeno da quella degli ultimi 20 anni.

Né del resto sembra che l’orizzonte temporale del governo attuale vada al di là delle prossime elezioni europee.

Un governo competente e previdente, si dovrebbe chiedere cosa farà l’Italia tra due anni. Perché due? Perché tra due anni (24 mesi) le discariche italiane saranno totalmente piene (leggi qui)

Riusciamo a immaginarne gli effetti catastrofici? I costi esorbitanti per gestirne l’emergenza?

Un governo previdente e capace dovrebbe chiedersi se sia meglio iniziare oggi a costruire nuove discariche, così da usare il nostro meraviglioso territorio per nascondere nuovi rifiuti in attesa che anche quelle nuove si saturino, o se invece convenga iniziare anche e soprattutto a dichiarare guerra alla spazzatura, guerra che l’Europa ha iniziato bandendo la plastica monouso entro il 2021. Un po’ poco, vero, ma a Milano si dice che “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”.

Il nostro Paese, ad esempio, non ha fatto proprio nulla. Non ha nemmeno in programma di aprire nuove discariche.

L’Italia, con +Europa al governo, potrebbe spingere l’Europa a fare di +. Potrebbe addirittura adottare misure ancor + severe sulla gestione dell’immondizia, imporre una raccolta differenziata sempre + spinta (allargandola a oli esausti, pile, materiale elettrico…), anticipare l’abbandono della plastica monouso, destinare risorse allo sviluppo della plastica biodegradabile, che oltre che non inquinare produce pure occupazione. Potrebbe destinare + risorse allo sviluppo dell’economia circolare, alla ricerca scientifica in questo senso e destinare +risorse all’istruzione e all’educazione civica e ambientale nelle scuole di ogni livello.

Peccato che i partiti al governo dimostrino di detestare lo sviluppo e preferiscano invece fissare la loro attenzione, e di conseguenza quella del paese, alle elezioni del 26 maggio, nella speranza di governare per altri due anni e trovarsi ad affrontare (anche) il problema delle discariche solo quando verrà.

Nel frattempo sono impegnatissimi a distribuire regalie elettorali o concentrarsi su problemi ricercatamente aggravati per distrarre l’opinione pubblica dalla propria incapacità di guardare oltre il 26 maggio. Quindi, anziché formare gli insegnanti all’educazione civica e ambientale, preferiscono formare i navigator. Che avranno un meraviglioso lavoro per due anni perché poi, alla scadenza del loro inutile contratto clientelare che li renderà nuovamente disoccupati, vivranno pure, assieme a tutti noi,  nell’immondizia.

Considerando che 3 italiani su 4 dichiarano di avere a cuore il problema dell’ambiente (leggi) sarebbe opportuno che qualche politico lungimirante e con ambizioni da statista, iniziasse a porre il problema e proporre soluzioni.

 

Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Società Aperta vs Società Chiusa

 

di Giorgio Pasetto

Quando parliamo di società aperta non possiamo dimenticare la figura e le idee di Karl Popper (riferimenti in box), quando invece parliamo di società chiusa è sufficiente ascoltare quello che i sovranisti oggi ci raccontano quotidianamente (Salvini docet).

Le diversità tra i due modelli di riferimento sono evidenti e alla base c'è ovviamente l'idea di quale società vorremmo per il futuro dei nostri figli.

Una società multietnica e adattabile nei confronti delle diversità e in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, rappresenta un obiettivo percorribile e raggiungibile; non è solo un'ipotesi teorica e ideale.

La società "aperta" si configura perciò con l'immagine di una società "libera" ovvero fondata sul primato della libertà individuale, sull'economia di mercato, sulla democrazia politica e su molti altri aspetti come l'attenzione ai diritti civili delle persone.

La società aperta prevede una scienza libera di evolvere senza vincoli prettamente ideologici.

La società "chiusa" si configura invece con l'immagine di una società "costretta" ovvero fondata sul primato dello "stato etico" che impone, con la scusa di un ipotetico bene pubblico, le scelte di elite dirigenziali in grado di limitare la libertà dei singoli individui.

La società chiusa costringe di conseguenza la ricerca scientifica nell'angolo e limita la libertà dei ricercatori.

Progresso contro restaurazione, futuro contro passato, libertà contro proibizionismo, responsabilità individuale contro responsabilità collettiva, libero mercato contro dazi e protezionismo, cultura contro ignoranza, evoluzione contro involuzione, laicità contro fede.

Questi sono solo alcuni esempi che facilitano il confronto e consentono di capire.

Le strutture burocratico-amministrative dei singoli stati hanno sfumature diverse e talvolta queste sfumature confondono le idee e inducono le masse a considerazioni errate.

L'Europa è oggi garanzia di società aperta con regole comuni e condivise, mentre la visione sovranista che ci vogliono "vendere" è la quasi certezza di entrare a far parte di società chiuse.

Putin, Erdogan e Orban  rappresentano già oggi la restaurazione di società che vogliono tornare al passato, orientate alla chiusura e alla restrizione delle libertà individuali. In queste nazioni i diritti civili hanno fatto passi indietro preoccupanti.

Il liberalismo e le idee liberali hanno costruito il mondo moderno, ma purtroppo l'Europa e gli Stati Uniti d'America sono alle prese con una sorta di ribellione contro le classi dirigenti, che sono viste negativamente.

mentre il fascismo ed il comunismo fallivano nel corso del XIX e XX secolo, le società liberali sono cresciute in modo esponenziale.

Le prossime elezioni europee del 26 maggio saranno molto importanti per il futuro dell'Europa e per la direzione che le politiche europee prenderanno.

Il sogno e la speranza di migliorare il mondo e la società non deve svanire, anzi deve restare acceso nelle menti di tutti coloro che lottano oggi e lotteranno domani per questo ideale di libertà, che si incarna nella visione di una società aperta. Con il nostro voto dobbiamo impedire il ritorno di modelli sociali, culturali e religiosi del passato che contrastano il concetto di fratellanza e uguaglianza. 

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