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Ma il Governo gialloverde è costituzionalmente corretto ?

Di Prof. Alessandro Volpi

Il sistema politico italiano sta vivendo un’evidentissima anomalia. Sembra infatti scomparsa qualsiasi dimensione collegiale dell’attività di governo così come prevista dalla Costituzione. L’articolo 92 infatti recita: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri”. Dunque il Consiglio dei ministri è, senza alcun dubbio, un organismo collegiale. Ma ancora più chiari in tal senso risultano i primi due commi del successivo articolo 95: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei Ministri.I Ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri”. Dunque, rispetto al dettato costituzionale appare davvero difforme la pratica, o quantomeno la narrazione, ormai ricorrente posta in essere da un esecutivo in cui i due vicepremier tendono a dichiararsi responsabili solo dei propri atti ministeriali, sconfessando spesso l’azione del governo nel suo insieme. Il recente caso della Tav, nei confronti della quale le due forze di governo hanno posizioni antitetiche, è clamoroso, ma si tratta soltanto di un esempio possibile fra i molti temi, e soprattutto, fra i molti provvedimenti adottati dall’esecutivo pur in presenza di uno scontro frontale tra i membri del gabinetto stesso. La vera differenza rispetto all’attività dei governi  di coalizione del passato, che pur manifestavano significative divergenze al proprio interno, è rappresentata dalla palese assenza di qualsiasi visione comune tra Lega e Movimento Cinque Stelle, distanti sulle politiche in materia di ordine pubblico, su quelle economiche e persino nel voto europeo. Tra le due formazioni al governo si manifesta, in estrema sintesi, una totale inconciliabilità delle rispettive visioni complessive della società e del paese, almeno in base alla dichiarazioni pubbliche espresse con grande forza e con altrettanta continuità. Ma allora, questa prassi è conciliabile con l’idea di governo contenuta nella Costituzione repubblicana o ne  rappresenta una marcata forzatura? Esiste un governo unitario così come richiesto dal testo costituzionale? Parrebbe proprio di no. Rispetto al tema della coerenza con la Costituzione dell’attuale quadro politico italiano si configurano poi tre ulteriori elementi di criticità. In primo luogo sembra molto difficile affermare l’esistenza di una maggioranza “politica” che sostiene l’azione di governo. Se le due forze che animano il gabinetto Conte non hanno una visione comune, e anzi mostrano una aperta conflittualità,  allora il voto sui singoli provvedimenti da parte del Parlamento non ha un valore politico vero e proprio ma costituisce, di fatto, soltanto lo strumento per evitare una crisi di governo. Diventa, in tale ottica, sempre più chiara la stranezza derivata dal cosiddetto “contratto di governo” che ha svolto il ruolo dell’unico mezzo per tenere insieme una maggioranza destinata ad assumere i tratti della mera coalizione notarile, priva però di qualsiasi spirito più generale di condivisione, reso impossibile anche dall’infinito clima da campagna elettorale posto in essere dalle due forze di maggioranza. Ma può un governo che si dichiara politico e rifiuta i caratteri dell’esecutivo  tecnico, volto unicamente a realizzare un programma, non avere una visione politica? Il voto sui singoli provvedimenti senza una visione d’insieme dell’attività di governo configura la fiducia così come prevista dall’articolo 94? Ancora una volta la domanda sembra retorica. In questo senso si pone una seconda questione. Come ricordato, il primo comma dell’articolo 95 afferma che il presidente del Consiglio dirige la politica del Governo e mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo; ma è davvero così nell’attuale situazione italiana? Un premier che non ha una sua forza politica, che dipende politicamente in toto dalle due forze di governo che lo sorreggono e, al contempo, non si dichiara tecnico ma politico è davvero in grado di garantire l’unità di indirizzo politico e amministrativo, oppure si limita a portare in parlamento singoli decreti fidando nel timore delle Camere di creare le condizioni del proprio scioglimento? Di nuovo, si fa fatica ad ammettere l’esistenza di un governo costituzionalmente corretto. Infine, pare sempre più emergere una terza questione. Senza una maggioranza politica chiara, senza una visione complessiva, senza una reale opera di sintesi che non sia riconducibile solo ad una sequenza di singoli provvedimenti approvati per il timore della crisi di governo, non si capisce quale sia la responsabilità politica dell’esecutivo e soprattutto della maggioranza anomala che lo sostiene. Di cosa risponde l’attuale maggioranza? Non è immaginabile pensare che ciascuna delle due forze di governo risponda soltanto dei provvedimenti presentati dai propri ministri, sconfessando, pur avendoli votati, quelli portati in aula dai ministri dell’altra forza politica, perché, di nuovo, così verrebbe meno quell’unità di indirizzo richiesta dalla Costituzione. Pare evidente, in estrema sintesi, che il sistema politico italiano sta subendo un profondo stravolgimento che trasferisce la sua sostanza dal rispetto del dettato costituzionale al certosino ossequio delle leggi dei social, dominate, purtroppo, da narrazioni estemporanee, occasionali e assolutamente incoerenti, certo ignote ai padri costituenti.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

 

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