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La ribellione populista: il ripasso della storia ci da qualche spunto di riflessione

Di Prof. Alessandro Volpi

Abbiamo una storia “populista”? Questa domanda pare ormai inevitabile alla luce dell’attuale stagione politica italiana e, in maniera molto sintetica, si possono individuare alcune tappe in tal senso. 1) La reazione all'illuminismo e all’ondata napoleonica: i movimenti controrivoluzionari al grido di "Viva Maria", le folle di contadini armati di rosario e forcone che si sollevavano contro le "repubbliche" italiane e che prefiguravano un chiaro scontro tra "popolo" ed élites hanno costituito un primo tratto populista. In quest'ottica si collocava l'utilizzo a fini politici della religiosità in una duplice maniera; attraverso il principio della legittimità divina del potere e quello della fede popolare, del Sacro Cuore di Gesù, delle Madonne Piangenti e delle molteplici "superstizioni" contadine, fondate su una visione miracolistica e antiscientifica dell'esistenza collettiva. 2) Le manifestazioni di ciò che è stato qualificato in maniera sbrigativa come "brigantaggio". Sia l'Italia dell'accentramento piemontese sia la storiografia e la letteratura che l’hanno raccontata non hanno a lungo mai considerato il disagio sociale di vaste parti del paese, non solo del Sud; un disagio su cui ha agito proprio il culto religioso, concepito come l'adesione ad un modello culturale spontaneo, naturale, tradizionale a cui contrapporre lo Stato affamatore e responsabile della leva obbligatoria, in una prospettiva che diventava immediatamente antipolitica e antiparlamentare. 3) Nel cosiddetto brigantaggio agivano due ulteriori elementi centrali per la cultura del populismo; il ripudio della rivoluzione e la rivolta fiscale. Alla rivoluzione era preferita la ribellione, coerente con la natura spontaneistica delle agitazioni sociali, in primis indirizzate a lottare per il pane; dai moti per il macinato, a quelli per i generi di prima necessità che caratterizzarono tutta la seconda parte dell'Ottocento, coinvolsero i fatti del 1898 e arrivarono alla settimana rossa, alle agitazioni dell'estate del 1917 e al biennio 1919-1920. In tutti questi casi la spinta delle ribellioni era la crudezza della fame e, non a caso, il loro inizio era costituito dall'assalto ai forni di manzoniana memoria: un assalto antipolitico e populista. La ribellione fiscale si legava a questo tema della fame per assumere poi un connotato più generale di rivolta antistatale; lo Stato delle élites, dei notabili, dei parlamentari tassava per mantenersi, per garantire i privilegi di pochi, difesi dalla politica, e non si occupava del popolo. Non esisteva una dimensione della nazione, capace di far convergere nello Stato le aspettative popolari. 4) Il populismo antistatalista passava attraverso la costruzione di una "società parallela", non integrata nelle istituzioni e rappresentata dalla capillare realtà della carità cristiana, fondata sulle parrocchie come luoghi di aggregazione sociale e esplicitata prima nelle posizioni ultrareazionarie di Gregorio XVI e di Pio IX e poi nella dottrina sociale della Chiesa avviata da Leone XIII e trasformata da Pio X nella "riconquista" cristiana contro la laicizzazione dello Stato. Si trattava di un universo in cui il fedele veniva prima del cittadino e il popolo era quello dei credenti. Questo modello di società cristiana trovò la propria espressione nel corporativismo inteso come lo spirito di adesione ad un'idea comunitaria della vita sociale, il cui fondamento era appunto la fede, prima nella Chiesa e poi, quando il fascismo fece proprio il corporativismo, nello Stato fascista. Tale Stato antipolitico voleva sublimare le differenze sociali ricorrendo ad un forte spirito identitario. 5) Il fascismo contribuì in più modi al populismo; coltivò l'antipolitica declinandola nell'efficace antiparlamentarismo, adottò il lessico della propaganda miracolistica che non considerava le condizioni reali – emblematica la celebrazione del "me ne frego” - mirò a costruire l'uomo fascista con i linguaggi più diretti, dalla musica popolare, al cinema "facile", alla radio per tutti, alle letture di larghissima diffusione. Usò l'idea di uno Stato nel quale riconoscersi senza mediazioni in un processo di dissolvimento della rappresentanza in nome della sicurezza degli italiani, "figli" di un padre attento. 6) Nel dopoguerra il populismo dovette fare i conti con la pedagogia costituzionale dei partiti di massa: gli anni di Dc e Pci furono quelli in cui il populismo tese ad essere meno incisivo, ma riuscì comunque a sopravvivere sotto vari aspetti. Anche i grandi partiti coltivarono un consenso che si reggeva sull'idea di una militanza fideistica e la Dc fu rafforzata dalla propria natura confessionale. Esisteva una narrazione per cui gli italiani avevano radici nella tradizione popolare, più forte del Risorgimento e della Resistenza. L'italiano storicamente sano e al contempo furbo, nei confini di una legalità celebrata in modo formale, era il soggetto su cui fondare la nuova Repubblica; il popolo aveva sempre ragione in nome del consenso elettorale e le élite dovevano essere organiche alla costruzione di tale consenso o esaurivano la loro funzioni. Per accondiscendere ad un simile consenso si doveva realizzare un miglioramento della vita degli italiani cercando di non fare ricorso al carico fiscale e prediligendo il debito pubblico; proprio il ricorso al debito è stata un'espressione di quella visione miracolistica della società, tipica del populismo italiano di lunga durata. Non è un caso, così, che l'unico momento in cui l'Italia ha vissuto un miracolo è stato quello in cui ha provato a fare a meno dei miracoli e si è impegnata per migliorare la vita del paese.

Alessandro Volpi, Università di Pisa.

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