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Di Prof. Alessandro Volpi

 

In questi mesi siamo immersi in un dibattito sulla Costituzione che avviene, in larga misura, senza l’attenzione storicamente suscitata da tali discussioni nella nostra storia nazionale. Il panorama politico italiano è attraversato infatti da un’ondata di dichiarazioni che hanno ad oggetto i caratteri di fondo dello Stato, a cominciare dalla sua forma istituzionale e dai principi del suo funzionamento, di cui il tema, pur centrale, della celebrazione del 25 aprile è solo un aspetto. E’ in corso l’iter per il riconoscimento alle Regioni di maggiori autonomie che, se varato, apporterebbe un cambiamento sostanziale nell’architettura statuale. Come è noto, alcune Regioni appellandosi al terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, introdotto dalla riforma del titolo V, datata 2001, hanno chiesto maggiori competenze rispetto a quelle normalmente previste per le Regioni a statuto ordinario, dall’istruzione, all’ambiente, alla sanità per un totale di circa 200 funzioni amministrative. La partita ha risvolti finanziari molto importanti perché si lega alle modalità di copertura delle funzioni eventualmente trasferite alle Regioni; solo per Lombardia, Veneto e Emilia Romagna si stima una cifra superiore ai 70 miliardi che peserebbe in maniera diversa se il criterio adottato fosse quello del costo storico o quello del costo medio nazionale. Nel primo caso, di fatto, il trasferimento delle competenze sarebbe a costo zero per lo Stato e dunque non genererebbe squilibri tra Regione e Regione, mentre nel caso del costo medio nazionale ci sarebbe un indubbio vantaggio per le Regioni più forti e con costi più bassi. Fino ad oggi sembra sia stato indicato il costo storico che, però, dopo 5 anni verrebbe sostituto dall’introduzione dal principio dei costi standard, fissati dopo la definizione, ad opera di un’apposita commissione, dei fabbisogni standard delle varie Regioni; un’operazione delicatissima, molto complicata, e da cui dipenderebbero le sorti delle varie realtà regionali italiane. Ma, al di là dei dati finanziari, il vero tratto fondamentale del riconoscimento delle autonomie è costituto dal mutamento dell’idea stessa di Stato, che perderebbe molti dei suoi caratteri unitari per lasciare il posto ad una serie distinta e disomogenea di sistemi scolastici, di sistemi sanitari, di meccanismi di applicazione normativa in materia ambientale e in tema di lavoro, destinati ad accentuare ulteriormente le differenti velocità delle tante Italie esistenti. Certo, distanze profonde già esistono ma la formalizzazione delle autonomie rafforzate introdurrebbe una modificazione sostanziale, definita sul piano del diritto in maniera molto chiara che, come accennato in apertura, sta avvenendo in assenza di una discussione pubblica, non limitata agli screzi fra le due forze di governo. Mentre si svolge il percorso in direzione  delle autonomie regionali, è ricomparsa, in maniera improvvisa, una questione che pareva ormai definitivamente superata. Si torna a parlare, senza troppe cautele, di riportare in vita le mai defunte Provincie. Dopo la loro mutilazione finanziaria e dopo la trasformazione in enti di secondo livello, con bilanci quasi costantemente in rosso, si è scoperta la loro indispensabilità, viste le competenze che ancora detengono in materia di scuole e di viabilità, e si è dichiarata l’esigenza stringente, da parte del ministro dell’Interno, di resuscitarle nella pienezza delle attribuzioni e delle risorse. Anche in questo caso, la proposta non è stata accompagnata da alcun dibattito nelle sedi istituzionali competenti e da alcuna reale riflessione pubblica. Soprattutto, non è affatto chiaro come le rinate Provincie si concilierebbero con le Aree metropolitane e con il ricordato percorso di rafforzamento delle autonomie regionali. Davvero sembra mancare l’idea di un tessuto statuale organico. C’è, poi, un tema ancora più rilevante, individuabile nella possibilità di conciliare molti dei principi ispiratori del nuovo “sovranismo” con la definizione di sovranità contenuta nella nostra Costituzione per la quale “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tale dizione, che venne formulata in Costituente dopo una serie di modifiche in cui era sempre chiara, fin dall’inizio, la centralità dei limiti posti alla sovranità dal rispetto delle norme costituzionali, non pare essere coerente con un modello politico dove l’elezione diretta è il principio pressoché esclusivo di qualsiasi legittimità dell’esercizio dei poteri. Come è stato sottolineato da vari osservatori, non possono esistere una sovranità popolare “assoluta” né una concezione della legalità che non abbia un rigoroso fondamento costituzionale; dunque la questione della compatibilità tra sovranismo e sovranità risulta assai rilevante, ma neppure in questo caso esiste un dibattito che abbia, appunto, un rilievo costituente. Come è possibile, allora, che aspetti così significativi come le autonomie, le Provincie, la sovranità possano non assumere il peso dovuto nel dibattito pubblico, pur essendo decisivi per l’essenza stessa dello Stato italiano? Forse perché tendono a finire nel magma caotico e gridato degli slogan, capace di sommergere gli spazi della narrazione collettiva, e a essere ricondotti a feroci, quanto inconsistenti, schermaglie perennemente elettoralistiche dove il consenso deve essere rinnovato ogni giorno con nuovi e più abbaglianti messaggi a lettere maiuscole.

Alessandro volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

Il Documento di programmazione economica e finanziaria è per sua natura un testo dai caratteri molto generali, che deve indicare le linee di fondo della politica economica del governo su cui costruire poi la legge di bilancio. In questo senso non deve contenere troppi numeri e, soprattutto, deve risultare molto chiaro proprio perché dovrebbe esprimere una visione in grado di andare oltre la congiuntura. Il recente Def non risponde, purtroppo, a questi obiettivi. In primo luogo, pur non formulando numeri definitivi, fa emergere un conto pesantissimo per il bilancio pubblico. In altre parole, i numeri sono solo accennati, ma sono assai preoccupanti. L’elenco delle maggiori spese è davvero impressionante e, per molti versi, anche difficile da stimare in termini precisi. Servono 23 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’Iva, a cui si aggiungono circa 45 miliardi per finanziare reddito di cittadinanza e, soprattutto, quota 100, di cui peraltro non sono ancora chiari i “costi occulti” per lo Stato, determinati dal maggior numero di pensioni da pagare a fronte di una riduzione dei contributi complessivamente versati. Anche ammettendo un minor esborso per il reddito di cittadinanza visto il numero di domande più basso di quelle attese e il minor importo trasferito ad ogni richiedente rispetto al limite massimo, si tratta di cifre decisamente molto alte a cui va aggiunta la partita della flat tax che il Def cita esplicitamente senza indicare però le aliquote. E’ evidente che se si ipotizzasse una sola aliquota il costo sarebbe stellare, ma pur immaginando un sistema a due aliquote, data la struttura della platea dei contribuenti Irpef, si potrebbe immaginare un costo non lontano dai 40 miliardi, a meno di non smantellare del tutto ogni sistema di progressività garantito dalle deduzioni. Il Def contiene poi un riferimento all’ulteriore estensione alle persone fisiche del saldo e stralcio delle cartelle esattoriali e delle sanatorie sulle liti pendenti col fisco. In estrema sintesi, nella prossima legge di bilancio il Def promette di inserire misure che potrebbero costare dai 70 agli 80 miliardi di euro, di cui non è assolutamente chiaro quali possano essere le coperture. Anzi, un’ipotesi c’è, ed è quella delle imponenti privatizzazioni e della cessione del patrimonio immobiliare pubblico, che, però, al di là delle stime fin troppo ottimistiche, pari ad una ventina di miliardi già scontati dal debito pubblico, dovrà avvenire con l’ennesima cartolarizzazione che rischia di essere un flop oppure di fare pericolosa concorrenza al collocamento dei titoli del debito pubblico, la cui vendita è indispensabile per il Tesoro italiano. Al conto salatissimo del Def vanno aggiunte infatti due ulteriori variaboili che destano molteplici preoccupazioni, rappresentate dall’ulteriore, rapida lievitazione del debito pubblico che ha bisogno di collocare nel 2019 titoli per oltre 420 miliardi di euro, con tassi che appesantiranno il conto interessi nei prossimi anni, e dalla crescita pressoché inesistente del Pil, certificata dallo stesso Def; un dato quest’ultimo veramente paradossale perché dimostra che il già ricordato, iperbolico conto delle spese pubbliche messe in campo dall’esecutivo non determinerà alcuna spinta propulsiva sull’economia ma deve essere considerato a tutti gli effetti come un colossale ammortizzatore sociale. Ma come è possibile una situazione di questo genere? Al di là degli effetti delle difficoltà che stanno emergendo nel panorama internazionale, il vero nodo, per l’Italia, sembra essere rappresentato dal fatto che in questo momento esistono “due governi”, ciascuno con un proprio programma da applicare per non perdere il consenso dei propri elettori. Non sta rivelandosi possibile una sintesi giallo verde, che le forti conflittualità fra Lega e Movimento 5 stelle hanno reso rapidamente impraticabile, ma, in assenza di ciò, non è sostenibile far convivere in un unico programma economico le istanze di due forze che sono su posizioni alternative e governano insieme. Il conto di due programmi alternativi, scritto nel Def, rischia di essere esorbitante e non può stare in un unico bilancio pubblico, se non facendolo esplodere. Un simile pericolo è reso ancora più marcato dal fatto che lo scontro tra le due forze di governo tende a inserirsi in un quadro politico dove si riaffaccia il bipolarismo tra destra e sinistra e in cui, mentre lo spazio della destra è già solidamente occupato, quello della sinistra è “conteso” fra il partito democratico e il Movimento 5 stelle, che ha, dunque, bisogno di caratterizzarsi in tal senso. Così nel Def non ci sono solo misure costosissime ma anche profondamente contradditorie perché tengono insieme flat tax e sanatorie fiscali con ammortizzatori sociali e salario minimo garantito. Insomma, solo in Italia si può concepire un Def che aspiri ad essere di destra e di sinistra. 

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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di Matteo Costa*

Spesso si sostiene che chi governa debba avere la capacità di guardare al lungo termine, così da avere una chiara visione delle azioni da intraprendere oggi, che facciano avvicinare agli obiettivi di domani.

Al di là del colore dei vari governi italiani, a cominciare da quello attuale, sembra però che questa capacità sia stata accuratamente ignorata dalla nostra politica, almeno da quella degli ultimi 20 anni.

Né del resto sembra che l’orizzonte temporale del governo attuale vada al di là delle prossime elezioni europee.

Un governo competente e previdente, si dovrebbe chiedere cosa farà l’Italia tra due anni. Perché due? Perché tra due anni (24 mesi) le discariche italiane saranno totalmente piene (leggi qui)

Riusciamo a immaginarne gli effetti catastrofici? I costi esorbitanti per gestirne l’emergenza?

Un governo previdente e capace dovrebbe chiedersi se sia meglio iniziare oggi a costruire nuove discariche, così da usare il nostro meraviglioso territorio per nascondere nuovi rifiuti in attesa che anche quelle nuove si saturino, o se invece convenga iniziare anche e soprattutto a dichiarare guerra alla spazzatura, guerra che l’Europa ha iniziato bandendo la plastica monouso entro il 2021. Un po’ poco, vero, ma a Milano si dice che “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”.

Il nostro Paese, ad esempio, non ha fatto proprio nulla. Non ha nemmeno in programma di aprire nuove discariche.

L’Italia, con +Europa al governo, potrebbe spingere l’Europa a fare di +. Potrebbe addirittura adottare misure ancor + severe sulla gestione dell’immondizia, imporre una raccolta differenziata sempre + spinta (allargandola a oli esausti, pile, materiale elettrico…), anticipare l’abbandono della plastica monouso, destinare risorse allo sviluppo della plastica biodegradabile, che oltre che non inquinare produce pure occupazione. Potrebbe destinare + risorse allo sviluppo dell’economia circolare, alla ricerca scientifica in questo senso e destinare +risorse all’istruzione e all’educazione civica e ambientale nelle scuole di ogni livello.

Peccato che i partiti al governo dimostrino di detestare lo sviluppo e preferiscano invece fissare la loro attenzione, e di conseguenza quella del paese, alle elezioni del 26 maggio, nella speranza di governare per altri due anni e trovarsi ad affrontare (anche) il problema delle discariche solo quando verrà.

Nel frattempo sono impegnatissimi a distribuire regalie elettorali o concentrarsi su problemi ricercatamente aggravati per distrarre l’opinione pubblica dalla propria incapacità di guardare oltre il 26 maggio. Quindi, anziché formare gli insegnanti all’educazione civica e ambientale, preferiscono formare i navigator. Che avranno un meraviglioso lavoro per due anni perché poi, alla scadenza del loro inutile contratto clientelare che li renderà nuovamente disoccupati, vivranno pure, assieme a tutti noi,  nell’immondizia.

Considerando che 3 italiani su 4 dichiarano di avere a cuore il problema dell’ambiente (leggi) sarebbe opportuno che qualche politico lungimirante e con ambizioni da statista, iniziasse a porre il problema e proporre soluzioni.

 

Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Società Aperta vs Società Chiusa

 

di Giorgio Pasetto

Quando parliamo di società aperta non possiamo dimenticare la figura e le idee di Karl Popper (riferimenti in box), quando invece parliamo di società chiusa è sufficiente ascoltare quello che i sovranisti oggi ci raccontano quotidianamente (Salvini docet).

Le diversità tra i due modelli di riferimento sono evidenti e alla base c'è ovviamente l'idea di quale società vorremmo per il futuro dei nostri figli.

Una società multietnica e adattabile nei confronti delle diversità e in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, rappresenta un obiettivo percorribile e raggiungibile; non è solo un'ipotesi teorica e ideale.

La società "aperta" si configura perciò con l'immagine di una società "libera" ovvero fondata sul primato della libertà individuale, sull'economia di mercato, sulla democrazia politica e su molti altri aspetti come l'attenzione ai diritti civili delle persone.

La società aperta prevede una scienza libera di evolvere senza vincoli prettamente ideologici.

La società "chiusa" si configura invece con l'immagine di una società "costretta" ovvero fondata sul primato dello "stato etico" che impone, con la scusa di un ipotetico bene pubblico, le scelte di elite dirigenziali in grado di limitare la libertà dei singoli individui.

La società chiusa costringe di conseguenza la ricerca scientifica nell'angolo e limita la libertà dei ricercatori.

Progresso contro restaurazione, futuro contro passato, libertà contro proibizionismo, responsabilità individuale contro responsabilità collettiva, libero mercato contro dazi e protezionismo, cultura contro ignoranza, evoluzione contro involuzione, laicità contro fede.

Questi sono solo alcuni esempi che facilitano il confronto e consentono di capire.

Le strutture burocratico-amministrative dei singoli stati hanno sfumature diverse e talvolta queste sfumature confondono le idee e inducono le masse a considerazioni errate.

L'Europa è oggi garanzia di società aperta con regole comuni e condivise, mentre la visione sovranista che ci vogliono "vendere" è la quasi certezza di entrare a far parte di società chiuse.

Putin, Erdogan e Orban  rappresentano già oggi la restaurazione di società che vogliono tornare al passato, orientate alla chiusura e alla restrizione delle libertà individuali. In queste nazioni i diritti civili hanno fatto passi indietro preoccupanti.

Il liberalismo e le idee liberali hanno costruito il mondo moderno, ma purtroppo l'Europa e gli Stati Uniti d'America sono alle prese con una sorta di ribellione contro le classi dirigenti, che sono viste negativamente.

mentre il fascismo ed il comunismo fallivano nel corso del XIX e XX secolo, le società liberali sono cresciute in modo esponenziale.

Le prossime elezioni europee del 26 maggio saranno molto importanti per il futuro dell'Europa e per la direzione che le politiche europee prenderanno.

Il sogno e la speranza di migliorare il mondo e la società non deve svanire, anzi deve restare acceso nelle menti di tutti coloro che lottano oggi e lotteranno domani per questo ideale di libertà, che si incarna nella visione di una società aperta. Con il nostro voto dobbiamo impedire il ritorno di modelli sociali, culturali e religiosi del passato che contrastano il concetto di fratellanza e uguaglianza. 

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Di Prof. Alessandro Volpi

Si parla spesso di “sovranismo”, individuandolo come la visione politica che sta riscuotendo maggiori consensi in diverse realtà in giro per il mondo e in particolare in Europa. Si tende ad avvicinarlo all’idea di un rafforzamento dello Stato-Nazione di matrice otto-novecentesca e, più in generale, alla tradizione del nazionalismo che tendeva a fondare sull’identità nazionale il senso di appartenenza alla cittadinanza. Per molti aspetti, però, l’attuale sovranismo si distingue dai nazionalismi passati e dal patrimonio simbolico e istituzionale degli Stati nazionali per alcuni aspetti assai originali. 1) I sovranisti si considerano dei “controrivoluzionari” che hanno il loro principale bersaglio polemico nella “rivoluzione liberale e liberista” nata nel mondo e nel Vecchio Continente a partire dagli anni Ottanta; sono, in estrema sintesi, i più feroci critici della globalizzazione, della finanziarizzazione e dei vari effetti generati appunto dall’ondata liberista. In quest’ottica, è davvero singolare che forze di evidente matrice conservatrice, che condividono molto dell’impianto della reaganomics in materia di riduzione del fisco e di alleggerimento del peso della burocrazia, individuino nella globalizzazione, avviatasi in quella fase per iniziativa proprio dei governi conservatori di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, l’origine di tutti i mali. Trump ha molti tratti in comune con l’America reaganiana ma attribuisce al mercato globale, apertosi in quella fase, le colpe delle difficoltà a stelle e strisce. In Europa, i brexiters amano la Thatcher, convinta fautrice della finanziarizzazione, mentre nei paesi continentali i sovranisti declinano la nefasta globalizzazione solo in chiave progressista: è stata l’Europa delle burocrazie, lasciate spadroneggiare dalle Sinistre “buoniste”, a demolire le singole economie nazionali. Così, i sovranisti polacchi e ungheresi possono dialogare con i duri britannici del no deal. La controrivoluzione, conservatrice, no global e antiliberale, in grado di tenere insieme molte contraddizioni in nome dell’ interesse del popolo, rappresenta dunque un elemento di novità forte rispetto al passato dei nazionalismi. 2) Proprio l’appello costante allo “spirito del popolo” è il dato fondante del nuovo sovranismo che individua nell’elezione diretta, popolare appunto, l’unica fonte di legittimazione di qualsiasi potere. In tale prospettiva perde di significato ogni ipotesi di ingegneria istituzionale e di organizzazione costituzionale, tanto care invece ai sostenitori dello Stato-nazione. Il popolo è un’entità organica, che si esprime prima di tutto sulla rete dei social e non vuole filtri di rappresentanza per le proprie passioni, le proprie rabbie e le proprie ambizioni; la mediazione istituzionale, la rappresentanza dotata di autonomia rispetto al “popolo degli elettori” costituiscono strumenti di prevaricazione artificiale delle élites nei confronti della sovranità popolare. Per i sovranisti sono da bandire la divisione dei poteri che preveda “corpi” non eletti e la dimensione parlamentare, intesa come sede di discussione e di approfondimento dei temi politici ed economici, la cui soluzioni non possono distaccarsi dalle formule sloganistiche lanciate nelle perenni campagne elettorali. Per i sovranisti, non serve la rappresentanza, ma la rappresentazione, la perfetta aderenza del leader politico alle istanze popolari che ne definiscono persino l’immagine: il leader sovranista deve essere a immagine e somiglianza dello spirito del popolo, senza altre superfetazioni e sovrastrutture. 3)  Per dare forza a questa costruzione della politica popolare priva di un sistema istituzionale di una qualche rilevanza occorrono due ulteriori condizioni. La prima è costituita dall’insistenza sul tema dell’ordine e della sicurezza, certamente più accentuata rispetto ai nazionalismi del passato che riservavano alla politica estera un peso ben più rilevante nei confronti delle strategie interne di ordine pubblico. Se compito dello Stato è garantire ordine e sicurezza, il suo asse portante saranno le forze dell’ordine, le forze armate e le strutture volte a ridurre il disagio sociale dei cittadini “nazionali”, con il conseguente effetto di una minore attenzione anche alle questioni economiche in quanto tali, ritenute materia da élites, riconducibili, comunque, al perimetro della tanto aborrita rivoluzione liberale e liberista: l’economia, per il sovranismo, possiede germi di natura antipopolare. La seconda condizione è rappresentata dalla centralità nel linguaggio sovranista della tradizione, del ritorno ad un passato “felice” in cui il sentimento religioso popolare, assai più della Chiesa come istituzione e quindi come élite, trova ampio spazio. Lo spirito popolare che si esprime attraverso il voto e attraverso la celebrazione della tradizione consacra i propri leader, che non sono guide, ma fedeli e pedissequi interpreti di una “religione” della maggioranza, ben poco disponibile verso le minoranze “infedeli”, che non si riconoscono nei principi di quella religione. Davvero, il sovranismo risulta una novità rispetto a gran parte del lessico politico conosciuto.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Scherzi da Conte

di Matteo Costa*

Di recente e solo perché spinto dalla dura realtà dei fatti, l’esimio prof. e primo ministro Giuseppe Conte ha ammesso che scherzava quando, a febbraio, sosteneva che il 2019 sarebbe stato un anno bellissimo.

Pare che tutti i pensionati a cui è stata diminuita la pensione stiano ancora ridendo, così come ridono di gusto per la simpatica battuta le scuole, a cui sono stati sottratti 4 miliardi di finanziamento in 3 anni. Al nostro governo evidentemente non interessa governare sul popolo più ignorante in Europa, anzi, sembra lavorare per consolidare questo triste primato.

Rideranno ancor più gli infortunati sul lavoro, che vedranno drasticamente ridursi i rimborsi spettanti, grazie al taglio di 400 milioni del contributo all’Inail.

Se fossimo in una scena de “Il Marchese del Grillo”, o di “Amici miei”, l’umorismo sarebbe non solo giustificato, ma anche condivisibile. Invece si tratta di vita vera e si tratta di manovre che, nel baratro in cui il nostro governo ha lanciato il nostro paese, unico in Europa ad essere in recessione, sottraggono risorse proprio alla crescita per destinarle a manovre assistenziali che, nella migliore delle ipotesi, produrranno una crescita di molto inferiore al loro costo.

Questo lo ammette anche il governo, mettendolo nero su bianco nel DEF. La spesa pubblica aumenta di 51 Miliardi (invece che ridursi, come sempre promesso) di cui 8,5 miliardi (in più rispetto agli attuali 74,2) serviranno per pagare gli interessi (ammesso che lo spread non aumenti!). Spesa che è seconda solo a quella per le pensioni, che da 85 Miliardi diventano 89. I sussidi sociali (grazie a RdC e quota 100) passano da 40 a 42 Miliardi. Inutile ricordare che si tratta di spese improduttive, ovvero che non generano ricchezza. Per gl’investimenti in ricerca e sviluppo invece il governo stanzia appena 19,6 Miliardi, invece che 25, perché l’obiettivo del DEF è la decrescita felice. Dove la decrescita riguarda gli italiani e l’aggettivo “felice” riguarda invece i soli membri del governo, che da bibitari o da ultras da stadio, sono divenuti all’improvviso ricchissimi.

Ricchissimi e avvezzi allo scherzo. Sulla nostra pelle.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Di Paolo Costanzo

Il DEF è un testo programmatico che il governo, entro il 10 aprile di ogni anno, propone al Parlamento: i suoi contenuti rappresentano la base per pianificare strategie economiche e finanziarie da realizzare nei tre anni successivi.

Nel testo programmatico presentato nei giorni scorsi, il Governo ha ribadito l’obiettivo della sua azione al fine di accrescere l’inclusione sociale, riducendo la povertà, avviando al lavoro la popolazione inattiva e migliorando l’istruzione e la formazione. Si tratta di obiettivi nobili i cui criteri applicativi purtroppo si fondano su azioni che difficilmente permetteranno di perseguirli. In particolare, le principali azioni di governo si sono concretizzate con il Reddito di Cittadinanza e con la revisione del sistema pensionistico operata con la cd. ‘Quota 100’ che oltre a gravare sulla spesa corrente non sembra incidere sulla crescita, stimata allo 0,2% per il 2019, notevolmente inferiore all’1,5% prevista circa 4 mesi fa. Il rapporto debito/Pil 2019 è previsto in crescita al 132,7 % nonostante siano inclusi proventi da privatizzazioni pari all’1% del PIL (non si capisce quali saranno anche perché le dichiarazioni dei rappresentanti di Governo si sono sempre orientate verso la nazionalizzazione di alcune imprese. Il sospetto è che potrebbero realizzarsi privatizzazioni cedendo aziende strategiche che assicurano annualmente entrate significative e che incidono sulla tenuta dei nostri conti e potrebbero nazionalizzarsi imprese che storicamente hanno richiesto interventi sul capitale quali ad esempio Alitalia). Il tasso di disoccupazione è previsto all’11,2% nel 2020, al 10,9% nel 2021 per poi tornare al livello 2018, pari al 10,6%, nel 2022. Per il triennio 2019-2021 sono previste maggiori spese complessive per circa 133 miliardi, afferenti prevalentemente al reddito di cittadinanza e al beneficio quota 100; minori spese per circa 16,6 miliardi grazie a diverse misure, la più rilevante delle quali riguarda il concorso alla finanza pubblica delle Regioni a statuto ordinario. Parliamo quindi di spesa corrente che nulla ha a che vedere con lo sviluppo e con il futuro del Paese e delle prossime generazioni.

Il regime della cosiddetta Flat Tax, che verrà esteso nei prossimi due anni a partire dai redditi più bassi, prevede due aliquote del 15 e 20 per cento e si presume contribuirà alla crescita dell’economia e quindi del gettito permettendo di ridurre il rapporto debito PIL (una vera scommessa).

Per quanto concerne gli investimenti in infrastrutture, il DEF non considera quanto previsto dal MIT in quanto il Ministero dei Trasporti non ha ancora inviato il proprio contributo (la circostanza è precisata nel titolo del documento in bozza).

Quello che preoccupa dalla lettura dell’intero documento, è che le dichiarazioni di principio enunciate confliggono coi numeri inseriti per raggiungere gli obiettivi di disavanzo. In particolare, si da enfasi alla nuova flat tax, che peraltro per rientrare nel costo di 12 miliardi di euro previsti deve essere particolarmente selettiva realizzando quindi ulteriori iniquità; si afferma che non verrà attivata la clausola di salvaguardia IVA che pesa per circa 23 miliardi di euro; sono previste entrate dalle privatizzazioni per 18 miliardi di euro, cifra veramente difficile da realizzare se non privando il Paese dei suoi gioielli con pesanti ricadute sulla sicurezza e sulle entrate che questi assicurano; si stimano minori spese attraverso la spending review e i tagli agli sconti fiscali le cui somme sembrano essere utilizzate contemporaneamente per assicurare la flat tax e per impedire di attivare la clausola di salvaguardia IVA.

Preoccupa ancora di più la circostanza che il programma, date le esigenze elettorali, non si fondi su ipotesi improntate alla sana e prudente gestione del Paese.

L’esperienza della legge di bilancio 2019 avrebbe dovuto consigliare un approccio più prudente nella definizione degli obiettivi programmatici. Tutte le aspettative circa il contributo alla crescita del reddito di cittadinanza e di Quota 100 sono state disattese e smentite dallo stesso documento programmatico. Chi è chiamato a Governare un Paese deve essere consapevole che con i numeri non si può giocare in funzione di quello che i cittadini vorrebbero sentirsi dire. E’ necessario un comportamento responsabile specialmente quando si tratta del futuro e della vita delle persone; i mercati e quindi gli investitori, che indubbiamente non sono eletti e quindi non rappresentano il popolo, non sono filantropi ma decidono se sottoscrivere o meno i titoli del debito pubblico di un Paese e, se decidono di farlo, li sottoscrivono ad un tasso di interesse che riflette il rischio che essi si assumono. La scelta la fanno sulla base della fiducia che suscita il debitore circa la capacità di restituire le somme prestate. La mancata sottoscrizione comporta l’incapacità dello Stato di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e i servizi essenziali ai cittadini; la sottoscrizione a tassi elevati comporta la scelta di sottrarre risorse allo sviluppo e alla formazione per pagare gli interessi generando un circolo vizioso.

Sembrano considerazioni banali e semplici ma pare che chi ha la responsabilità del Governo del Paese si sottragga alle normali regole di accountability della classe dirigente. Circostanza resa ancora più attuale se ci vediamo costretti ad assistere al triste teatrino di un Primo Ministro che smentisce quanto affermato circa la bellezza del 2019, liquidandola come una battuta di circostanza e di due Viceministri che sfornano in continuazione dichiarazioni contraddittorie rispetto alla realtà dei fatti (si pensi al Ministro degli Interni con riferimento all’accollo del debito di Roma).

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Di Prof. Alessandro Volpi

Gli ultimi dati del gettito Irpef, relativi al 2017, mettono in luce alcuni elementi chiari che fotografano una situazione non semplice per quanto riguarda il sistema fiscale italiano. 1) L’Irpef, insieme all’Iva, costituisce l’asse portante delle entrate tributarie ed è pagata da una fascia ristretta di italiani. In pratica, poco più di venti milioni di contribuenti, che dichiarano un reddito fra i 15 e i 50 mila euro annui,  versano allo Stato il 57,5% del gettito complessivo, a cui si aggiunge un altro 39,2% pagato da coloro che hanno un reddito superiore ai 50 mila euro e che rappresentano il 5,35% della platea complessiva, pari a circa 2,2 milioni di contribuenti. Su un totale di poco più di 41 milioni di contribuenti, dunque, il gettito totale dell’Irpef è garantito da circa 22 milioni di contribuenti; in altre parole, la metà dei contribuenti paga anche per l’altra metà. Poco più di 18,5 milioni di contribuenti versano infatti solo il 4% dell’intero gettito e, tra questi, 13 milioni non pagano nulla. Si può certamente affermare alla luce di ciò che l’imposta sulle persone fisiche è la sola realmente progressiva nel nostro ordinamento fiscale, a fronte del proliferare di imposizioni piatte, dalle rendite finanziarie, agli affitti ai fatturati fino a 65 mila euro. 2) Sulla progressività incidono due ulteriori fattori. Non solo il gettito Irpef è concentrato in una parte limitata dei contribuenti, ma dipende anche in larga misura da alcune aree. Le Regioni del Nord versano quasi il 57% dell’Irpef, mentre il Centro paga poco più del 22% e il Meridione si attesta ad una percentuale vicina al 20%. In questo senso a Nord la differenza fra la percentuale di imposta pagata è superiore di 10 punti alla percentuale della popolazione, al Centro è superiore di circa 3 punti e a Sud è inferiore di quasi 15 punti. Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che, per effetto delle addizionali Irpef definite dai Comuni, il peso dell’imposta cresce laddove i conti pubblici sono in disordine e quindi obbligano le amministrazioni locali ad appesantire l’aliquota. Così anche in Comuni dove il reddito è basso, la pressione fiscale tende a salire in maniera chiaramente regressiva. A Roma, per citare un esempio eclatante, il reddito medio pro capite è inferiore di 6500 euro a quello milanese, ma la pressione Irpef raggiunge il 33,5% a fronte del 34,4% di Milano. Un ulteriore esempio può essere fornito da Napoli, dove l’Irpef mediamente pagata è vicina ai 6500 euro, come a Biella, dove però vale il 28,85 del reddito medio mentre a Napoli rappresenta il 31,5%. 3) E’ abbastanza evidente che con una struttura dell’Irpef con queste caratteristiche pensare di introdurre un regime di flat tax sarebbe estremamente pericoloso in termini di gettito complessivo. Passare dalle attuali cinque aliquote a solo due o a tre, con una no tax area per le fasce più povere, come ipotizzato da alcune forze politiche, avrebbe infatti effetti pesantissimi: con il sistema vigente, sopra i 55 mila euro si applicano per le parti di reddito eccedente due aliquote, pari al 41% fino a 75 mila euro, e al 43% sopra quella cifra. Se si passasse a due aliquote del 15% fino a 50 mila euro e del 20% sopra quella soglia, considerato il ricordato carattere fortemente polarizzato nelle fasce alte del reddito e in alcune aree regionali dell’attuale prelievo fiscale, non solo crollerebbero le entrate tributarie italiane ma il beneficio dello sgravio fiscale sarebbe decisamente concentrato sia in termini sociali sia in quelli geografici. L’impatto, in estrema sintesi, sarebbe tanto marcato da destabilizzare la tenuta dello Stato sociale in vaste zone del paese e da costringere ad un vero e proprio ripensamento dell’idea stessa di cittadinanza nelle forme in cui si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni.  Si tratterebbe, peraltro, di un’impostazione  in netto contrasto con l’andamento della spesa sociale così come definita nell’ultima Legge di bilancio che ha registrato un aumento secco della spesa corrente pari a 16 miliardi rispetto al “consolidato” del 2018, a cui si dovrebbe aggiungere un ulteriore incremento di altri 8 miliardi di euro entro la fine del triennio 2019-2021. Appare assai complicato, allora, immaginare di tagliare in maniera radicale le imposte e continuare a far crescere la spesa, compresa quella improduttiva visto il rapido congelamento della spending review ministeriale. Ancora dalla legge di Bilancio 2019 emerge, in tale ottica, che i tagli alla spesa dei ministeri sono stimati in poco più di 800 milioni di euro e, ad oggi, non hanno avuto inizio. Ma, con un minore gettito fiscale, con una spesa corrente che sale e con i tagli che languono, l’unica soluzione praticabile resta quella di far ricorso all’indebitamento pubblico, sempre più la strada maestra della maggioranza giallo-verde.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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di Prof. Alessandro Volpi

In occasione del recente viaggio in Italia del presidente cinese Xijinping sembra che uno dei temi trattati con il governo italiano, al di là degli accordi commerciali, sia stato quello della possibilità per alcuni istituti dell’ex impero celeste, e  per la stessa banca centrale, di  comprare titoli del debito pubblico italiano. Si tratta di una eventualità tutt’altro che remota dal momento che il debito italiano sta crescendo, negli ultimi mesi, in maniera assai sensibile e che la Banca Centrale Europea ha ridimensionato la propria linea di liquidità facile nei confronti dei debiti nazionali. In realtà, la possibilità che i cinesi “aiutino” il Tesoro italiano nel collocamento dei suoi titoli a tassi di interesse non gravosi non appare facilmente percorribile per una serie di ragioni. 1) La Cina è un paese fortemente indebitato; sommando il debito pubblico, con il debito dei privati e quello delle amministrazioni locali si arriva ad una percentuale del 280-300% rispetto al Pil, che negli ultimissimi anni ha segnato un parziale raffreddamento. A preoccupare le autorità cinesi sono soprattutto i debiti delle amministrazioni locali, mai veramente quantificati e suscettibili di notevoli sorprese; molte di queste amministrazioni, infatti, si sono mostrate, nel tempo, insolventi nei confronti di banche più o meno grandi causandone, in vari casi, il fallimento. Anche il debito pubblico in senso stretto è lievitato nell’arco di un decennio, di fatto raddoppiando, e superando la soglia del 60% del Pil, per un valore complessivo dei titoli intorno  ai 7 mila miliardi di dollari che devono essere collocati. 2) Per finanziare il proprio sistema bancario e per collocare gran parte del proprio debito, la Banca del popolo, la banca centrale cinese, ha emesso e sta emettendo una gran quantità di carta moneta, destinandola, appunto, ad esigenze interne; in altre parole gli yuan vengono creati quasi senza reali limiti, nell’ambito di un sistema di controlli del tutto opaco, per provvedere al pagamento del debito pubblico e dei debiti locali e, al contempo, per spingere il sistema dei consumi interni, tenendo basso il livello del carico fiscale. Naturalmente perché questa gigantesca massa di carta moneta artatamente prodotta non si trasformi in una svalutazione dello yuan troppo marcata, tanto da trasformare il beneficio in termini competitivi di una moneta debole in una pesantissima inflazione, destinata a ridurre il potere d’acquisto dei cinesi, è necessario che non entri mai in contatto con il sistema monetario internazionale. In altre parole, occorre che i pagamenti esteri operati dalla Cina e dalle sue imprese avvengano in una moneta forte, oggi individuata dagli stessi cinesi nel dollaro. 3) Nella scelta dei titoli del debito pubblico da acquistare, dunque, le autorità cinesi devono tener conto di almeno due dati fondamentali: in primo luogo devono comprare titoli denominati in moneta forte per reggere l’urto di una possibile svalutazione dello yuan, determinato dal suo larghissimo, e scorretto, utilizzo interno, e, secondariamente, vogliono acquistare titoli che garantiscano un buon rendimento, la certezza della restituzione a scadenza e la capacità di mantenere il valore. In merito alla prima esigenza, è evidente che il rischio ricorrente, ventilato con cadenza periodica, che l’Italia possa uscire dall’euro e voglia tornare a dotarsi di una propria, fragilissima moneta, scoraggia gli acquirenti cinesi alla ricerca, come detto, di una valuta forte. Anche la scelta del governo italiano di trattare in maniera separata con la Cina, al di fuori del perimetro europeo, non favorisce certo l’impegno cinese nel debito italiano, se non per piccolissimi e del tutto simbolici lotti di titoli. Per quanto riguarda i rendimenti, appare evidente che i titoli emessi dal Tesoro degli Stati Uniti saranno sempre più appetibili. Gli ultimi dati forniscono un quadro in cui i tassi di interesse a breve termine sono più alti di quelli a lungo termine, un indicatore che in genere significa l’arrivo di una recessione, ma al contempo certifica che la Federal  Reserve, nonostante le pressioni di Trump sul presidente Powell, non abbasserà i tassi rendendo quindi i titoli Usa assai appetibili per i cinesi. Inoltre non bisogna trascurare che i cinesi già detengono 1100 miliardi di dollari in titoli americani, rappresentando insieme al Giappone i  principali possessori del debito a stelle e strisce. Immaginare dunque che la Cina possa costituire l’uscita di sicurezza per collocare il crescente debito italiano, di fronte alla parziale ritirata della Bce e alla fuga degli altri compratori esteri e delle banche italiane, già fin troppo imbottite di debito nazionale, risulta decisamente illusorio. Un’ultima avvertenza merita anche il rischio che eventuali finanziamenti cinesi a imprese italiane avvengano in dollari, e non in euro, perché un eventuale rafforzamento della moneta americana genererebbe, come avvenuto per altri, paesi un aumento del conto da pagare alla Cina. Davvero, non è tutto oro quello che luccica.

Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Di Prof. Alessandro Volpi

Lo Stato italiano, già molto indebitato, avrà bisogno di indebitarsi ulteriormente. Sembra paradossale, ma è così e si tratterà di un aumento tutt’altro che trascurabile. Nel corso del 2019, infatti, sono previsti titoli del debito pubblico in scadenza per 412 miliardi, una cifra davvero molto importante, che deve essere rifinanziata per garantire la solvibilità del paese e, di conseguenza, la copertura di servizi e stipendi. A tale montagna debitoria, si aggiungono le esigenze di collocamento di titoli nuovi, necessari per finanziare circa la metà della legge di bilancio, pari a poco meno di una decina di miliardi; una somma indispensabile a rendere possibile il reddito di cittadinanza e quota 100. Ci sono poi altre partite aperte che potrebbero pesare in modo rilevante. La già ricordata legge di bilancio prevede oltre 50 miliardi di clausole di salvaguardia, destinate a scattare nel caso in cui gli obiettivi di finanza pubblica non venissero raggiunti; la più rilevante di tali clausole è costituita dall’aumento automatico dell’Iva che, se intervenisse realmente per un importo così ampio, avrebbe conseguenze davvero dannose sul versante dei consumi interni. Per scongiurarne l’entrata in vigore, il governo dovrebbe immaginare misure alternative in termini di riduzioni di spesa o di incentivi alla crescita, come ha ipotizzato il ministro Tria. In questo secondo caso, è probabile un nuovo ricorso al debito pubblico per qualche miliardo in una prospettiva assai sfidante per cui l’esecutivo prova a eliminare il ricorso alle clausole di salvaguardia facendo crescere il Pil con interventi finanziati a debito; in estrema sintesi, un doppio salto mortale che, dunque, aggiunge ulteriore debito pubblico. Un altro dato da non sottovalutare è rappresentato dal minor gettito che può derivare dalla flat tax sulle partite Iva, che potrebbe ridurre sia le entrate derivanti dall’Irpef sia quelle provenienti dall’Iva. Anche in questo caso, visti i ridotti margini di spazio fiscale contenuti nella legge di bilancio al di là delle clausole di salvaguardia, il pericolo reale è di dover fare ancora appello all’emissione di titoli pubblici. Ma l’elemento che rischia di far saltare il banco è identificabile nell’ultima proposta di introdurre una flat tax sui lavoratori dipendenti con due aliquote al 15 e al 20% per i redditi fino a 50 mila euro e al di sopra di tale limite. Una simile misura potrebbe costare qualche decina di miliardi di euro anche se il governo si è affrettato a sostenere che non esistono calcoli precisi in tal senso e a smentire le simulazioni provenienti dallo stesso Ministero del Tesoro. Dunque, provando a fornire una stima molto approssimativa nel giro di un anno, al debito pubblico italiano, ora superiore al 132% del Pil, potrebbe aggiungersi un centinaio di miliardi di euro in nuovi titoli da sommare ai già ricordati 412 miliardi in scadenza, che costringerebbero il Tesoro a rivedere le proprie scadenze e, quasi inevitabilmente, i tassi; tutto ciò mentre le previsioni di crescita del paese non si scollano da un “ottimistico” 0,2%. Nel frattempo la Bce ha sospeso il quantitative easing, le inondazioni di liquidità a costo zero, e ha mantenuto i tassi allo zero per cento con l’indicazione chiara, però, di sostenere le banche perché spingano l’economia produttiva piuttosto che il debito. In più a maggio si terranno le elezioni europee che vedono, nei sondaggi, l’avanzata delle forze sovraniste dichiaratamente euroscettiche e quindi animate da meccanismi di difesa delle singole realtà nazionali, in evidente contrasto con la possibilità di impegnare tutti i paesi nella difesa delle realtà più indebitate, a cominciare da quella italiana. Infine, un effetto negativo sarà svolto anche dalla Brexit, non solo sui 23 miliardi di euro in esportazioni italiane ma in particolare a causa della frammentazione di capitali attualmente concentrati nella City di Londra che produrrà un aumento dei costi finanziari e un’avvertibile difficoltà nel collocamento dei debiti nazionali su uno dei più grandi mercati del mondo. Di fronte a tutto ciò, emerge una contraddizione evidente. La tenuta dello Stato italiano dipende sempre più dal debito pubblico, che continuerà a crescere, peggiorando sensibilmente il proprio rapporto con il Pil, vista l’ormai incipiente recessione reale. Questa condizione, unita agli scenari sopra ricordati, tenderà a rendere tuttavia complicatissimo trovare compratori di tale debito a costi sostenibili. In altre parole, abbiamo bisogno di un’Europa e di una Bce che accettino di “aiutare” i paesi in difficoltà, evitando sconsiderati sciovinismi e riscoprendo lo spirito dei padri fondatori, e dovremo, inevitabilmente, lasciar perdere le flat tax per operare un prelievo fiscale necessario laddove è possibile praticarlo senza danni sociali.

Alessandro volpi, università di pisa

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di Paolo Costanzo

Nell’essenza dei rapporti fra Cittadino, cosa pubblica e Stato, quest’ultimo deve avere bisogni e interessi analoghi ai singoli cittadini che lo compongo. I sistemi tributari dovrebbero assoggettare a imposta i fenomeni economici e distribuire con giustizia i costi pubblici. Lo stesso Einaudi sosteneva che l’imposta progressiva, tipico congegno redistributivo, deve servire allo sviluppo dei beni comuni, della sicurezza sociale e dell’istruzione, concorrendo a ridurre la disuguaglianza dei punti di partenza.

L’articolo53 della Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Proviamo a verificare se questa previsione sia adeguatamente soddisfatta. A prima vista sembrerebbe di sì. Infatti, il Testo Unico delle Imposte sui Redditi, all’articolo 11, prevede che l’imposta è determinata applicando le seguenti aliquote per scaglioni di reddito:

 DA  A %
                                            -                    15.00023%
                                    15.000                  28.00027%
                                    28.000                  55.00038%
                                    55.000                  75.00041%
                                    75.000                          -  43%

  

I criteri di progressività sono rispettati attraverso scaglioni di reddito ai quali si applicano aliquote progressive di imposta e la capacità contributiva di ogni individuo è misurata sulla base del reddito prodotto. Esiste poi un sistema di detrazioni, legato ai figli, alle spese mediche, ecc. e di deduzioni prevalentemente legato alle spese contributive, che rafforza il principio della capacità contributiva. Da un punto di vista formale possiamo pertanto dire che l’articolo 53 della Costituzione sia assolutamente rispettato.

Un primo problema si presenta quando confrontiamo la capacità di spesa del 2019 con quella del 2006, anno in cui gli scaglioni di reddito sono stati associati alle attuali aliquote marginali. Se consideriamo che la capacità di spesa nell’arco di 12 anni si è ridotta di almeno il 20%, possiamo affermare che la contribuzione alle spese dello Stato è aumentata del 20% circa, senza che vi sia stato un pari aumento di capacità contributiva. Ovviamente tale anomalia ha un peso specifico maggiore per i redditi più bassi incidendo in misura significativa sul reddito disponibile delle classi meno abbienti. Per evitare una tale ingiustizia sociale, sarebbe stato opportuno adeguare gli scaglioni di reddito all’aumento reale del costo della vita.

Proviamo ora a fare alcuni ulteriori approfondimenti e cerchiamo di comprendere se il sistema fiscale italiano presenta o meno ulteriori anomalie.

Ipotizziamo di considerare la capacità contributiva di due professionisti: il primo ha optato per il regime della Flat tax, introdotto dalla legge di bilancio 2019, mentre il secondo non lo ha potuto fare in quanto privo dei requisiti e ipotizziamo che entrambi fatturino 60.000 euro e abbiano gli stessi costi: nel primo caso il contribuente si troverebbe a sostenere imposte per circa 6.000 euro mentre nel secondo caso per circa 11.000 euro. 

Ebbene ci troviamo di fronte ad una disparità ingiustificata: due distinti contribuenti, a parità di capacità contributiva si trovano a contribuire alle spese dello Stato in misura differente. In poche parole, il Contribuente privo dei requisiti per accedere alla flat tax paga oltre l'80% in più di tasse. La stessa disparità si verifica nel caso in cui il contribuente sia un lavoratore dipendente il quale anch’esso subisce tale ingiustificato diverso trattamento tributario.

Ipotizziamo ora di considerare due contribuenti con un reddito imponibile di 100.000 Euro, il primo lavoratore dipendente, mentre il secondo in possesso di un patrimonio che investe in titoli. Nel primo caso, il lavoratore dipendente subisce una tassazione di circa 36.000 Euro, mentre nel secondo caso di 26.000 Euro.

Consideriamo ora un altro caso: 1) una famiglia con 2 coniugi e 2 figli con un reddito di 100.000 Euro conseguito da un coniuge in quanto il secondo ha deciso di dedicarsi alla cura dei figli; 2) una famiglia composta di due soli coniugi entrambi lavoratori con un reddito di 50.000 Euro cadauno. Ebbene, a parità di reddito familiare, la famiglia 1) si troverebbe a pagare imposte per circa 35.800 Euro mentre la famiglia 2) si troverebbe a pagare imposte per 30.600 Euro circa, anche in questo caso con una differenza del 14% circa. Al riguardo, giova ricordare che l’articolo 31 della Costituzione prevede che “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.”

Ci si domanda a questo punto come sia possibile che si realizzino queste iniquità, come sia possibile che le imposte che il cittadino deve offrire allo Stato siano spesso scollegate al corrispondente indice di capacità produttiva. La flat tax, così com’è stata confezionata, è una promessa elettorale raffazzonata che costerà ai cittadini circa 330 milioni di euro nel 2019 e 1,8 miliardi di euro nel 2020 e di cui beneficeranno poche centinaia di migliaia di contribuenti con una spesa per la generalità dei cittadini che poteva essere allocata in maniera più efficiente.

 

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di Prof. Alessandro Volpi 

Per rendere più attraente l’appartenenza europea e migliorare le prospettive economiche italiane, avendo come obiettivo una maggiore giustizia sociale, è possibile fare ricorso ad alcune proposte che circolano da qualche tempo e che può essere utile riassumere in termini semplici. 1) Appaiono sempre più necessari un salario minimo garantito che valga per tutta l’Unione Europea e un fondo comune europeo contro la disoccupazione; si tratterebbe di due misure in grado di ridurre i rischi sociali nei momenti di crisi più acuta delle varie economie nazionali che, se finanziate in maniera continuativa, eviterebbero il ricorso a più costosi provvedimenti presi in emergenza. Soprattutto rappresenterebbero un cardine a cui legare una solida nozione di cittadinanza europea che consentirebbe di allontanare ogni euroscetticismo, in particolare se la copertura del salario minimo e del fondo provenisse dall’emissione di titoli di debito europeo, efficaci sui mercati e simboli di un impegno realmente condiviso.  Sulla solidarietà si costruisce infatti l’appartenenza comune. 2) Occorre rimuovere l’inutile direttiva comunitaria che ha introdotto il cosiddetto “bail in”, il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e correntisti delle banche fino a 100 mila euro in caso di fallimento bancario. Tale norma, di fatto mai applicata, nasce da un’idea molto rigida di libera concorrenza e del conseguente divieto di aiuti di Stato per cui non è possibile procedere a salvataggi bancari a carico dei contribuenti se non dopo aver chiamato al sacrificio i tre gruppi sopra ricordati. Proprio questa rigidità ha spaventato molto i risparmiatori e li ha resi restii ad ogni forma di investimento finanziario, utile alla ripresa del sistema produttivo, a cui serve liquidità. Inoltre, la sola minaccia del bail in ha generato forti perdite per molti istituti di credito italiani, costretti a pesanti ricapitalizzazioni. Al di là degli aspetti tecnici ed economici, la prospettiva che l’Europa sia “nemica” dei risparmiatori costituisce un argomento fortissimo per gli euroscettici. 3) Serve un accordo tra i vari Stati membri per riformare i trattati nella parte che fissa al 3% il rapporto da non superare tra deficit e Pil, portandolo al 5% per i paesi che hanno un avanzo primario e che non aumentano la spesa per interessi sul debito. Sarebbe possibile così liberare risorse pubbliche per investimenti, indispensabili per la ripresa economica. E’ chiaro che un allentamento delle maglie del rapporto deficit-Pil può avvenire, senza scossoni sui mercati finanziari, solo se condiviso a livello europeo e non tramite sforamenti unilaterali. Di nuovo quindi si tratta di una questione culturale. 4) Sul versante italiano varrebbe la pena pensare ad un’imposta patrimoniale che non abbia carattere di una tantum ma acquisisca i tratti della misura permanente, con evidenti finalità redistributive. Attualmente esiste nel sistema tributario italiano un prelievo sui patrimoni che non è banale: Imu e Tasi garantiscono un gettito annuo di quasi 22 miliardi di euro, a cui si aggiungono il bollo auto per 6,7 miliardi, l’imposta di bollo sulle attività finanziarie per 6,2, l’imposta di registro per 5,3, il canone Rai per 2, l’imposta ipotecaria per 1,7 e la tassa di successione per 815 milioni. In estrema sintesi i patrimoni degli italiani garantiscono ogni anno un prelievo di circa 45 miliardi; un gettito che ha conosciuto un balzo sensibile tra il 2011, quando era pari a poco meno di 32 miliardi, e il 2012, allorché arrivò a 44,6 miliardi di euro, per oscillare negli anni successivi fra i 48 e, appunto, i 45 miliardi del 2017. Il vero problema di questo prelievo, tuttavia, è costituito dal fatto che risulta poco progressivo e dunque non svolge una funzione redistributiva. Occorrerebbe, allora, rimodularlo partendo da un presupposto diverso: si potrebbe alleggerire la pressione di tali imposte per alcune fasce di reddito più basse e appesantirla per quelle più alte. Se è vero, infatti, che la polarizzazione delle fortune è così marcata che, in Italia, l’1% più ricco della popolazione possiede il 25% della ricchezza, pari a circa 2500 miliardi, non sarebbe troppo gravoso chiedere, ogni anno, per un decennio, un “contributo di solidarietà” dell’1,5% di tale cifra applicato ai patrimoni che rientrano in tale fascia. Si ricaverebbero così 37,5 miliardi, da aggiungere ad un gettito sulle voci sopra ricordate pari a circa 35 miliardi, dopo la già ricordata decurtazione progressiva. Se, poi, grazie alla riduzione degli spread, dettata da un diverso clima europeo, fosse possibile contrarre la spesa in conto interessi sul debito di una decina di miliardi, le risorse per migliorare la distribuzione della ricchezza e dei redditi e per rilanciare i consumi non sarebbero affatto trascurabili. Certo, prima di tutto, bisogna invertire una tendenza che va, ora, in un’altra direzione tanto da aver già fatto salire il costo degli interessi da pagare nel 2020 di quasi 9 miliardi rispetto al 2019.

Alessandro volpi, università di pisa

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di dott. Paolo Costanzo

L’articolo di Alessandro Volpi suscita un concreto desiderio di dibattito su quanto in esso espresso anche in merito ai vantaggi di essere parte di una Comunità (europea) e di una moneta comune. Purtroppo, l’Europa è ed è stata vissuta come l’Europa delle Patrie e non con una visione della Patria europea frutto di istanze federali. I cittadini italiani (e quindi europei) e il ceto medio hanno bisogno di risposte, di una ricetta di giustizia economia che possa far coincidere crescita, welfare e giustizia sociale, che gli permetta di percepire un futuro migliore per i propri figli; che gli consenta di percepire l’ineludibile flusso migratorio non come una aggressione, una minaccia alla propria stabilità economica e alla propria sicurezza, ma come una ricchezza, una opportunità di crescita culturale e professionale (servirebbe a tal proposito un piano serio di integrazione con un patto sociale che preveda lo scambio fra parità di diritti e assoluto rispetto della legge).

I giovani, ma anche i meno giovani e le migliori risorse umane e professionali del Paese hanno il desiderio di riaccendersi con entusiasmo perché negli ultimi decenni la politica si è disinteressata delle istanze degli individui cedendo alle identità plurali che sono divenute corporazioni e si sono trasformate in centri di potere, che si sono frapposte e tuttora si frappongono fra Stato e cittadini. L’esito di tale scellerata scelta, in molti casi mascherata da politica liberale (e non lo è stata), ha determinato un’insopportabile burocratizzazione del Paese, l’incapacità di cogliere le sfide della modernizzazione, subendone gli effetti, il sacrificio del merito, a beneficio della relazione e dell’egualitarismo, e più in generale la soppressione dei diritti inviolabili dell’individuo. L’uguaglianza dei punti di partenza, il principio del minimo che è punto di partenza e non di arrivo, sono la necessaria premessa affinché l’affermazione delle migliori energie di intelletto e di organizzazione non rimanga soltanto una possibilità teorica, ma diventi reale e concreta. La cultura meritocratica significa anche lotta seria alla corruzione (con gli adeguati presidi che anche l’OCSE propone).

Crescita, sicurezza, coesione sociale e riduzione delle disuguaglianze presuppongono la cultura della verità, e non della notizia, perché il cittadino deve agire informato; politiche di inclusione, perché l’incontro delle culture e delle conoscenze sono fonti di ricchezza; allocazione efficiente delle risorse perché la ricchezza può essere redistribuita solo quando viene prodotta (al riguardo risulta di estremo interesse anche la proposta del Prof. Vittorio Emanuele Falsitta apparsa recentemente sul Giornale dove individua in alcune modalità di prelievo fiscale europeo una fonte di civiltà e di giustizia sociale). Nel nostro Paese si investe nell’istruzione meno di quanto si spende in interessi sul debito pubblico ed è un grave errore perché ciò porta a subire l’innovazione anziché cavalcarla e la dimostrazione è data dal mismatching fra domanda e offerta di lavoro. Uno dei problemi del Paese è la bassa scolarizzazione e quindi l’incapacità/impossibilità per molti di cogliere le opportunità e di comprendere le enormi possibilità e il grande entusiasmo che, nell’economia della conoscenza, l’innovazione digitale e l’intelligenza artificiale sono in grado di offrire. Sì, sembra un non senso affermare che l’intelligenza artificiale può conferire una grande opportunità di crescita professionale ed economica perché vi è il timore che comporti la perdita di posti di lavoro. Sarebbe così se la si subisse e non la si cavalcasse perché l’insegnamento che ci ha dato la storia è che l’innovazione deve essere posta al servizio dell’umanità, deve migliorare la qualità della vita delle persone.

Portiamo il cuore oltre l’ostacolo (come ha recentemente affermato Macron), avviamo una proposta (politica) come quella di organizzare centri di formazione con le Università (in luogo degli inutili centri per l’impiego), con le migliori risorse umane e professionali, con i giovani ricercatori delle facoltà di ingegneria, fisica, economia, matematica, medicina, filosofia, ecc. coordinati adeguatamente ponendo i giusti presidi perché la formazione sia efficace (chiedendo anche alle imprese virtuose di partecipare al progetto, comprese quelle che si occupano di Outplacement). Non si tratta di formare le persone alle tecniche di intelligenza artificiale, ma all’utilizzo. Ciò potrebbe oltretutto portare alla possibilità di sviluppare idee imprenditoriali e culturali anche con il supporto del crowdfunding e con società di investimento specializzate nelle piccole iniziative imprenditoriali ad alto contenuto innovativo. Anche quando nel 1995 si è iniziato a parlare di internet molti immaginavano le opportunità ma nessuno pensava che avrebbe stravolto la nostra vita (per molti versi in meglio) e i servizi ai cittadini come poi è avvenuto.

Ci vuole coraggio, entusiasmo, supporto professionale ed economico, competenza e onestà al servizio di un grande progetto che potrebbe portare al miglioramento della vita di tutti noi. E questo è possibile laddove, nell’economia della conoscenza, le competenze vengano condivise senza alcuna gelosia.

A molti di noi non manca il desiderio di affrontare questa sfida, facciamolo per il futuro dei nostri figli.

 

Paolo Costanzo

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Di Prof. Alessandro Volpi

Qualche numero può servire a comprendere perché il problema dell’Italia non sono né l’Europa né, tantomeno, l’euro. Spesso si sostiene che il fatto di disporre di una moneta troppo forte, come l’euro, appunto, avrebbe danneggiato le esportazioni italiane. Se esaminiamo i dati, appare evidente che si tratta di un’affermazione sbagliata. L’Italia esporta ogni anno per poco meno di 500 miliardi di euro, registrando una tendenza in significativa crescita a partire dal 1980, con una bilancia commerciale quasi sempre in attivo da quella stessa data; nel 2017 l’avanzo commerciale ha raggiunto i 40 miliardi. Nel 2018 le esportazioni sono cresciute meno, ma hanno comunque registrato un incremento dell’1,9, a fronte di un aumento dei consumi interni dello 0,6. Più in generale tutta l’Europa, dotata di euro, ha conosciuto dal 2010 uno sbalorditivo balzo in avanti delle proprie esportazioni, passando da un saldo vicino allo zero ad uno attivo compreso fra i 300 e i 400 miliardi di euro. Se i vari paesi, Italia in primis, avessero dovuto fare affidamento sulle loro vecchie monete nazionali, assai più deboli e instabili dell’euro, forse avrebbero venduto di più, ma al contempo avrebbero pagato molto di più le importazioni, necessarie per un paese trasformatore come l’Italia, e dunque avrebbero avuto una bilancia commerciale assai peggiore. Proprio la stabilità e il valore dell’euro sono stati poi la garanzia primaria della tenuta dei patrimoni e dei risparmi degli italiani. Anche qui i numeri sono molto importanti. La ricchezza degli italiani è pari a 10500 miliardi di euro, di cui circa 4300 miliardi sono costituiti da ricchezza finanziaria e il resto da patrimonio immobiliare, rimasto in gran parte estraneo alle bolle speculative che hanno colpito altri mercati. Dei 4300 miliardi di ricchezza finanziaria, ben 1300 sono in conti correnti, di fatto “parcheggiati” in attesa di impiego che le incertezze della politica nazionale, e non certo quelle dell’Europa, rendono più complesso. Dal 2005 questa ricchezza ha accresciuto il proprio peso sul totale, salendo dal 23 al 32% attuale, e sulla base dei dati forniti dall’Abi tra il 2017 e il 2018 risulta che i depositi della clientela residente sono saliti di 32 miliardi di euro. Anche le imprese italiane hanno aumentato la quota di risorse immobilizzate in titoli immediatamente convertibili e in contante raggiungendo i 240 miliardi di euro nel 2018, la cifra più alta degli ultimi vent’anni. Dunque, in termini assoluti, l’euro ha tutt’altro che impoverito il paese e, soprattutto, come accennato, ha consentito un mantenimento di valore impensabile con una moneta nazionale debole. Applicare svalutazioni del 30 o del 40%, connesse ad un’eventuale uscita dall’euro, costituirebbe una pesantissima “imposta” sul complesso di queste ricchezze, indispensabili per la tenuta del paese. Solo l’assenza di inflazione, inoltre, ha permesso un “parcheggio” di tale ricchezza senza che questa dovesse scontare tassi negativi troppo pesanti da determinare fughe di capitale.  La moneta comune e l’appartenenza europea sono pertanto, sempre più, strumenti di garanzia per l’Italia, come per gli altri membri dell’eurozona che dovrebbero concentrarsi forse su altri temi, abbandonando la sterile questione dell’euroexit. Ci sono almeno tre questioni centrali infatti che dovrebbero essere affrontate con urgenza. 1) Esiste un macroscopico problema di redistribuzione della ricchezza e dei redditi in molti paesi europei che non può certo essere affrontato con il binomio svalutazione-inflazione, come auspicato dai sovranisti. In Italia i lavoratori dipendenti in condizioni di povertà sono il 12,2% del totale, in Germania il 9,1, il 13 in Spagna; è difficile immaginare una ripresa dei consumi, in grado di affiancarsi alle esportazioni, con salari così bassi. Le delocalizzazioni produttive possono alimentare l’export ma, come è sempre più chiaro, riducono in maniera ormai patologica la domanda interna. 2) Appare sempre più palese che ormai la crescita della produttività è molto difficile – in Italia in particolare – e ciò dipende dal fatto che a farla crescere, almeno da vent’anni, non basta più l’accelerazione del progresso tecnologico perché tale accelerazione contribuisce ulteriormente alla marginalizzazione del lavoro e alla polarizzazione della ricchezza. Maggiore produttività rischia di voler dire maggiore ricchezza per pochi. 3) L’Europa non funziona se gli Stati membri non sanno utilizzarla. Nel piano 2014-20, l’Unione europea ha stanziato per l’Italia 42,7 miliardi, che uniti ai 39 miliardi di cofinanziamenti nazionali, significano una cospicua dote di 73,6 miliardi di euro di fondi strutturali. In questo senso, l’Italia risulta dopo la Polonia la principale beneficiata da Bruxelles; tuttavia di tale cifre, il nostro paese ha speso solo il 3%. Lasciamo perdere l’euro e parliamo di cose serie.

Prof. Alessandro Volpi, Università di Pisa

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Di Alessandro Volpi, Università di Pisa

Esiste un legame fra la dura battaglia dei pastori sardi e le ben più effimere polemiche scatenate dal festival di San Remo? Anche se potrebbe apparire strano, un legame esiste ed è tutt’altro che irrilevante. I produttori sardi di latte sono scesi in piazza perché ritengono che non sia più sostenibile per loro vendere un litro di latte a cinquanta-sessanta centesimi, ad un prezzo che è largamente inferiore al costo di produzione. Un prezzo così basso dipende da vari fattori ma due sono quelli più rilevanti. Il primo è costituito dal fatto che i produttori di formaggi, gli acquirenti pressoché esclusivi del latte di pecora sardo, sono disposti a pagare soltanto quei prezzi bassissimi e quindi, rappresentando un cartello, riescono ad imporli ai produttori di latte. Il secondo fattore si lega alla sovrapproduzione dello stesso latte di capra, che continua ad essere immesso in grandi dimensioni su un mercato molto vicino alla saturazione. Il quadro poi è complicato dalla crisi del settore caseario, che ha ridotto la vendita del pecorino, ancora una volta risultato di una pesante sovrapproduzione, e dal fatto che sono esistiti a lungo produttori di latte disponibili a vendere sotto costo, spaventati dalla sempre possibile concorrenza di qualche paese emergente. Di fronte ad una situazione così complessa, la soluzione che sembra prendere corpo è quella dell'intervento dello Stato che, se non riuscisse a convincere i produttori di formaggio a pagare di più i propri fornitori, interverrebbe versando agli stessi produttori di latte la differenza tra il prezzo del mercato e quello ritenuto più “congruo” dagli stessi produttori. Dunque lo Stato, in una vertenza molto aspra tra due gruppi economici, assume i caratteri del grande salvatore, in grado di modificare le storture “egoistiche” del mercato, sostituendosi o comunque affiancandosi anche ai compiti di una Regione a statuto speciale. Si tratta di un ruolo assai simile a quello attribuitogli appunto dopo il festival di San Remo, per porre fine alla querelle fra giuria popolare e il giudizio degli 'esperti'; la soluzione sarebbe infatti quella di svolgere un’azione preventiva 'nazionalizzando' la musica attraverso la decisione, sancita da una norma dello Stato, di riservare il 30 per cento della programmazione radiofonica a canzoni scritte, prodotte e interpretate da italiani. In altre parole, lo Stato 'italiano' nell'interesse degli italiani, siano produttori di latte o cantanti, assume il ruolo di regolatore 'assoluto' capace di superare le dinamiche del mercato e restituire una giustizia “autoctona” che proprio il mercato, troppo freddo e asettico, non è in grado di garantire. Certo nell'ottica sovranista, il pieno recupero dello statalismo che si manifesta anche nelle ipotesi, sia pur molto variegate, di nazionalizzazione di Alitalia, Bankitalia, Autostrade etc., non è riducibile al tradizionale centralismo amministrativo, abbinato ad un pronunciato interventismo pubblico, perché si combina invece con visioni assai regionalistiche e, in alcuni casi, persino autonomistiche, come dimostrano appunto i referendum sulle autonomie regionali. E' però uno statalismo retoricamente molto forte, che serve ad interpretare le aspettative di un generale spirito del popolo italiano, fondato, in maniera forse un po’ paradossale, sul primato dei singoli interessi. Esiste uno spirito del popolo dei pastori sardi, esiste uno spirito del popolo dei lombardi e dei veneti autonomisti, esiste uno spirito del popolo dei campani e dei siciliani che rifuggono la povertà e fidano sul reddito di cittadinanza statale, esiste persino uno spirito del popolo di San Remo che rivendica la canzone italiana. Tanti spiriti molto specifici, tante declinazioni, quasi individualizzate, di un popolo che il nuovo Stato vuole rappresentare in maniera unitaria trovando sempre come collante “magico” un nemico da colpire, dal mercato, ai cantanti stranieri. Lo statalismo non si presenta più come una categoria economica e neppure politica, ma diventa così la visione organica per esprimere una sostanziale autoreferenzialità, un'autarchia del consenso, più determinante di qualsiasi altro elemento, dai prezzi definiti dal mercato, ai pareri delle autorità indipendenti fino alle “saccenti” élites, che vogliono occuparsi di musica. Lo Stato perde tratti istituzionali, certamente cessa di essere super partes, per trasformarsi in un organismo “spirituale” in cui si riconosce, prima di tutto  simbolicamente, un popolo che ha indebolito il proprio senso di cittadinanza e  lo ha sostituito con la rivendicazione di un primato costruito sulle passioni personalistiche. Siamo approdati alla celebrazione dello Stato assoluto della religione del popolo, che deve essere protetto in ogni sua pulsione.  

Prof. Alessandro volpi, università di pisa

 

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di Alessandro Volpi

Il tema dell’indipendenza della Banca d’Italia risulta assolutamente centrale in relazione alla tenuta della credibilità del nostro paese e, peraltro, richiama alla memoria varie stagioni del passato. Per capirne la rilevanza è necessario aver chiare le attuali funzioni dell’istituto centrale italiano, dopo la nascita della Bce. Bankitalia ha compiti di vigilanza nei confronti del sistema bancario italiano, condivisi però con altri organi, e ha un ruolo importante nella elaborazione di studi, stime e ricerche sull’andamento economico. Acquista, in maniera sempre più significativa, titoli del debito pubblico italiano, tanto che dal 2015 ne ha comprati su mandato della Bce per un valore di circa 365 miliardi, ed è proprietaria di riserve auree per quasi 85 miliardi, quarta al mondo dopo Federal Reserve, Bundesbank e Fondo monetario internazionale. Registra, inoltre, attivi di poco inferiori ai 1000 miliardi, in cui sono comprese oltre alle voci già ricordate anche 40 miliardi in valuta estera, e ogni anno versa al Tesoro 4,9 miliardi di euro fra quote e imposte. Si tratta dunque di un istituto ancora fondamentale per la vita economica e politica italiana. Le sue stime infatti hanno un peso non trascurabile nella formazione di un giudizio nella platea degli operatori  mentre i titoli del debito in suo possesso potrebbero essere oggetto di operazioni finalizzate ad alleggerire il debito stesso, come è accaduto con la singolare proposta, avanzata nella primavera scorsa, di “cancellare” 250 miliardi di titoli acquistati con la liquidità facile della Bce. Sulla rilevanza del potere di controllo è persino superfluo insistere. Le riserve invece sembrano essere diventate l’obiettivo a cui almeno una parte del governo guarda ora per finanziare la legge di bilancio in caso di difficoltà nel collocamento dei titoli del nostro debito e soprattutto per evitare che il prossimo anno scatti il pesante aumento dell’Iva in assenza di altre coperture da inserire nella manovra del 2020. In tale ottica le riserve auree, e forse non solo quelle, verrebbero trasferite in proprietà allo Stato e lasciate alla Banca d’Italia solo in gestione, in modo da offrire al debito statale maggiori garanzie, puntando al tempo stesso a incassare le plusvalenze rese possibili da una rivalutazione, a prezzi correnti, delle stesse riserve. In estrema sintesi si procederebbe ad una nazionalizzazione forzata dell’istituto centrale, che verrebbe inserito fra gli strumenti necessari per finanziare manovre in evidente deficit e con un debito in crescita, reso più pesante dalla sempre più probabile recessione. Dopo l’utilizzo a piene mani della Cassa depositi e prestiti per rendere possibili operazioni di mascheramento del debito e di repentine privatizzazioni, per cui la stessa Cassa, pubblica al 70%, compra beni pubblici senza gravare sul debito perché fuori dal perimetro dei soggetti sottoposti ai vincoli europei, ora toccherebbe alla Banca d’Italia ad essere sottoposta alle logiche sovraniste. Se non è più praticabile, l’abbandono dell’euro e il ripristino della piena sovranità monetaria nazionale, la nuova strategia parrebbe essere quella di dissanguare l’istituto di via Nazionale, e di aggiungerlo a Cassa depositi e prestiti nell’opera di copertura artificiale del debito in costante esplosione. Per fare tutto ciò, occorre in primo luogo eliminarne l’indipendenza, “liberandola” dai tecnici e riportandola sotto la stretta influenza della politica, impegnata in una certosina selezione delle nomine in base alla fedeltà all’interesse del “popolo sovrano”. Bisogna, così, rimettere le lancette della storia al 1936, quando il governatore della Banca centrale veniva nominato dal governo, e ripercorrere le tappe che hanno visto la Banca d’Italia subire sconcertanti sarabande di cui hanno fatto le spese tutti coloro che hanno provato ad opporsi allo strapotere della politica; basterebbe ricordare la drammatica vicenda del governatore Paolo Baffi e del direttore Mario Sarcinelli, travolti per aver difeso la Banca dagli assalti di Sindona e compagni. La storia dovrebbe averci insegnato che la presenza della politica nella banca centrale non ha dato grandi prove; se la storia non bastasse poi ad indurci alla difesa dell’indipendenza di Bankitalia, dovremmo tener presente gli effetti immediati, e devastanti, di una sua sottomissione alla politica. Mettere mano alle riserve auree, cancellare parti di debito, nominare uomini di fiducia dell’esecutivo nelle posizioni apicali rappresenterebbe un colpo mortale non a Bankitalia ma alla credibilità del nostro paese e del suo debito, il cui collocamento diverrebbe così costoso da bruciare le riserve auree messe in gioco. Certo, dopo la riforma bancaria del 1993, il crescente peso acquisito dai grandi istituti di credito all’interno dell’assemblea degli azionisti di Bankitalia ha reso molto più difficile difendere un’indipendenza indebolita proprio da questa parziale “privatizzazione” e ha allentato l’azione di controllo verso i suoi “proprietari”. Questa trasformazione non può essere, tuttavia, la ragione a cui appellarsi per andare all’arrembaggio di un’istituzione che ha contribuito e contribuisce alla tenuta del paese proprio perché parte integrante dell’indispensabile equilibrio fra i poteri su cui si fonda la democrazia, non riducibile alla sola dimensione elettiva, e elettorale.

Prof. Alessandro Volpi - Università di Pisa

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Ma a lui ci sta pensando qualcuno?

di Alessandro Volpi*

Per provare a comprendere alcuni aspetti dello scenario economico italiano dei prossimi mesi possono essere utili i numeri forniti di recente da vari istituti di ricerca che confermano l’indispensabilità dell’euro e l’importanza dei legami con l’estero  delle nostre istituzioni finanziare.

1) Le banche mondiali sono esposte nei confronti del sistema economico italiano per poco meno di 800 miliardi di dollari, una cifra sostanzialmente stabile nel tempo, a fronte, di una più evidente contrazione degli impegni delle stesse banche nei riguardi dei titoli del debito pubblico italiano. Si tratta di un dato estremamente rilevante che è cresciuto di ben 500 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni, da quando cioè è stato introdotto l’euro, a dimostrazione della capacità della moneta unica di rassicurare gli investitori internazionali rispetto alle possibili criticità e alle debolezze dell’economia italiana. E’ evidente che, alla luce di ciò, risulta indispensabile cancellare ogni ipotesi di abbandono della moneta unica per mantenere in vita questo decisivo flusso di capitali altrimenti difficilmente sostituibile con risorse interne. La stabilità della moneta europea contribuisce a rendere possibile anche un volume di esportazioni italiane che si è mantenuto nel corso degli ultimi anni intorno ai 500 miliardi di euro ogni anno; una massa di risorse che non è affatto certo sarebbe altrettanto cospicua in presenza di una moneta nazionale, più debole e dunque apparentemente più “competitiva”, ma decisamente più insicura, a meno di non immaginare stravaganti modelli di doppia circolazione monetaria.

2) Secondo i dati elaborati da Bankitalia, le banche italiane hanno ridotto dal 2011 il ricorso al mercato internazionale dal momento che le emissioni di obbligazioni sono risultate negative per 47 miliardi di euro, con una contrazione della loro incidenza sul totale della raccolta delle stesse banche dall’11,5 al 9,5%. In altre parole ciò significa che, di fronte alle difficoltà ad approvvigionarsi nel mercato interbancario, gli istituti di credito italiani hanno fatto larghissimo ricorso alle iniezioni di liquidità della Banca centrale europea, grazie alle quali, per citare le parole del governatore Visco, “hanno contribuito a sostenere l’erogazione del credito alle famiglie e alle imprese e a ridurne il costo”. Queste iniezioni, prese a prestito dal sistema bancario italiano per circa 240 miliardi di euro sui 740 messi a disposizione di tutta l’area euro dall’istituto presieduto da Mario Draghi, dovranno tuttavia essere restituite, sia pur a tassi inesistenti, entro la prima metà del 2020 e ciò costringe le stesse banche italiane a attrezzarsi rapidamente in tale direzione; una condizione tutt’altro che semplice da realizzare viste le già ricordate difficoltà di collocamento delle obbligazioni bancarie italiane e data la lievitazione degli spread. Dalla metà del maggio scorso ad oggi, gli istituti di credito italiano sono riusciti a piazzare soltanto 12 miliardi di euro in obbligazioni, un esito che ha rappresentato il peggior risultato degli ultimi 10 anni, molto simile a quanto accadeva nella tempesta del 2011.

3) Per fronteggiare questa esigenza di risorse finalizzate a restituire i prestiti della Bce, le banche italiane, che continuano ad essere imbottite di titoli del debito pubblico italiano per un totale di oltre 330 miliardi di euro, hanno iniziato una pericolosa opera di smobilizzo della loro presenza nelle principali economie internazionali. Dalla primavera dell’anno passato, hanno ridotto infatti la loro esposizione verso Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e Olanda di quasi 50 miliardi di euro; una manovra indotta in gran parte dalle cause sopra ricordate ma certamente non indolore perché destinata a indebolire il peso italiano su mercati rilevanti dove sono cruciali forme di sostegno in grado di coadiuvare  le già ricordate, decisive esportazioni.

Appare chiaro da questi dati che nei prossimi mesi l’Italia avrà bisogno di maggiori dosi di internalizzazione e di Europa, due ingredienti tra loro strettamente connessi. Grazie all’euro la nostra economia riesce a conservare un determinante afflusso di capitali esteri che è auspicabile non si riduca perché le banche italiane avranno bisogno di significative risorse la cui provenienza può essere per molti versi solo  internazionale e europea, date anche le previsioni di crescita del Pil nostrano poco distanti dallo zero. Di nuovo sarà decisivo il ruolo della Bce perché non è difficile capire che senza i suoi interventi “tampone”, magari con nuova liquidità per restituire quella presa a prestito o con nuove dilazioni nella restituzione dei prestiti fatti, il sistema bancario italiano rischia di risultare almeno parzialmente inadempiente e quindi di subire nuovi pesanti attacchi speculativi, facilmente alimentati da una dinamica dei differenziali di rendimento rispetto alla Germania tutt’altro che favorevole.

 

*Alessandro Volpi è professore di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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Lettera agli iscritti di +Europa Milano

Pubblichiamo di seguito la lettera di Simona Viola, Presidente pro tempore di +E Milano, agli iscritti del Gruppo milanese. Simona Viola è co-fondatrice dell'Associazione Per PiùEuropa. 

Cari amici e iscritti di +Europa,

eccoci all’indomani del congresso di fondazione del nostro partito, della nostra casa politica, del luogo dove abbiamo deciso di lavorare, insieme, e impegnarci per assicurare un futuro di libertà, pace e prosperità al nostro Paese e ai nostri figli, insieme ai nostri fratelli e cugini europei.

Abbiamo ospitato personalità di eccezione che ci hanno fatto avvertire la attualità e necessità del nostro impegno, personale e collettivo, in un momento così pericoloso e buio per l’Italia, per l’Europa e per il mondo intero.

Penso a Guy Verhofstadt presidente del Gruppo ALDE al Parlamento Europeo – i cui valori ispiratori la nostra forza politica condivide – a Carlo Calenda, speranza della sinistra liberale italiana venuta a proporci un progetto politico in divenire.

Penso al discorso intenso e attuale del vice presidente delle Comunità ebraiche, venuto a ricordarci quanto sia breve il passo che conduce dall’appannamento del nazionalismo, alla cecità assoluta del razzismo, dell’antisemitismo; l’odio e la violenza quando sono tollerati - e quindi colpevolmente promossi – dalle autorità che omettono la doverosa vigilanza sugli istituti e i valori della democrazia, trascendono in breve in paura e sudditanza, trasformano le società libere in comunità di sudditi, dove la legge del più forte prende rapidamente il sopravvento, con la complicità delle istituzioni.

Per tre giorni ci siamo conosciuti, abbiamo parlato, ci siamo mescolati e riconosciuti, con il rispetto che si deve sia a chi proviene da esperienze politiche di lungo corso, sia a chi si accosta con coraggio, per la prima volta all’impegno politico.

L’impegno politico è una delle espressioni più alte dell’uomo, è un atto di responsabilità e generosità verso la collettività, è l’accantonamento dell’attenzione esclusiva all’interesse particolare del singolo, accompagnato dalla coscienza di doversi far carico – ciascuno nei limiti delle proprie possibilità e capacità – del destino della collettività umana di appartenenza.

Come insegna Emma Bonino noi possiamo anche disinteressarci della Politica ma ci sarà sempre qualcun altro che se ne occuperà al posto nostro e non necessariamente nella direzione da noi auspicata.

C’è chi fa politica per fare affari, chi per far carriera, noi abbiamo l’ambizione di fare politica per renderci protagonisti della storia della comunità umana, e imprimerle la direzione che ci appare la migliore.

E’ la direzione di Luigi Einaudi, di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli che ci hanno lasciato il liberalismo e il federalismo europeo, l’eredità ideale e politica necessaria per affrontare il presente, per ridurre le diseguaglianze, per ampliare gli spazi di libertà.

E’ nelle società liberali, fondate sul primato della persona, sul rispetto della sfera di libertà di ogni cittadino, che l’uomo ha la maggior possibilità di realizzarsi.

Il nostro congresso si è purtroppo concluso anche con una polemica – tutta interna e non per questo meno importante – notoriamente originata dalle modalità (non sempre consapevoli e apparentemente eterodirette) di partecipazione al congresso di alcuni iscritti, plausibilmente organizzati da Centro Democratico.

Purtroppo l’asperità della polemica che ne è seguita ha avuto un’eco sulla stampa e sui social di un’ampiezza tale da rischiare di infliggere un significativo danno all’immagine di +Europa. Purtroppo la stessa asperità ha condotto l’amico e compagno Marco Cappato – una delle risorse politiche più vitali, originali, coraggiose e ricche del panorama politico - a dichiarare di non voler far parte degli organismi dirigenti e di non voler partecipare alla vita interna del nostro nuovo partito.

Quanto accaduto aiuta a comprendere quanto siano fragili i processi politici, e quanto siano importanti i comportamenti di ciascuno: un eccesso di zelo o un’insufficiente sensibilità e attenzione nel reclutare iscritti, una comunicazione incontrollata nei toni e nei contenuti, lasciar prevalere sospetto e diffidenza sul dialogo e sulla comprensione reciproci, agire senza la trasparenza che è dovuta ai partner politici, sono tutti comportamenti che possono innescare processi di disgregazione con facilità immensa – di molto superiore alle buone intenzioni di ciascuno - che sono poi difficilissimi, quando non impossibili,  da disinnescare.

Così un progetto straordinario, generato dalla capacità di visione politica di Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia, Bruno Tabacci e Benedetto della Vedova, che hanno saputo immaginare di offrire una risposta all’aspirazione democratica, liberale ed europeista di tanti italiani rischia di dissolversi in un attimo se non sapremo, tutti insieme, continuare ad alimentarlo con la fiducia nel nostro progetto – indispensabile all’Italia - e la forza del dialogo e del confronto.

Occorrono visione ma anche pazienza, ascolto, tolleranza.

Auguro al nostro segretario Benedetto Della Vedova di trovare le chiavi giuste per generare in +Europa il clima di cui abbiamo bisogno per imporre non solo alle elezioni europee di maggio ma nella vita politica del paese, la forza dei nostri straordinari argomenti.

Gli auguro di riuscire da domani ad aggregare le intelligenze, le coscienze, le capacità e le esperienze di cui abbiamo bisogno (e magari di recuperare alla vita attiva del partito il prezioso apporto di Marco Cappato); il Gruppo +Europa Milano lo sosterrà con entusiasmo, con lealtà e con fiducia.

Mettiamoci subito al lavoro.

Vi anticipo il prossimo appuntamento.

A fronte delle inaudite dichiarazioni contro la Francia del Governo italiano +Europa promuove un "Presidio per l'amicizia fra Italia e Francia"  lunedì 11 febbraio alle ore 12,45 alla Camera di Commercio franco-italiana  in via Leone XIII, 10 a Milano al quale rivederci tutti.

Per ora è tutto, vi abbraccio.

 

Simona Viola

Presidente pro tempore

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Pullman e treni

di Matteo Costa*

Sabato sera, 26 gennaio, ho lasciato l’hotel Marriott contento. Era stata una giornata estenuante, ma elettrizzante e il giorno dopo prometteva altrettanto. Ero indeciso se votare per Della Vedova, che mi dava più affidamento dal punto di vista economico, o Marco Cappato, per tutta un’altra serie di considerazioni.

All’ultimo ho deciso di votare per Marco, oltre che per tutta l’altra serie di considerazioni, anche perché si sarebbe fatto portatore di una proposta economica di Michele Boldrin, totalmente condivisibile.

In fondo, mi dicevo, poco mi sarebbe importato se a guidare il partito ci sarebbe stato uno o l’altro, dato che le proposte erano molto simili. Ciò che davvero sarebbe stato importante, sarebbe stata la capacità del partito di amalgamare perfettamente le sue varie anime, in modo da potersi presentare alle elezioni come qualcosa di davvero nuovo, nelle persone, nei programmi, nelle azioni e nelle idee.

La domenica si sarebbe votato e l’aria era carica di attesa e di speranza. Ero uno scrutatore e dalla sala delle votazioni avevano iniziato a farsi sentire fin dal mattino, urla più da stadio che altro. Esco dalla sala per chiedere un po’ più di silenzio ai sostenitori di Cappato e sono letteralmente aggredito da un esaltato che, a 5 cm dalla mia faccia, mi urla “Moralista!! Hai visto i pullman?”. No, non avevo visto i pullman. In seguito vengo a sapere che hanno votato circa 2.300 persone: mi chiedo dove si erano messe le 1000 persone in più, giacché la sala era gremita già dal giorno prima e c’erano “solo” 1300 persone circa.

Il giorno dopo leggo le notizie sui giornali e sento in rete le registrazioni di chi accertava la totale estraneità al congresso, dei turisti prezzolati per voto.

Sento anche l’on. Tabacci che neppure si vergogna di aver adottato questi trucchetti per far vincere il suo candidato, macchiando con mezzucci da vecchio politicante, un partito immacolato e rischiando di creare, di fatto, delle correnti interne, in un partito neonato, piccolo e fragile.

Poi mi fermo a pensare e rivedo lo stesso futuro di un altro partito in cui avevo creduto, anche se non mi ci ero impegnato come ora, e morto ancor prima di nascere: Fare per fermare il declino.

Al momento si dibatte sulla TAV e come spesso accade, il governo è diviso, soprattutto in considerazione della infausta coincidenza col voto per autorizzare il processo a Salvini. Il rischio sotto gli occhi di tutti è che si trovi un compromesso tra i due partiti nel salvare Salvini da sicura condanna e bocciare la TAV, col pagamento delle penali ad esso associato. Ovvero il peggio per l’Italia.

Che è esattamente ciò che questo governo scellerato ci sta imponendo da quando si è creato: il peggio di due opposti schieramenti, estremisti nel populismo, retrogradi e autolesionisti.

Così mi chiedo se, per una scorrettezza e un’astuzia insopportabile che si è avvalsa di pullman, dobbiamo ora accettare di distruggere tutto e rinunciare anche alla TAV, oppure se non sia meglio segnarsi lo sgambetto in un comparto della memoria e avvalersi del contributo di tutti per contrastare il declino che si fa sempre più ripido e ci porta verso l’IVA al 25.2% l’anno prossimo e al 26.5% nel 2021.

Io la mia scelta l’ho fatta e mi auguro che il nuovo segretario sappia avvantaggiarsi dell’aiuto di tutti i membri del partito, dagli “alti dignitari” ai semplici tesserati, spingendo quelli che più di altri potranno portare consensi reali al partito indipendentemente dalla loro “corrente” rinsaldando così la crepa creata da Tabacci.

Se qualcuno pensa che mi stia riferendo anche e/o soprattutto a Marco Cappato, pensa bene.

L’Italia ha più bisogno di contributi intelligenti e innovativi che di ripicche e beghe di quartiere.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Società Aperta vs Società Chiusa

di Giorgio Pasetto*

Quando parliamo di società aperta non possiamo dimenticare la figura e le idee di Karl Popper, quando invece parliamo di società chiusa è sufficiente ascoltare quello che i sovranisti oggi ci raccontano quotidianamente. 

Le diversità tra i due modelli di riferimento sono evidenti e alla base c'è ovviamente l'idea di quale società vorremmo per le future generazioni.

Una società multietnica, adattabile alle diversità e in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, rappresenta un obiettivo percorribile e raggiungibile; non è solo un'ipotesi teorica e ideale.

La società "aperta" si configura perciò con l'immagine di una società "libera" ovvero fondata sul primato della libertà individuale, sull'economia di mercato, sulla democrazia politica e su molti altri aspetti come l'attenzione ai diritti civili delle persone.

La società aperta prevede una scienza libera di evolvere senza vincoli prettamente ideologici.

La società "chiusa" si configura invece con l'immagine di una società "costretta" ovvero fondata sul primato dello "stato etico" che impone, con la scusa di un ipotetico bene pubblico, le scelte di élite dirigenziali in grado di limitare la libertà dei singoli individui.

La società chiusa costringe di conseguenza la ricerca scientifica nell'angolo e limita la libertà dei ricercatori.

Progresso contro restaurazione, futuro contro passato, libertà contro proibizionismo, responsabilità individuale contro responsabilità collettiva, libero mercato contro dazi e protezionismo, cultura contro ignoranza, evoluzione contro conservazione, laicità contro integralismo.

Questi sono solo alcuni esempi che facilitano il confronto e ci consentono di capire.

Le strutture burocratico-amministrative dei singoli Stati hanno sfumature diverse e talvolta queste sfumature confondono le idee e inducono le masse a conclusioni errate.

L'Europa (con l'Unione europea e la Convenzione di salvaguardia dei diritti dell'uomo) è oggi garanzia di società aperta con regole comuni e condivise, mentre la visione sovranista checi vogliono "vendere" è la quasi certezza di entrare a far parte di società chiuse.

Putin, Erdogan e Orban rappresentano già oggi la restaurazione di società che vogliono tornare al passato, orientate alla chiusura e alla restrizione delle libertà individuali. In queste nazioni i diritti civili fanno quotidianamente passi indietro preoccupanti.

Le idee liberali hanno costruito il mondo moderno, ma purtroppo l'Europa e gli Stati Uniti d'America sono alle prese con una sorta di ribellione contro le classi dirigenti, che sono viste negativamente.

Mentre il fascismo ed il comunismo fallivano nel corso del XIX e XX secolo, le società liberali sono cresciute in modo esponenziale.

Le prossime elezioni europee del 26 maggio saranno molto importanti per il futuro dell'Europa e per la direzione che le politiche europee prenderanno.

Il sogno e la speranza di migliorare il mondo e la società non deve svanire, anzi deve restare acceso nelle menti di tutti coloro che lottano oggi e lotteranno domani per questo ideale di libertà, che si incarna nella visione di una società aperta. 

Con il nostro contributo dobbiamo come +Europa impedire il ritorno di modelli sociali, culturali del passato che contrastano il concetto di fratellanza e uguaglianza.

 

Giorgio Pasetto è coordinatore del gruppo +Europa Verona e membro del comitato nazionale di Radicali Italiani.

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