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Il sottosegretario Siri dice che si tratta di numeretti, noi se non si trattasse del futuro delle persone parleremmo di fiabette

Di Paolo Costanzo

Il DEF è un testo programmatico che il governo, entro il 10 aprile di ogni anno, propone al Parlamento: i suoi contenuti rappresentano la base per pianificare strategie economiche e finanziarie da realizzare nei tre anni successivi.

Nel testo programmatico presentato nei giorni scorsi, il Governo ha ribadito l’obiettivo della sua azione al fine di accrescere l’inclusione sociale, riducendo la povertà, avviando al lavoro la popolazione inattiva e migliorando l’istruzione e la formazione. Si tratta di obiettivi nobili i cui criteri applicativi purtroppo si fondano su azioni che difficilmente permetteranno di perseguirli. In particolare, le principali azioni di governo si sono concretizzate con il Reddito di Cittadinanza e con la revisione del sistema pensionistico operata con la cd. ‘Quota 100’ che oltre a gravare sulla spesa corrente non sembra incidere sulla crescita, stimata allo 0,2% per il 2019, notevolmente inferiore all’1,5% prevista circa 4 mesi fa. Il rapporto debito/Pil 2019 è previsto in crescita al 132,7 % nonostante siano inclusi proventi da privatizzazioni pari all’1% del PIL (non si capisce quali saranno anche perché le dichiarazioni dei rappresentanti di Governo si sono sempre orientate verso la nazionalizzazione di alcune imprese. Il sospetto è che potrebbero realizzarsi privatizzazioni cedendo aziende strategiche che assicurano annualmente entrate significative e che incidono sulla tenuta dei nostri conti e potrebbero nazionalizzarsi imprese che storicamente hanno richiesto interventi sul capitale quali ad esempio Alitalia). Il tasso di disoccupazione è previsto all’11,2% nel 2020, al 10,9% nel 2021 per poi tornare al livello 2018, pari al 10,6%, nel 2022. Per il triennio 2019-2021 sono previste maggiori spese complessive per circa 133 miliardi, afferenti prevalentemente al reddito di cittadinanza e al beneficio quota 100; minori spese per circa 16,6 miliardi grazie a diverse misure, la più rilevante delle quali riguarda il concorso alla finanza pubblica delle Regioni a statuto ordinario. Parliamo quindi di spesa corrente che nulla ha a che vedere con lo sviluppo e con il futuro del Paese e delle prossime generazioni.

Il regime della cosiddetta Flat Tax, che verrà esteso nei prossimi due anni a partire dai redditi più bassi, prevede due aliquote del 15 e 20 per cento e si presume contribuirà alla crescita dell’economia e quindi del gettito permettendo di ridurre il rapporto debito PIL (una vera scommessa).

Per quanto concerne gli investimenti in infrastrutture, il DEF non considera quanto previsto dal MIT in quanto il Ministero dei Trasporti non ha ancora inviato il proprio contributo (la circostanza è precisata nel titolo del documento in bozza).

Quello che preoccupa dalla lettura dell’intero documento, è che le dichiarazioni di principio enunciate confliggono coi numeri inseriti per raggiungere gli obiettivi di disavanzo. In particolare, si da enfasi alla nuova flat tax, che peraltro per rientrare nel costo di 12 miliardi di euro previsti deve essere particolarmente selettiva realizzando quindi ulteriori iniquità; si afferma che non verrà attivata la clausola di salvaguardia IVA che pesa per circa 23 miliardi di euro; sono previste entrate dalle privatizzazioni per 18 miliardi di euro, cifra veramente difficile da realizzare se non privando il Paese dei suoi gioielli con pesanti ricadute sulla sicurezza e sulle entrate che questi assicurano; si stimano minori spese attraverso la spending review e i tagli agli sconti fiscali le cui somme sembrano essere utilizzate contemporaneamente per assicurare la flat tax e per impedire di attivare la clausola di salvaguardia IVA.

Preoccupa ancora di più la circostanza che il programma, date le esigenze elettorali, non si fondi su ipotesi improntate alla sana e prudente gestione del Paese.

L’esperienza della legge di bilancio 2019 avrebbe dovuto consigliare un approccio più prudente nella definizione degli obiettivi programmatici. Tutte le aspettative circa il contributo alla crescita del reddito di cittadinanza e di Quota 100 sono state disattese e smentite dallo stesso documento programmatico. Chi è chiamato a Governare un Paese deve essere consapevole che con i numeri non si può giocare in funzione di quello che i cittadini vorrebbero sentirsi dire. E’ necessario un comportamento responsabile specialmente quando si tratta del futuro e della vita delle persone; i mercati e quindi gli investitori, che indubbiamente non sono eletti e quindi non rappresentano il popolo, non sono filantropi ma decidono se sottoscrivere o meno i titoli del debito pubblico di un Paese e, se decidono di farlo, li sottoscrivono ad un tasso di interesse che riflette il rischio che essi si assumono. La scelta la fanno sulla base della fiducia che suscita il debitore circa la capacità di restituire le somme prestate. La mancata sottoscrizione comporta l’incapacità dello Stato di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e i servizi essenziali ai cittadini; la sottoscrizione a tassi elevati comporta la scelta di sottrarre risorse allo sviluppo e alla formazione per pagare gli interessi generando un circolo vizioso.

Sembrano considerazioni banali e semplici ma pare che chi ha la responsabilità del Governo del Paese si sottragga alle normali regole di accountability della classe dirigente. Circostanza resa ancora più attuale se ci vediamo costretti ad assistere al triste teatrino di un Primo Ministro che smentisce quanto affermato circa la bellezza del 2019, liquidandola come una battuta di circostanza e di due Viceministri che sfornano in continuazione dichiarazioni contraddittorie rispetto alla realtà dei fatti (si pensi al Ministro degli Interni con riferimento all’accollo del debito di Roma).

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Paolo Costanzo è dottore commercialista a Milano. Co-fondatore e coordinatore dell'associazione Per PiùEuropa.

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