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Una lezione preziosa

Una lezione preziosa

di Giancarlo Ronga*

Quello comparso il 6 Giugno scorso sul sito del ”The Atlantic”, la prestigiosa rivista statunitense a firma di David Frum è un articolo di grandissimo valore, che rappresenta una utile “chiave di lettura” di ciò che sta accadendo in questo ultimo periodo, non solo negli Stati Uniti, ma in gran parte dell'Occidente.

L'articolo, dal titolo “Il fantasma del D-Day”, ed uscito proprio in occasione delle celebrazioni per il 75 anniversario dello sbarco Alleato sulle spiagge della Normandia, muove da premesse del tutto differenti da quelle che sono le tipiche “assunzioni” politico-storigrafiche in voga nel nostro Paese circa la Seconda Guerra Mondiale e, per una qual verso, modifica l'interpretazione sino ad ora data circa l'  evoluzione politica che dal 1945 è giunta sino a noi.

Partendo dalla avversione che il Generale De Gaulle provava nei confronti delle celebrazioni per lo “Sbarco” - non hai preso parte ad una sola celebrazione -  Frum tocca argomenti delicatissimi, come il ruolo avuto dalla Francia nel conflitto, la posizione di “tolleranza” degli Alleati - Angloamericani in particolare - per transitare attraverso la responsabilità della sconfitta francese del 1940 alla politica isolazionista americana dell'epoca, incapace di comprendere quale fosse la situazione che si era andata a creare nel 1933 nel “lontano” “Vecchio Continente” e giungere quindi alle conclusioni del ragionamento sino a quel punto sostenuto.

Ma Frum va oltre, analizzando quello che era il “sentimento” che la sconfitta subita dalle armi francesi ad opera delle divisioni tedesche aveva creato, o forse sarebbe meglio dire “ restaurato” e riportando il tutto a quello che è l'attuale “mood” affermatosi, principalmente, con la Presidenza Trump. 

I riferimenti all'attuale “filosofia Trumpiana”, quindi, sono evidenti ed a questo “isolazionismo” ed all'integralismo che secondo l'autore,  lo sottintende, che sono rivolte le sottili, ma devastanti, critiche di una delle “penne” di maggior spessore del panorama giornalistico statunitense.

“Charles de Gaulle trovava il ricordo del “D-Day” così doloroso, che si è sempre rifiutato di partecipare alle cerimonia commemorative dell'invasione della Normandia per tutti gli 11 anni in cui è stato Presidente della Repubblica francese”esordisce Frum.

De Gaulle non ha mai invitato i capi di governo dei paesi alleati né nel 1964, in occasione del ventennale dello sbarco, né nel 1969, né per le celebrazioni per i 25 anni anni di quella che viene considerata la più grande operazione anfibia mai realizzata dall'Uomo.

Il presidente Dwight Eisenhower, nel discorso tenuto in occasione dei 10 anni di “Operation Overlord” aveva cercato di non urtare la sensibilità dei francesi nei confronti del “D-Day”, evitando accuratamente di nominare il ruolo avuto gli Stati Uniti e dalle sue Forze Armate. Nella sua allocuzione, infatti, Eisenhower aveva fatto esplicito riferimento ai tre comandanti britannici dell'operazione, ai tre francesi ed ad uno sovietico, senza mai far menzione di un solo alto ufficiale americano.

“Ike” ha anche accreditato la vittoria: “allo sforzo congiunto delle nazioni collaboranti”, aggiungendo:“tale successo è dipeso dalle capacità, dalla determinazione e dal sacrificio di uomini provenienti da diversi paesi”.

Continua Frum:”L'esperienza della Liberazione è complessa per tutti i paesi che l'hanno sperimenta nel periodo di tempo che va dal 1943 al 1945, ma forse in nessun altro posto come in Francia questa complessità è così tangibile. Nell'immaginario americano del 1944, la Francia viene dipinta come una trionfo di grida inneggianti all'arrivo degli Alleati e di ragazze che baciano i GI, oltre che una sorta di sfondo coreografico dove i carri armati ed i camion Alleati scorrazzavano in lungo ed in largo, diretti verso i confini tedeschi. E, a seconda dell'umore del momento, si tende a romanticizzare il ruolo svolto dalla Resistenza, oppure a condannare i collaborazionisti, dimenticando quanto in realtà le due posizioni fossero contigue, tanto che spesso il collaborazionista era, a seconda del momento, anche un membro della Resistenza”.

Dopo queste affermazioni, che fanno piazza pulita di certe antistoriche e ideologiche, prese di posizione, l'autore affronta il tema dell'occupazione tedesca e del regime di Vichy prima, e della Liberazione dopo.

Scrive Frum:” Prima di essere liberati si deve essere sconfitti. Tutto ciò che parla del “D-Day” parla, contemporaneamente, della sconfitta francese del 1940. Quando il 14 Giugno De Gaulle mise piede in Normandia per la prima volta dopo lo sbarco per compiere una visita della durata di  un solo giorno, fece la spola tra la Francia e l'Inghilterra a bordo di una nave della Royal Navy. La formazione del governo provvisorio dal lui guidato, era frutto della benevolenza americana e britannica, e ciò porta direttamente a riflettere circa la posizione che la Francia ha assunto quale “alleato” di Americani ed Inglesi ”.

Frum, a questo punto, ripercorre quella che è stato il ruolo giocato dalla Francia di Vichy nel corso della Seconda Guerra Mondiale:” Per quattro anni Vichy ha aiutato e sostenuto la Germania. Nel 1940 la sua aviazione ha bombardato Gibilterra. Le tasse pagate dai cittadini francesi sono state versate nelle casse degli occupanti tedeschi”.

Frum, qui cita per la prima volta il caso italiano, ponendo in chiara evidenza la differenza di trattamento che venne riservata ai due paesi:” Quando l'Italia, nel 1943, è passata dalla parte degli Alleati, venne trattata come una nazione liberata, ma non le venne concesso lo status di “alleato”. La posizione francese, subito dopo lo sbarco, dipendeva unicamente dalla “buona disposizione” degli Angloamericani, e per De Gaulle, questa situazione veniva a malapena tollerata”.

Frum, passa quindi a dimostrare, citando parte del discorso che il generale francese ha tenuto  il 25 Agosto del 1944, dopo la liberazione di Parigi quanto sia stata surrettizia la restaurazione dell'”orgoglio” francese:” Parigi! Parigi violata! Parigi spezzata! Parigi martirizzata! Ma Parigi liberata! Liberata dai suoi abitanti con l'aiuto delle forze armate francesi, con l'aiuto di tutta la Francia, della Francia che combatte, dell'unica Francia, della vera Francia, dell'eterna Francia! Non sarà sufficiente che si sia cacciato (l'invasore...), con l'aiuto dei nostri cari ed ammirevoli alleati, dalle nostre case, per considerarci soddisfatti dopo quello che è avvenuto. Vogliamo entrare nel suo territorio come è lecito che sia, da vincitori”.

L'autore fa notare come la Francia sia realmente penetrata nel territorio del Reich come una potenza vincitrice, rifornita totalmente dagli Usa, subordinata al comando americano, posizione di sudditanza dove rimase sino al 1944-45. Frum spiega quindi,  che alla Francia venne concessa una zona esclusiva di occupazione del territorio tedesco oltre alla posizione di membro permanente all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre l'Italia – e qui l'autore tocca per la seconda volta il ruolo avuto dal nostro Paese nell'immediato dopoguerra – non sarebbe stata a far parte dell'Onu se non 10 anni dopo la fine della guerra, nel 1955.

Per l'autore, i vertici politici e militari Alleati hanno voluto credere alla “narrazione” di De Gaulle che accreditava la Francia, quella che aveva combattuto al proprio fianco la Germania Nazista, quale la vera ed unica nazione Francese, anche se era a tutti noto, che le cose non stavano come le aveva descritte il generale.

Ed è qui che Frum contribuisce ad una comprensione più approfondita di quello che era stato il significato reale della sconfitta militare francese di fronte alle incalzanti forze armate tedesche:” Le ferite che la sconfitta del 1940 ha inflitto al tessuto sociale possono essere fatte risalire a quanto avvenuto qualche decennio prima, se non oltre. La parte conservatrice e cattolica della Francia, ha reinterpretato la sconfitta del 1940 come una sconfitta non solo della Francia secolare e liberale, ma di quella che aveva detenuto il potere sin dalla fondazione della Terza Repubblica, nel 1871, e in particolar modo a far data dall' ”affair Dreyfus”, nel 1894. Quando lo scrittore reazionario Charles Murras, venne condannato all'ergastolo per le sue attività di collaborazionista, sembra abbia commentato: ”Questa è la vendetta di Dreyfus”.

Frum ripercorre quelle che sono state le posizioni assunte da moltissimi francesi negli anni dell'occupazione tedesca:” Molti imprenditori di rilievo e molti di coloro impiegati nel settore pubblico hanno collaborato, per opportunismo o per necessità, con gli occupanti. I tedeschi hanno tenuto in ostaggio centinaia di soldati francesi prigionieri dopo il 1940. E molti sono stati gli esponenti di rilevo della società francese, tra questi numerosi intellettuali e uomini di Chiesa, che hanno  collaborato con i nazisti, spinti da una sorta di strano “convincimento”. Tra questi – fa notare Frum – il cardinale Alfred Baudrillart, che nel sostenere la campagna di arruolamento dei volontari francesi inquadrati in quella che era stata denominata la “Lega Antibolscevica”,  che avrebbero combattuto ai fianco dei tedeschi in Russia, aveva affermato: ”Come posso io, in un momento così decisivo, rifiutare di appoggiare un'iniziativa così nobile da parte tedesca, volta a liberare la Russia dall'oppressione che l'ha attanagliata per 25 anni, soffocando le sue tradizioni umane e cristiane, liberare la Francia, l'Europa, ed il mondo intero dal più pericoloso e sanguinario mostro che l'umanità abbia conosciuto, che eleva (... l'iniziativa tedesca...) le persone al di sopra dei propri personali interessi e che ricostruisce quel senso di fraternità che data dai tempi del Medio Evo Cristiano?”.

David Frum passa poi a descrivere ciò che avvenuto in Francia durante l'occupazione nazista in termini molto interessanti, mettendo così in evidenza una “linea temporale” con quanto sta accadendo ora negli Stati Uniti, e non solo.

“La sconfitta subita dalla Francia ha permesso a personalità come quella (...del Cardinale Baudrillart...) di iniziare una guerra civile culturale e ripulire la Francia dalla tradizione rivoluzionaria espressa dalle parole “Libertà, Eguaglianza, Fraternità” sostituendola con il motto di Vichy:”Lavoro, Famiglia, Patria”.  Sin dal 1905 la Francia era stata definita come uno stato secolare. La Chiesa cattolica era stata ridotta ad una setta, esattamente come le altre religioni ammesse, Protestantesimo, Ebraismo ed Islamismo. Anzi. Proprio a proposito di quest'ultima fede, il governo francese aveva voluto la costruzione di una grande moschea per ringraziare i molti mussulmani che avevano vestito la divisa dell'esercito francese combattendo nella Prima Guerra Mondiale. Al cimitero di guerra di Verdun, inoltre, era stato dedicato uno spazio totalmente riservato ai caduti di fede islamica, isolato dagli altri, e orientato verso la Mecca. Con la nascita del regime di Vichy, tutto questo ebbe fine” spiega il giornalista, che continua nella sua analisi scrivendo– la sconfitta della Francia per mano tedesca è stata reinterpretata ideologicamente come una vittoria della “Francia profonda” su  quella “Francia metropolitana”, descritta come superficiale e liberale. In questa ottica la “Sottomissione” alla Germania veniva reinterpretata dagli ideologi di Vichy, come una “Redenzione”. E la conflittualità, l'odio che i francesi avrebbero dovuto nutrire verso i tedeschi, venivano dirottati verso le potenze “anglosassoni”, dipinte come “liberali” e “materialiste”. Spesse volte, infatti,“Topolino”,“Paperino” e “Braccio di Ferro”  venivano rappresentati dalla stampa di regime mentre bombardavano la Francia, sotto la direzione dai loro “padroni” ebrei”.

La possibilità di dirottare i sentimenti di odio e di avversione nei confronti degli Alleati era fornita dalla guerra stessa, come fa notare l'autore del lungo articolo:”I bombardamenti Alleati sulla Francia prima del 1944 e l'arrivo delle truppe di terra presenti in Francia dopo il 1944, hanno arrecato più danni alle città francesi di quanto non avessero fatto i tedeschi in poche settimane di guerra. Il porto di Le Havre è stato bombardato 132 volte nel periodo compreso tra il 1940 ed il 1944. Il raid finale del Settembre 1944, ridusse il centro della città in cenere, uccidendo 5000 persone, ferendo e rendendo dei senza tetto decine di migliaia di abitanti. L'attuale moderna città che è stata edificata sul quello che era stato il vecchio centro di Le Havre, rappresenta un monumento al prezzo pagato dai francesi per la loro liberazione”.

L'analisi di David Frum, a questo punto si sposta nel tempo, e affronta il tema degli effetti che il regime di Vichy ha avuto sulla evoluzione politica del paese transalpino:” L'entusiasmo per l'antiliberalismo di Vichy ha permesso l'affermarsi di uno strana fluidità nella politica francese durante e dopo la guerra. Francoise Mitterand, il futuro leader dei socialismo francese, aveva iniziato la sua carriera politica tra le file dell'estrema destra, lavorando, per un certo periodo di tempo, alle dipendenze del governo di Vichy. Elettro Presidente, Mitterand ha aumentato il salario minimo, ha introdotto la settimana lavorativa di 39 ore, ha nazionalizzato alcune istituzioni finanziarie e soppresso la pena di morte. E ha fatto ciò che De Gaulle non ha mai avuto il coraggio di fare: celebrare lo sbarco in Normandia. E' stato Mitterand, infatti, ad invitare il presidente Reagan nel 1984 alla cerimonia per i 40 anni del “D-Day”. Eppure, Mitterand è sempre stato amico ed ha sempre “protetto” dalle accuse di crimini contro l'umanità per aver deportato decine di migliaia di ebrei francesi, l'ex capo della Polizia del regime di Vichy,.Ma il caso di Mitterand,- scrive Frum – non è isolato ; l'ex Capo della Polizia non è stato l'unico personaggio del Regime collaborazionista che ha goduto di protezione sotto la Repubblica. E come ha spiegato il giornalista francese René Rémond, replicando un po' sarcasticamente a Roger Cohen del New York Times:” Tutti loro hanno qualcosa da nascondere””.

Ed proprio dopo questo lungo excursus nella Storia francese che Frum raggiunge il suo obbiettivo primario. Mettere in relazione quanto avvenuto in Francia 79 anni, fa e quello che sta accadendo oggigiorno negli USA:” Quando gli americani decidono di ricordare questa triste storia, lo fanno da una posizione di vantaggio...Geografico. Il tempo ci sta separando dai ricordi più vividi e crudi di quella che è stata la Seconda Guerra Mondiale. I ricordi americani di quel periodo hanno assunto toni sempre più trionfalistici. Ed è di interessante osservare l'atteggiarsi del presidente Trump nel corso delle manifestazioni commemorative che si sono svolte in Francia e nel Regno Unito. La Francia è stata sconfitta nel 1940 e la ragione di quella sconfitta deve essere ricercata nell'atteggiamento di - ASSENTE INGIUSTIFICATO - dallo scenario europeo dopo il 1919.

L'assenza ingiustificata degli Stati Uniti dal proscenio della politica europea  è stata determinata dai propri leader che avevano sposato la medesima, grossolana, tesi del protezionismo e dell'isolazionismo, ed addirittura il medesimo slogan “Prima l'America”, esattamente come ha fatto Trump.

La disamina, forse sarebbe meglio chiamarla vivisezione, che il giornalista del “The Atlantic” compie, è durissima: “ Eppure gli stessi americani non sono immuni da quella che potrebbe essere definita la “Sindrome di Vichy”, quella sindrome che pone la guerra culturale contro gli oppositori interni al di sopra della difesa degli interessi nazionali e della sovranità nazionale. Gli americani non sono nemmeno immuni– conclude Frum questo delicatissimo passaggio - da quella politica di estremismo illiberale che aveva caratterizzato e che era stato alimentato ad arte sotto il Regime di Vichy”.

E per in qualche modo dimostrare quanto sta avvenendo sul piano politico negli Stati Uniti, il giornalista fa riferimento ad una diatriba sorta qualche giorno fa tra gli analisti e gli studiosi conservatori, caratterizzata da una certa confusione alimentata anche da spiegazioni del fenomeno in oggetto che non contribuiscono a fare la necessaria chiarezza. In termini estremamente sintetici Frum scrive:” Si tratta del concetto di “Integralismo”, o meglio alla riabilitazione di questo. Di quella forma di politica caratterizzata da quell'integralismo cattolico sposato da Charle Maurras e dagli altri intellettuali di Vichy. Viene facile pensare che questo approccio rappresenti la peggiore delle “vie” intellettuali percorribili, ma così non è”.

Frum, infatti, spiega come la salita alla Casa Bianca di Trump:” Abbia dato il via a numerose speculazioni circa presunte analogie tra la situazione politica odierna e quella degli anni '30: si tratta di un errore. La nostra “esperienza” non è assimilabile a quella di quel periodo; non abbiamo esperienza personale di quella che era stata la carneficina della Prima Guerra Mondiale. Ed inoltre non abbiamo avuto conoscenza diretta di quella che è stata la “Grande Depressione” o delle agitazioni politiche che avevano caratterizzato la vita pubblica a Parigi o a Berlino nel periodo tra le due Guerre. E non siamo minacciati dalla possibilità di vedere i Comunisti prendere il potere. Questo non è il 1933”.

David Frum a questo punto, pone un quesito fondamentale: “ Le pulsioni umane che hanno permesso ai Fascisti ed ai Comunisti di prendere il potere, esistono ancora?” 

La risposta è affermativa, e non lascia spazio a dubbi:” Si, quelle esistono ancora. E hanno rappresentato ed ancora rappresentano una potente arma per gli estremisti di ogni genere, in un momento travagliato come il nostro, caratterizzato dalla “Grande Recessione” del 2008-2009, e nel pieno del fenomeno dell'immigrazione di massa avviatasi nel 2010. Il maggior beneficiario di questi impulsi è stato Donald Trump, ma non è il solo, come dimostra quanto sta accadendo in Francia e negli Stati Uniti ”- spiega Frum che conclude il suo articolo affermando - ”ma questa volta non ci sarà un “D-Day”a sconfiggere queste pulsioni; rimane solo il rinnovato impegno nei confronti di quegli ideali che proprio quei soldati, provenienti da diversi paesi, che hanno preso parte al “D-Day”, 75 anni fa, hanno fatto propri”.

 

* Giancarlo Ronga è giornalista.

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