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La guerra delle petroliere

La guerra delle petroliere

di Giancarlo Ronga*

Nella serata dello scorso 11 luglio alcuni barchini dei Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno tentato di dirottare verso le proprie acque territoriali la petroliera battente bandiera britannica British Heritage che si trovava a transitare lungo lo Stretto di Hormuz.

Solo l'intervento dell'unità HMS Montrose appartenente alla Royal Navy ha impedito alle imbarcazioni iraniane di raggiungere il proprio obbiettivo, come scrive il sito della CNN, che riporta quanto diramato a proposito dell'accaduto dalle autorità britanniche e statunitensi, smentite poco dopo da quelle iraniane.

L'attacco alla British Heritage è solo l'ultimo di una serie di attacchi, abbordaggi e sequestri che hanno avuto per oggetto le petroliere e più in generale il traffico marittimo lungo la rotta “del petrolio”, e che si pone al centro di quello scontro che vede opposti USA - e in certa qual misura il Regno Unito, - e la Repubblica Islamica dell'Iran.

La time line degli avvenimenti che hanno come teatro principale il Golfo Persico, inizia lo scorso due maggio, quando l'Iran ha accusato l'Arabia Saudita di aver “preso in ostaggio” l'equipaggio e aver sequestrato la petroliera iraniana Happiness 1, in navigazione nel Mar Rosso. 

Dieci giorni dopo, il dodici maggio, quattro tanker, l'Andrea Victory norvegese, la Al Marzoqah, e la Al Amjad entrambe saudite, oltre alla A. Michel, quest'ultima appartenete alla UEA, venivano danneggiate in un tratto di mare del Golfo di Oman, di fronte alla località di Fujairah, UAE.

Poco più di un mese dopo, il tredici giugno, a bordo della Front Altair, norvegese, e della Kokuka Courageous, giapponese, incendi, di natura non meglio precisata, sono divampati a bordo delle due unità, arrecando loro gravi danni. 

A questo episodio ha fatto seguito l'abbattimento da parte iraniana di un drone appartenente alla Marina degli Stati Uniti, perché, sostengono le autorità di Teheran, penetrato nel proprio spazio aereo.

Il quattro luglio, sono i Royal Marines britannici, impiegati in supporto delle autorità di Gibilterra, che fermano la Grace1 petroliera iraniana diretto verso la Siria, in navigazione di fronte alle coste del territorio d'oltre mare britannico, e accusata di violazione delle sanzioni imposte dalla E.U. nei confronti del regime di Assad.

In merito alla vicenda della Grace 1 alcuni osservatori hanno messo in relazione il transito della petroliera davanti a Gibilterra con quanto avvenuto lo scorso Novembre, quando le autorità egiziane – Il Cairo è uno dei maggiori alleati Usa nel Medio Oriente -  hanno sequestrato la Sea Shark, petroliera con bandiera panamense prima ed ucraina dopo, che trasportava petrolio iraniano - imbarcato al terminale petrolifero iraniano di Kharg Island - e che si apprestava a transitare lungo il canale di Suez, per raggiungere, probabilmente, la Siria. 

L'episodio della British Heritage non ha avuto altro risultato se non quello di aumentare ulteriormente la tensione nell'area del Golfo, incrementando le possibilità di uno scontro diretto tra il dispositivo militare statunitense, ora “rafforzato” da un contingente di Royal Marines e da unità della Royal Navy, e le forze armate iraniane. 

Come si inquadra questa serie di azioni attribuite all'Iran nel quadro generale del confronto con gli Stati Uniti e quali sono le finalità della politica iraniana?

In linea generale sembra che il tratto principale dell'azione politica e militare di Teheran sia quella di prendere tempo e aver modo di riproporre la dicotomia Trattato Nucleare o Guerra, base delle lunghe e complesse trattative approdate alla firma del JCPOA, da una posizione di forza.

La via scelta da Teheran per riportare Washington al tavolo sembra correre su due binari.

Il primo prevede l'aumento della pressione militare sull'amministrazione americana, che per bocca del Presidente Trump, ha esplicitamente affermato di non volere un conflitto, sgomberando così il campo all'azione iraniana, e concedendo a Teheran quell'ampio spazio di manovra indispensabile per sfruttare al meglio la propria posizione. 

Questadisclosuredei limiti della politica americana, rappresenta un enorme vantaggio per il Paese che si affaccia sul Golfo Persico e che gli permette di porre in essere clamorose azioni, sempre al limite della negabilità, come quelle che hanno visto il danneggiamento delle petroliere in transito lungo lo stretto di Hormuz - e che hanno l'effetto aggiuntivo, di far lievitare il prezzo dei noli delle petroliere, con chiari effetti sul mercato delle risorse energetiche -  godendo di un ampio grado di impunità.

Ma Teheran approfitta di un altro elemento di debolezza degli Usa; le prossime elezioni presidenziali del 2020.  Trump, se vuole sperare nella rielezione, non deve scatenare una nuova guerra in Medio Oriente, visti gli orientamenti di una vasta porzione della popolazione americana, che non vuole più saperne di interventi militari all'estero, assai costosi e dagli esisti alquanto incerti. 

Questo chiaro orientamento popolare fa esplodere in pieno la “contraddizione interna” della ideologia trumpiana, basata da una parte sul MACO (Make America Great Again) e dall'altra sull'AF (America First) orientamento ideologico che mal si adatta all'azione politica internazionale e al ruolo che gli USA sarebbero chiamati a giocare – MACO - e la volontà para-isolazionista dell'AF. 

Una contraddizione che Teheran ha ben presente e che sfrutta benissimo a proprio vantaggio, rassicurata dalle contraddittorie risposte che provengono dalla Casa Bianca, che reagisce ad ogni “azione” iraniana, con un built upmilitare una volta o con aperture al dialogo un'altra, per poi passare alla minaccia di nuove sanzioni economiche in una fase successiva.

L'altra via percorsa dai mullah iraniani è quella della separazione degli Usa dagli alleati europei, per consentire a questi ultimi di avviare il sistema di pagamento sans dollar- l'INSTEX- che permetterebbe al regime iraniano di eludere le sanzioni americane – di cui Trump in un tweet ha annunciato l'ulteriore inasprimento – e quindi migliorare le drammatiche condizioni economiche in cui versa il Paese.

Di particolare interesse è l'azione che Teheran starebbe cercando di implementare nei confronti degli europei e della UE in particolare.  

Ciò che desidererebbe ottenere Teheran è una ancor più netta separazione tra le due sponde dell'Atlantico, e raccogliere così i frutti promessi dall'accordo 5+12 (o JCPOA) unilateralmente denunciato dagli Stati Uniti.

E proprio per raccogliere questi frutti – o almeno una buona parte di essi -  che il regime iraniano ha recentemente reso noto l'abbandono del trattato 5+1 (artt. 26 e 36)  annunciando l'aumento dell'arricchimento del materiale fissile presente nei propri impianti oltre il limite previsto dal JCPOA, e ponendo, di fatto, un ultimatum agli europei, che li mette di fronte ad una scelta piuttosto difficile, che vede da una parte l'esclusione delle proprie aziende dal mercato americano, vigenti le sanzioni imposte dalla Casa Bianca per tutti coloro che intrattengono rapporti commerciali con l'Iran, e dall'altra la compromissione del flusso commerciale con il Paese mediorientale per non contare  gli effetti che eventuali azioni di disturbo iraniane potrebbero causare al flusso dei rifornimenti petroliferi e al mercato energetico in generale. 

Per ciò che concerne Teheran risulta evidente che, rebus sic stantibus, a fronte del rispetto della lettera del 5+1 l'Iran non otterrebbe alcun vantaggio né sul fronte economico, né su quello atomico, vista la esplicita rinuncia allo sviluppo del proprio settore nucleare contenuto nell'accordo. 

Una situazione, quella sopra descritta, che priverebbe il regime dei mullah della possibilità di poter restaurare la dicotomia Trattato Nucleare o Guerra che equivarrebbe alla decadenza prima e alla morte dopo del proprio sistema di potere e che i vertici di Teheran si rifiutano anche solo di prendere in considerazione.

Allo stato attuale, però, sembra che i tentativi di separazione tra USA e Europa messi in essere da Teheran non stiano dando i frutti sperati.

INSTEX, infatti, si è rivelato uno strumento poco adatto alle necessità iraniane, visto che nei circa sei mesi che il sistema è stato in funzione, ha prodotto ben pochi risultati.

Complice del fallimento di INSTEX l'atteggiamento assunto dalla stragrande maggioranza delle aziende europee che non sembrano molto propense a rischiare le proprie posizioni nel mercato statunitense a favore di una maggiore penetrazione di quello iraniano.

Rimane aperto lo scenario più drammatico; lo scontro armato. Difficile in questo momento ipotizzare che tra America e Iran si possa scatenare una guerra. La politica americana, per quanto contraddittoria, non ha ancora abbandonato l'ancoraggio della via economica al confronto con l'Iran, nonostante le pressioni che la parte più interventista – John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale in testa - sta compiendo in tale senso.

Anche l'America desidererebbe tornare al tavolo delle trattative con Teheran, ma su presupposti che sono ben lontani da quelli cari alla Guida Suprema Khamenei.

Per Trump, infatti, il “5+1” non era sufficientemente vincolante della politica estera iraniana e delle sue “affiliazioni” esterne. Un vulnusche anche il teamObama aveva dovuto ammettere, ma che ha rappresentato, sino a che è stato attivo, un sistema per quanto imperfetto di governo e di controllo delle attività di Teheran.  

 

UPDATE RELATIVO ALLE ULTIME ORE SULLA VICENDA:

Il ministro degli Esteri iraniano, Mohamed Javad Zarif, nel corso di una intervista alla Nbc News, rilasciata lunedì, ha affermato che l'Iran è pronto a trattare con Trump se il Presidente americano solleva le sanzioni economiche poste a carico di Tehran.

L'intervista con il più altro rappresentante della Diplomazia iraniana, è andata in onda nel corso del programma “NBC Nightly News with Lester Holt” ed è stato negli studi dell'emittente televisiva newyorkese che Zarif ha affermato:”Una volta rimosse le sanzioni la porta per la negoziazione é spalancata ”.

Zarif ha voluto sottolineare che gli Usa hanno denunciato unilateralmente il JCPOA. “Sono stati gli Stati Uniti a lasciare il tavolo della trattativa; ma sono sempre i benvenuti nel caso vi  vogliano ritornare”.

Nel corso del programma di approfondimento, Zarif ha spiegato anche come non sia stata mai intenzione dell'Iran dotarsi di un arsenale nucleare:”Se avessimo voluto sviluppare armi nucleari saremmo stati in grado di farlo già da molto tempo”ha affermato il rappresentante iraniano, che ha poi toccato il punto più delicato della questione iraniana:”Non credo che il presidente Trump voglia la guerra. Ma credo che alcuni di quelli che stanno attorno a lui non la disdegnerebbero– aggiungendo- ma non penso che riusciranno a spuntarla perché, alla fine, la prudenza prevarrà. E' noto che l'Iran è un grande paese e che non prenderemmo un attacco militare alla leggera”.

Il ministro degli Esteri iraniano si trovava a New York per partecipare ad una conferenza sullo sviluppo sostenibile organizzata dall'Onu, partecipazione rimasta in forse sino all'ultimo istante per via delle perplessità sollevate dall'amministrazione americana circa la presenza di Zarif ai lavori, tanto che Washington aveva minacciato di porre forti restrizioni alla libertà di movimento  del ministro e della delegazione iraniana al suo seguito.

La vicenda si era conclusa con la concessione da parte delle autorità americane di una visto della durata del periodo strettamente necessario allo svolgimento della Conferenza concesso a Zarif, ma con forti limitazioni agli spostamenti del suo staff, che erano limitati alla tratta che collega la sede diplomatica iraniana all'ONU e a quella che collega la residenza dell'ambasciatore iraniano alle nazioni Unite.

Il Ministro iraniano ha anche affermato che il suo paese ha atteso più di un anno prima di violare alcuni dei limiti posti dal JCPOA. Zarif ha poi dichiarato che: “Gli Stati Uniti stanno scherzando con il fuoco”.

Alla domanda su cosa accadrebbe se Washington avanzasse all'Iran una proposta accettabile sul piano meramente formale – una “face-saving offer” - Zarif ha risposto:” Penso che in ogni negoziato si debba ricercare una soluzione che permetta di uscire vincenti ad tutte le parti; altrimenti ci si trova nella situazione nelle quali entrambe sono perdenti”.

Le parole di Zarif non hanno sollevato grandi entusiasmi al Dipartimento di Stato, tanto che il Segretario Mike Pompeo, tornando sulla vicenda della partecipazione di Zarif ai lavori dell'ONU, ha commentato:”I diplomatici americani a Teheran non scorrazzano per Tehran e non vediamo perché lo debbano fare quelli iraniani”. Pompeo ha poi proseguito affermando che Zarif ha usato:” Le libertà concesse dagli Stati Uniti per fare propaganda”e che avrebbe accettato un invito da parte della televisione di Stato Iraniana, attraverso la quale, rivolgendosi al popolo iraniano, avrebbe espresso:”La preoccupazione profonda che nutriamo per esso, il nostro sostegno, e la consapevolezza del fatto che la teocrazia rivoluzionaria non sta facendo il loro interesse”.

La trasferta newyorkese del Ministro degli Esteri di Tehran è avvenuta quasi contemporaneamente all'incontro tra i ministri degli esteri europei a Brussels, riunitisi per cercare di disinnescare la tensione tra Washington e Teheran e salvare lo JCPOA.

Jeremy Hunt, omonimo di Zarif a Londra non ha commentato l'”apertura” televisiva di Zarif, preferendo concentrasi sulla possibilità di “salvare” il JCPOA:” L'Iran dovrebbe impiegarci ancora un anno prima di raggiungere la capacità di sviluppare un ordigno nucleare. Sono presenti delle chiusure, ma piccole finestre di opportunità per mantenere il trattato in vita, sembrano esserci”.

 

*Giancarlo Ronga è giornalista. Si è occupato di politica estera e cronaca giudiziaria per varie testate.

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