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USA e Iran: prove di guerra?

USA e Iran: prove di guerra?

di Giancarlo Ronga*

L'eventuale risoluzione armata  dello “standoff” che oppone gli Stati Uniti ed Iran, e che nelle ultime ore si é arricchita di un nuovo, preoccupante, capitolo con l'arrivo di alcuni “F22 Raptors” presso la base di Al Udeid, non sembra andare incontro ai reali interessi degli USA.

Prima di proseguire con una rapida carrellata circa le ragioni del “No” al lancio dei raid nei confronti del regime iraniano, è necessario rilevare come non appaia per nulla chiaro quale sia il vero scopo della politica USA adottata sino a questo momento.

Nessun membro dell'Amministrazione Trump, infatti, ha  chiarito a  sufficienza se il fine del “built up” nel Golfo Persico sia funzionale a riportare al tavolo della trattativa i mullah dopo la denuncia dell'accordo sul nucleare da parte statunitense, oppure se, come molti sostengono, il traguardo di Trump sia semplicemente quello di indebolire il regime iraniano.

Ad aumentare ulteriormente la confusione sembrano esserci le dichiarazioni rilasciate qualche tempo fa, in cui l'Amministrazione USA avrebbe escluso dal novero delle opzioni politiche il “Regime Change” a Teheran.

Un' ambiguità, questa, che certamente non mancherà di far sentire il proprio peso nel complesso gioco della politica interna ed estera americana.

Le ragioni per le quali agli Stati Uniti non dovrebbero misurarsi direttamente con Teheran sono molte ed assai diversificate, e le argomentazioni in questo senso possono essere analizzate dapprima attraverso il “prisma” della politica interna americana, per poi analizzare la difficile congiuntura attraverso quello dei rapporti internazionali.

POLITICA INTERNA USA:

E' fuor di dubbio che un attacco diretto all'Iran da parte delle forze americane, potrebbe rappresentare per il Presidente Trump una buona da carta da giocare in funzione della sua rielezione alle prossime elezioni presidenziali, soprattuto se si tiene conto  di un elettorato come quello “trumpiano”.

Ma l'elettorato americano non è solo ed esclusivamente quello dell'”America First”. Molti americani, infatti, si oppongono alla presidenza attuale, anche in ragione di quella che sembra essere una avversione quasi istintiva verso un'altra “guerra americana” nel Medio Oriente dopo quella afghana e quella irachena.

Ma se la “vittoria” sui campi di battaglia è  data per scontata, più difficoltosa sembra essere il post “guerra guerreggiata”,  fase decisamente più complessa da portare a termine e che non raccoglie certamente l'entusiasmo degli elettori statunitensi, soprattutto dopo l'esperienza del 2003.

Ad avvallare queste considerazioni è opportuno ricordare lo scontro politico in atto al Congresso Usa e che vede opposti l'Esecutivo alla minoranza democratica che vuole impedire, con un apposito provvedimento, al Presidente di avviare una guerra con l'Iran, senza passare attraverso il Congresso, come prescritto dalla Legge.

Al Senato, dove la maggioranza è in mano ai Repubblicani, la legge non è passata, ma sono molti, anche tra gli stessi repubblicani a temere per lo scoppio di un nuovo conflitto in Medio Oriente.

A breve si svolgerà una nuova votazione ma sarà importare comprendere che piega prenderanno gli avvenimenti proprio in previsione di questo importante appuntamento che potrebbe rivelarsi fondamentale per l'evoluzione della situazione.

RELAZIONI INTERNAZIONALI

La denuncia del “5+1”/ JCPOA da parte degli Usa e le relative sanzioni economiche che tale denuncia ha comportato, è stata accolta molto freddamente delle comunità internazionale. Il trattato sottoscritto a Vienna nel 2015, infatti, seppur lacunoso in alcune sue parti, e forse troppo ottimistico in merito alle reali intenzioni iraniane, ha costituito  un vincolo importante per porre sotto controllo, e quindi governare, la spinosa questione della “corsa al nucleare iraniano” e aver reso inservibile tale strumento, non ha contribuito a rendere più agevole la gestione della delicata vicenda. 

Come é naturale che sia, la denuncia dello JCPOA ha esplicato i propri effetti su due fronti; su quello interno iraniano, e su quello delle rapporti  internazionali degli USA.

L'effetto che il “disarmo” del trattato sottoscritto a Vienna nel 2015 ha avuto a Teheran è stato quello di  rafforzare la parte più intransigente del regime iraniano – i “Guardiani della Rivoluzione”/IRGC tra tutti – che ha sempre sconsigliato la firma del documento, proprio sottolineando l'inaffidabilità americana nel rispettare tale documento.

A questo deve essere aggiunto il fatto che, le sanzioni economiche scattate subito dopo il “ritiro” americano, hanno accresciuto il malessere dell'opinione pubblica iraniana, che si trova così a dover affrontare una nuova ed ancora più precaria situazione economica, senza per altro aver beneficiato di quei vantaggi che il “5+1” aveva promesso di portare. In tale modo, e proprio per l'unilateralità della decisione americana, si fa fatica a credere che gli iraniani possano addossare la colpa della nuova crisi economica che li sta investendo ai propri vertici...

Sul piano dei rapporti internazionali, l'azione di Trump ha riscosso un accoglienza  alquanto gelida, come detto. Scontata la reazione della China e della Russia, che a fronte di una formale condanna dell'azione americana, hanno accolto l'azione statunitense come una ghiotta occasione per migliorare la propria posizione e la propria influenza nella zona.

Ma a preoccupare gli USA dovrebbe essere soprattutto la posizione espressa dalla E.U. , colpita anch'essa dalle sanzioni economiche contemplate dagli USA per quei paesi che continuino ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran.

La reazione europea alle sanzioni economiche imposte da Washington, sino a questo momento si è risolta con il tentativo di dare vita ad una sistema di pagamento “non dollar” mirato ad eludere le sanzioni, lo “Instex” che per il momento non ha dato i frutti sperati. Forse, con una maggiore attenzione, il meccanismo potrebbe essere in grado di funzionare, e non è escluso che le aziende europee possano decidere di mantenere aperti gli scambi commerciali con Teheran, avvalendosi del canale dei beni di “natura umanitaria”, esclusi quindi dalle nuove sanzioni americane.

Non c'é dubbio che la denuncia unilaterale americana del “5+1” ha ulteriormente danneggiato le relazioni transatlantiche, già sensibilmente deteriorate a causa delle politiche tariffarie imposte da Trump e dello “shift” strategico americano verso il Pacifico.

Come è facile comprendere la decisione di colpire anche le aziende dei paesi E.U, l'alleato naturale degli USA, ha indebolito la posizione americana, isolandola, e rendendola quindi più vulnerabile sul piano internazionale, oltre che rafforzare le posizioni cinesi e russe.

Unica eccezione la Gran Bretagna, che si è allineata, almeno in parte, con la posizione USA, provvedendo anch'essa ad inviare nel Golfo cento “Royal Marines” a tutela degli interessi britannici, immediatamente dopo gli episodi che hanno visto andare in fiamme due petroliere che incrociavano al largo dello Stretto di Hormuz.

LE VIE ALTERNATIVE

Ma a sconsigliare un diretto intervento militare da parte americana vi sono considerazioni di natura diversa da quelle esposte sino a questo momento, e che rappresentano un importante elemento di giudizio sull'operato dell'amministrazione USA.

Se sul piano strettamente militare, ben pochi possono nutrire dubbi circa il fatto che l'Iran non sarebbe in grado di resistere ad un attacco americano; ciò che viene messo in dubbio è l'opportunità, soprattutto sul piano politico-strategico, che una tale azione potrebbe avere, a prescindere dall'efficacia della medesima.

L'attacco militare diretto, infatti, non è il solo strumento nelle mani degli USA per “colpire” il regime iraniano. Esistono altri approcci, per ottenere una serie di risultati che nel medio periodo potrebbero rappresentare la vera chiave di volta per risolvere il “problema iraniano” e ricondurre, eventualmente, il Paese mediorientale al tavolo della trattativa, sempre che sia quello il vero obbiettivo degli USA.

Un breve excursus storico, permette di comprendere più agevolmente quale sia la visione iraniana delle relazioni con il mondo esterno e quali opportunità possano essere colte dall'amministrazione americana per rendere più efficace il confronto con Teheran, rispetto ad uno scontro militare diretto.

L'Iran, sin dai tempi in cui veniva indicato con il nome di Persia, ha posto ai vertici delle propria politica il timore di una invasione da parte di potenze straniere.  Questo approccio non è mutato nel corso dei secoli, ed è per questa ragione che non deve trovare credito la narrazione dei mullah secondo la quale alla base del loro agire ci sia l'”esportazione della rivoluzione iraniana”. Vi é da notare che in riferimento alla presunta volontà di esportazione della “via Iraniana all'Islam“ l'accettazione della rivoluzione di stampo iraniano nel mondo islamico, non trova grande accoglimento. La maggioranza dei seguaci del Profeta è sunnita, e poco gradisce una eventuale “penetrazione” sciita nei propri territori. E nemmeno l'approccio profondamente anti-occidentale ed anti-israeliano di Teheran sembra trovare miglior accoglimento nella maggioranza dei Paesi di fede maomettana.

Il timore che lo “straniero” possa conquistare l'Iran e “cancellare” il Paese, anche e forse soprattutto, sotto il profilo culturale, è un timore diffuso in tutta la popolazione iraniana. Anche la conquista Araba viene percepita come una intromissione illecita – di fatto una umiliazione - nella storia dell'Iran, nonostante risalga a quei tempi l'adozione del credo islamico e di molti degli usi e costumi ancora in essere in Iran.

Un testimonianza del timore che gli iraniani nutrono nei confronti della possibile invasione straniera, e delle conseguenze che esso produce anche in campo politico e in quello militare è rappresentata dalla guerra con l'Iraq, scoppiata nel 1980. Il regime del Rais di Bagdad aveva promosso il confronto con il vicino sciita azionando leve quali il razzismo, i sentimenti anti-persiani e il fervore nazionalista arabo, contribuendo ad scatenare in Iran forti sentimenti anti-arabi, ed alimentando ulteriormente il timore di una invasione da parte di questi ultimi, e rafforzando quindi la combattività dei militari iraniani.

Circa gli effetti politici e strategici che una possibile invasione induce tra i governanti iraniani è necessario osservare quanto accaduto, sempre in Iraq, nel 2003, quando è caduto il regime di Saddam Hussein.

Con la caduta del dittatore iracheno è andato perso il più importante “controllore” della politica iraniana, e ciò ha permesso all'Ayatollah Khamenei di adottare una politica militare espansiva. Teheran, infatti, ha provveduto a far proliferare in Iraq numerose milizie sciite, eliminare quelle sunnite - se non quelle sotto il proprio diretto controllo -  e vanificare le aspirazioni di indipendenza  kurde, trasformando il Paese in una sorta di protettorato iraniano.

Vale la pena rammentare che sono state le milizie sciite, finanziate da Teheran, le responsabili di molti attacchi ai danni dei soldati americani impegnati in Iraq. E proprio per dissuadere gli Usa dal compiere “sortite” in Iran, le autorità di Teheran hanno dotato le milizie irachene poste ai proprio servizio di sistemi missilistici piuttosto sofisticati.

E sempre al fine di ridurre al minimo la possibilità che l'altra potenza regionale possa colpire l'Iran, Israele, i mullah iraniani hanno fornito di sistemi missilistici la propria “longa manu” in Libano: Hezbollah. La presenza, sempre più massiccia del gruppo sciita ai confini settentrionali di Israele ha permesso a Teheran di “tenere sotto pressione” Gerusalemme, in vista di una eventuale guerra tra Hezbollah e lo stato ebraico.

Ma è stata la Siria la vera “cartina di tornasole” della politica del regime di Teheran; il conflitto scatenatosi nel paese ha permesso all'Iran, grazie al suo supporto ad Assad – Hezbollah, e personale militare iraniano, oltre che fondi e materiale -  di “allungarsi” verso il Mediterraneo. Gli ingenti aiuti concessi al regime di Damasco, infatti, hanno permesso all'Iran, da una parte di combattere le milizie sciite operanti in Siria, e dall'altra di addestrare i gruppi da esso controllati e da dispiegare in altre zone di proprio interesse.

Quello che si va delineando, quindi, sembra assomigliare molto a quello che in molti ritengano essere il vero piano geo-strategico di Teheran; un “impero sciita” che si estenda dall'Iran sino al Mediterraneo, una vera e propria “zona cuscinetto” che metta al riparo il territorio iraniano da qualsiasi minaccia di invasione straniera, oltre che rappresentare un importante “retrovia” nell'eventualità dovesse scoppiare una guerra tra Israele ed Hezbollah.

E la recente “acquisizione” del porto siriano di Latakia, che vedrebbe gruppi economici iraniani, legati alla “Guardie della Rivoluzione”, svolgere un ruolo di assoluto primo piano nella gestione della struttura portuale, ne sarebbe la conferma.  A questa si aggiunge la prevista costruzione di un collegamento terrestre che unirebbe l'Iran al porto siriano, e che transiterebbe anche in territorio iracheno.

RECIDERE GLI ARTIGLI DI TEHERAN

Quanto descritto sino ad ora potrebbe indurre a ritenere l'opzione americana per un attacco all'Iran quella più vantaggiosa, ma é doveroso ricordare che le cose non stanno andando esattamente come Teheran vorrebbe, e che proprio su ciò, ed in particolar modo sui sistemi che sono stati impiegati da altre potenze per impedire la completa realizzazione dei piani dei  mullah che dovrebbe guardare Trump.

Ad iniziare dalla tattica adottata da Israele, che grazie ai numerosi raid aerei in Siria e la distruzione, sempre da parte di IDF, di importanti strutture sotterranee che Hezbollah aveva fatto giungere nel nord di Israele, ha permesso di infliggere duri colpi alla strategia iraniana, rendendola alquanto inefficace.

Azioni come quelle intraprese da Gerusalemme dimostrano che l'adozione di misure rivolte a “sterlizzare” i “proxy” iraniani agiscono direttamente sull'efficacia dello “scudo protettivo” iraniano, andando a colpire proprio quella linea di difesa primaria che Teheran cerca costantemente di espandere e di rafforzare.

La distruzione degli impianti militari iraniani in Siria ed in Iraq, così come il contrasto delle operazioni degli “Houthi” in Yemen, sarebbe una misura di una certa efficacia per far comprendere ai mullah che i loro sforzi, mirati alla costruzione di uno scudo protettivo sono alquanto precari.

Per ciò che concerne le misure che la Casa Bianca potrebbe adottare direttamente nei confronti di Teheran, i “soft spots” iraniani sono diversi e coprono uno spettro di possibilità piuttosto ampio e differenziato; “guerra economica”, “operazioni psicologiche” - operazioni mirate ad orientare nel senso voluto i sentimenti e le opinioni della popolazione - “cyber warfare”, o le c.d. “gray actions”.

Inoltre, é utile ricordare che con l'adozione di queste misure, gli USA potrebbero girare a proprio vantaggio le “deniable actions”, così care a Teheran.

Tra le misure di natura economica che l'America potrebbe adottare ed in grado di danneggiare ulteriormente l'economia iraniana, vi é l'annullamento dell'esenzione che consente  all'Iraq di importare risorse energetiche – elettricità e gas naturale -  dall'Iran. Un provvedimento che se adottato, ridurrebbe il flusso di denaro che giunge nelle casse di Teheran, restringendo, di fatto, le possibilità di finanziamento dei diversi gruppi operanti fuori dai confini nazionali e alle dipendenze di Teheran.

E sempre per rimanere in campo economico, importanti effetti avrebbe abolizione da parte americana della non applicabilità delle nuove sanzioni americane nei confronti dello IRGC, che, come è ben noto, é uno dei principali promotori della politica estera iraniana. 

La “cyber warfare” lascia ampi spazi di azione alle operazioni mirate a “colpire” i sistemi di comunicazione e di controllo non solo delle forze armate iraniane, ma di una buona parte di quelle economiche.

Tra le misure “gray action” che Trump potrebbe avviare, ci sarebbe quella che prevede l'istigazione ed il sostegno di movimenti insurrezionali sia nelle campagne sia nei centri urbani che si concretizzerebbe in aiuti ai gruppi anti regime il cui compito potrebbe essere quello di incaricarsi dell'eliminazione di importanti figure del regime e del sabotaggio di importanti infrastrutture.

Lo scopo di queste operazioni sarebbe quello di costringere Teheran a sopportare maggiori costi modificando in tale modo il calcolo “costi/benefici” con una chiara influenza sulla allocazione delle risorse iraniane, costringendo i mullah a dirottare ragguardevoli risorse alla lotta contro tali gruppi, modificando, automaticamente anche i costi delle “operazioni ombra” progettate dall'Iran.

Certamente, come sempre accade quando si avviano operazioni come quelle sopra descritte, è necessario compiere una attenta analisi dell'implementazione che tali politiche comportano, oltre, naturalmente, ai contestuali problemi in ordine a quali gruppi sostenere e quali possano essere le conseguenze che tale sostegno potrebbe comportare una volta avviato.

In questa ottica dovrebbe escludersi qualsiasi tentativo volto a sostenere gruppi decisi a prendere direttamente il potere a Teheran senza la presenza, ai confini del Paese, di una più che consistente forza di Invasione. Un tentativo di colpo di Stato, infatti, sarebbe immediatamente soffocato dall'intervento dell'Esercito Iraniano e da quello, ancora più importante, delle IRGC.

L'attenzione che le operazioni di sostegno richiedono, è rappresentato da quanto avvenuto nel 2007, quando un gruppo sunnita arabo, legato ad Al Quaeda, aveva rivendicato l'attacco ad un oleodotto nel Khuzestan, nel sud ovest dell'Iran.

Il gruppo, che opera prevalentemente nelle provincie del Sistan e del Beluchistan, zone di confine con il Pakistan, e dove altri gruppi sunniti sono attivi, potrebbe rappresentare uno dei tanti gruppi che potrebbero rappresentare un mezzo idoneo a mettere sotto pressione dall'interno il regime iraniano, ma, a causa della sua limitata composizione etnica, così come tutta la galassia di gruppi e gruppuscoli arabi attivi nelle provincie meridionali iraniane, e al fatto che nella provincia del Beluchistan, il movimento “Baluch”, rappresenta una spina nel fianco anche per l'Arabia Saudita, storico alleato degli USA, l'appoggio a tali movimenti si presenta di fatto come una mossa di scarso valore tattico e strategico.

Sembra presentare maggiori possibilità di successo la regione dei Monti Zagros, posti nella zona occidentale del Paese. I militanti kurdi della provincia rappresentano una vera e propria fonte di preoccupazione per Teheran. I monti Zagros ed i suoi abitanti rappresentano per l'Iran una seria minaccia. I Kurdi, infatti,  hanno posto serissimi problemi già ad Alessandro,  all'invasione Anglo Russa del 1941, alla Rivoluzione iraniana, alla guerra Iraq-Iran ed addirittura all'invasione americana del 2003.

L'importanza che la zona ricopre per  l'Iran, infatti, è assai rilevante sia sotto il profilo militare si sotto quello politico ed economico.

La catena degli Zagros, rappresenta un elemento fondamentale per ciò che afferisce alla difesa dei confini nazionali iraniani, oltre che per l'inibizione della formazione di un governo regionale kurdo, e per il controllo di alcuni punti di passaggio verso la Siria. I monti Zagros, inoltre, sono oggetto di rivalità con la Turchia in materia di influenza regionale, oltre che a rappresentare un ottimo punto di transito per le milizie iraniane destinate ad operare all'estero e per il traffico illecito di beni e materiali, compresi il petrolio e materiale bellico. L'importanza degli Zagros, deve essere valutata anche alla luce di quella che è la politica del “dividi et impera” che Teheran adotta nei confronti delle varie etnie che vivono entro i confini nazionali iraniani.

Il regime iraniano si è abbondantemente speso per “pacificare” la zona, incontrando una fortissima resistenza, in grado di mettere a dura prova le forze armate iraniane, attirate in un duello senza fine con i gruppi di combattenti kurdi, che ha costretto a dirottare verso i Monti Zagros, ingenti risorse economiche, altrimenti destinate.

In questa ottica, quella della diversione delle risorse iraniane, gli Zagros rappresentano una delle chiavi di lettura della politica dei “proxies” adottata da Teheran. Lo stato di costante di instabilità protratto ha costretto Teheran ad immobiliz zare ingenti forze militari proprie, e la necessità di ridurre al minimo le  perdite tra di esse, ha obbligato i vertici del regime a  ricorrere a gruppi esterni per le operazioni in Libano, Siria ed Iraq, Afghanistan e Pakistan.

Secondo alcuni, però, la situazione lungo i monti Zagros non rappresenterebbe una minaccia così rilevante per i mullah, i cui obbiettivi andrebbero oltre il controllo e la pacificazione della catena montuosa.

Secondo altri, al contrario, il PJAK, è fonte di intensa preoccupazione per Teheran. I combattenti del PJAK, Partito per la Vita Libera in Kurdistan, ha inflitto sanguinose sconfitte  all'IRGC, alle “ Forze Quds” ed ai gruppi sunniti che fanno capo a Teheran. Il maggiore scontro tre forze del PJAK e quelle iraniane si è concluso con un pesantissimo bilancio per queste ultime, tanto che lo scontro è stato paragonato alla famosa battaglia di “Hamburger Hill” (maggio 1969, Valle dello A Shau, Vietnam) dove la vittoria tattica delle truppe statunitensi e sud vietnamite non mutò il quadro strategico a loro sfavorevole.

Le difficili condizioni del terreno, la necessità di impiegare prevalentemente la fanteria e condizioni climatiche assai mutevoli, oltre alla profonda conoscenza del territorio da parte dei membri del PJAK, rendono assai precarie le condizioni operative delle forze iraniane che non possono disporre del necessario supporto tattico dei mezzi corazzati. L'orografia degli Zagros, inoltre, pone grossi problemi logistici agli iraniani, costretti a supportare le proprie truppe combattenti attraverso accessi assai accidentati e lontani dalle fronti. Se a queste già difficili condizioni operative si aggiunge la presenza di velivoli americani impegnati in voli di ricognizione/interdizione, è facile comprendere quanto sia ostico per il regime iraniano avere ragione dei combattenti del PJAK.

Diventa quindi piuttosto facile presumere che un avvicinamento tra Washington e il PJAK, nonostante alcuni problemi di carattere politico – il riferimento alla Turchia é d'obbligo – rappresenterebbe un brutto segnale per Teheran.

Ma sul proscenio kurdo iraniano, è importante rammentare che non esiste solamente il PJAK e che altri gruppi sono attivi nella lotta contro il regime iraniano.

Questi gruppi, benché lontani da attuare un politica di unità, che li renderebbe assai più temibili anche di fronte agli Stati che si oppongono al processo di unificazione kurda, potrebbero rappresentare una importante risorsa per le operazioni americane. L'efficacia bellica di questi gruppi, infatti, non viene diminuita in alcun modo dalla loro frammentazione politica.

In ultima analisi, i Kurdi rappresentano il maggior pericolo interno per il regime iraniano, sia perché si sono dimostrati militarmente assai efficienti, sia perché si contrappongono culturalmente alle pretese egemoniche del clero sciita.

Sotto il profilo operativo, gli Usa potrebbero appoggiare i combattenti kurdi sia inviando loro istruttori militari sia fornendo e copertura aerea lungo il confine Kurdistan-Iran e le indispensabili forniture logistiche e belliche necessarie ad aumentare l'efficenza dei gruppi combattenti.

Sul tavolo esistono certamente altre opzioni, in grado di soddisfare le esigenze statunitensi di aumentare la pressione sul regime iraniano facendo ricorso alla situazione kurda. Tra queste sarebbe praticabile quelle dell'invio di forniture belliche attraverso degli intermediari, ma questa modalità di intervento annullerebbe i benefici che le precedenti modalità di intervento presenterebbero.

Riamane fuor di dubbio che una appoggio esplicito alle diverse fazioni kurde rappresenterebbe per gli Usa, sotto l'aspetto politico diplomatico una presa di posizione assai forte, ma rappresenta probabilmente il miglior strumento nelle mani dell'amministrazione Trump per non rimanere coinvolto in uno intervento diretto in Iran.

LA “MAXIMUM PRESSURE”

A far propendere la bilancia dalla parte della continuazione di una politica di non intervento militare da parte degli Usa, rimangono i risultati raggiunti grazie alla “maximum pressure” implementata da Washington soprattutto in materia economica.

Le posizioni, in materia, sono piuttosto articolate. Vi sono coloro che ritengono che la politica americana non possa sortire i risultati sperati per via della struttura interna del regime iraniano che non potrebbe permettersi alcuna concessione agli Stati Uniti, se non a fronte di qualche risultato tangibile. I sostenitori della inutilità delle sanzioni americane indicano anche l'annunciato abbandono del rispetto dei dettami del “5+1” da parte di Teheran – arricchimento del materiale fissile oltre la soglia concordata ed incremento del  numero di centrifughe in uso presso gli impianti nucleari iraniani –  utile materiale di scambio per l'Iran al fine di alleviare la stretta economica imposta da Washington. Altri osservatori indicano nel   probabile mancato rispetto delle misure sanzionatorie imposte dagli USA, da parte di Stati come la Russia, la Cina, la Corea del Nord o della stessa E.U.una delle “falle” presenti nel sistema sanzionatorio costruito da Trump, per isolare economicamente  la Repubblica Islamica.

Sotto il profilo storico, le pressioni economiche  imposte all'Iran, qualche risultato lo hanno  raggiunto. L'Ayatollah Khomeini, nel 1981, ha posto fine alla vicenda degli ostaggi americani detenuti nell'ambasciata USA di Teheran - senza per altro veder soddisfatte  tutte le proprie richieste - per via dell'isolamento nel quale si era trovato a causa della presa degli ostaggi stessa reso ancora più stringente dallo scoppio del conflitto con il vicino Iraq, e non, come molti hanno ritenuto, grazie all'incessante lavoro diplomatico che si era avviato per giungere ad una soddisfacente  risoluzione della vicenda per entrambe le parti.

Lo stesso Khomeini, otto anni più tardi, aveva accettato il “cessate il fuoco” nel conflitto che lo opponeva a Saddam Hussein, benché avesse giurato che non avrebbe mai sottoscritto un tale atto, consentendo, inoltre, la permanenza al potere di Saddam. La ragione del radicale cambio di posizione della “Guida suprema” iraniana  stava nell'impossibilità del regime di sopportare i costi della guerra, pena la perdita del potere.

Più recentemente, il Presidente Rouhani ha accettato di sedersi al tavolo delle trattative con il Presidente Obama, solo dopo l'approvazione delle sanzioni economiche approvate dal Senato americano.

Il quadro generale in cui si trova la Repubblica Islamica non è certo dei migliori; e sino a questo momento sembrerebbe che le sanzioni americane abbiano sortito un certo effetto sull'economia iraniana, complice anche il netto calo della divisa iraniana sui mercati valutari internazionali.

Si potrebbe obbiettare che i vertici iraniani possano sperare in una mitigazione degli effetti delle sanzioni Usa, grazie al non rispetto delle stesse da parte dei Paesi asiatici e, in misura ancora da definire, da parte delle aziende E.U. Una calcolo al quanto arrischiato perché il sistema economico di qualsiasi paese ha delle rigidità ben maggiori di quelle che presenta quello diplomatico. La perdita di una mercato come quello americano andrebbe ad incidere direttamente sui risultati economici di molte aziende sia asiatiche sia europee, e questo sia gli azionisti quanto gli uomini di affari o i manager , non lo possono accettare.

Vi è un altro aspetto che deve essere preso in considerazione, e che potrebbe rappresentare una utile “chiave di lettura” dell'attuale politica iraniana; le imminenti elezioni presidenziali americane. I vertici della Repubblica Islamica, che conoscono molto bene la politica USA, potrebbero attendere, sopportando così gli effetti negativi delle sanzioni economiche, sino alle prossime elezioni presidenziali, che potrebbero portare alla Casa Bianca un inquilino diverso da quello attuale. La politica iraniana sarebbe quindi rimodulata in funzione di quella adottata dalla futura amministrazione statunitense.

Al momento, quindi, a Teheran potrebbero convenire mantenere alto il livello di tensione nel Golfo Persico, proprio in attesa dell'esito delle elezioni presidenziali.

Ed è anche per queste ragioni che risulta evidente l'inutilità, per gli USA, di ingaggiare uno scontro diretto con l'Iran, nonostante i mullah non stiano facendo nulla per smorzare lo stato di tensione nello stretto di Hormuz.

L'amministrazione Trump deve resistere alla tentazione – come ha fatto quando ha dato l'ordine di interrompere il raid di rappresaglia dopo l'abbattimento del drone della Us Navy - di varcare la “red line” dell'intervento armato nel Golfo Persico; i modi ed i sistemi alternativi all'uso della forza ci sono per portare a “più miti consigli” i vertici iraniani.  Basta saperli e volerli usare.

 

Giancarlo Ronga è giornalista.  

 

 

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