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Abracadabra

di Alessandro Volpi*

I numeri del reddito di cittadinanza sono senza dubbio molto significativi. Le differenze rispetto al già esistente reddito di inclusione risultano infatti palmari; si passa da un contributo individuale massimo di 187 euro ad uno di 780 con un ampliamento della platea potenziale di beneficiari da un milione di persone ad una di quasi 5 milioni. Del resto, la dotazione complessiva del reddito di cittadinanza è pari a circa 8 miliardi di euro, contro i 2 miliardi del reddito di inclusione. Al tempo stesso si è provveduto anche a potenziare il reddito di inclusione nella parte relativa alla lotta alla povertà che si realizza attraverso i servizi sociali, accrescendola di 130 milioni nel 2019, per un totale di 347 milioni, e portandola a 587 milioni nel 2020.

Si tratta dunque, come accennato in apertura, di cifre importanti che segnano una novità rispetto al passato a cui vanno aggiunti due ulteriori elementi; l’assegno di ricollocazione, rappresentato da una somma di denaro compresa fra i 250 e i 5000 euro che potrà essere spesa presso enti accreditati e Centri per l’impiego, e il beneficio in termini di spazio fiscale, liberato rispetto ai vincoli europei dal probabile aumento del Pil potenziale – parametro utilizzato nella misurazione delle stime europee – derivante dall’afflusso presso i Centri per l’impiego di molti “scoraggiati” che farà aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro.

A fronte di simili opportunità si profilano però alcuni aspetti critici che meriterebbero risposte chiare, pur senza affrontare questioni già molto dibattute come l’effettivo impatto sul Pil e i reali tempi di attuazione del provvedimento, date le evidenti difficoltà a provvedere i potenziali beneficiari delle dichiarazioni Isee e le altrettanto probabili criticità derivanti dalle procedure di accesso.

1) Il reddito di cittadinanza, in quanto fondamentale misura di sostegno contro la povertà, ha bisogno di essere sorretto da una cultura della solidarietà, che valorizzi la rete delle associazioni del volontariato e che mal si concilia con visioni politiche destinate a coltivare “guerre tra gli ultimi”. Il contenuto primario di tale reddito è rintracciabile nella difesa della dignità individuale e collettiva che non può tradursi in meccanismi di ulteriore esclusione sociale in nome di un’appartenenza “nazionale” quasi biologica.

2) E’ veramente decisivo che il finanziamento del reddito di cittadinanza, in buona misura coperto con la creazione di nuovo debito pubblico, non intacchi in alcun modo le strutture del Welfare italiano. Spesso, è stato utilizzato come elemento rilevante per affermare la necessità del reddito di cittadinanza il riferimento ad analoghe esperienze già esistenti in altri paesi; occorre aver presente tuttavia che ben poche realtà in giro per l’Europa e per il mondo dispongono di una sanità universalistica e di una previdenza pubblica paragonabili a quelle italiane, i cui caratteri distintivi non dovrebbero essere indeboliti da eventuali destinazioni di risorse in altre direzioni o al pagamento degli interessi sul debito. Le recenti ipotesi, formulate dall’Ufficio parlamentare di bilancio, di inevitabili tagli proprio alla sanità per garantire il rispetto delle clausole di salvaguardia connesse alla Legge di bilancio non lasciano molto tranquilli in tal senso.

3) Il limite forse più marcato del reddito di cittadinanza è individuabile nell’eccessiva fiducia nella possibilità di creare posti di lavoro laddove in realtà il lavoro non esiste perché non esistono le imprese.

Certo ha poco senso immaginare che possa funzionare come incentivo alla creazione di nuovo lavoro la trasformazione del reddito di cittadinanza in credito d’imposta per le imprese disposte a restare nel Meridione perché il credito è attrattivo per le imprese sane, molto meno per quelle prive di utili. Poco efficace pare essere anche l’ipotesi che il reddito di cittadinanza rappresenti, in estrema sintesi, il salario pagato a lavoratori assunti da imprese che faticano a stare in piedi. Quindi, il rischio più plausibile consiste nel fatto che i beneficiari del reddito di cittadinanza dovranno, alla fine, accettare un lavoro nelle aree dove questi incentivi possono funzionare; in pratica dovrebbero tutti trasferirsi in un numero limitato di centri, quasi tutti al Nord, generando una anomala “densificazione” del mercato de lavoro, con effetti assai imprevedibili sui salari.

A ciò va aggiunto il tema tutt’altro che trascurabile del costo della vita; spostandosi, i titolari di reddito di cittadinanza faranno i conti con un’inflazione decisamente più alta che, come è noto, colpisce soprattutto le famiglie meno abbienti. Secondo i dati Istat, nell’ultimo trimestre del 2018, il quinto più povero delle famiglie italiane, in larga misura quello destinatario del reddito di cittadinanza, ha registrato un’inflazione dell’1,8% contro l’1,3 del quinto più ricco: ciò è dipeso dal fatto che per le famiglie più povere la spesa per l’energia rappresenta il 14,5 % delle loro entrate e il 17% per gli alimentari. In una simile prospettiva, spostarsi per accettare il lavoro rischia di impoverire i beneficiari del reddito se non trovano lavori sufficientemente remunerati.

 

 *Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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Identità, autenticità e leadership

Prendo spunto dall’articolo di oggi firma di Mario Staderini “Al manifesto di Calenda preferisco le lotte di Cappato”, pubblicato su FB da Radicali & Dintorni, per argomentare sul concetto di identità politica, intesa come esperienza condivisa e senso di appartenenza a valori e programmi unificanti di un gruppo politico rappresentato da una  leadership. 

Se guardiamo alle vicende del PD, in cerca di un elettorato e di un leader, a Renzi, che minaccia scissioni mentre si nasconde dietro la foglia di fico dei Comitati di Azione Civici, a Calenda, che lancia un fronte civico “apartitico”,  e a +Europa, che si avvia al congresso fondativo del partito, durante il quale verrà eletto il segretario tra una rosa di 3 candidati, è ovvio che i partiti dell’area progressista, dopo la sconfitta delle ultime elezioni e con un colpevole ritardo rispetto all’elezioni europee prossime, stanno cercando una identità.

L’identità può basarsi sull’autenticità, o su una costruzione meramente fittizia. Per definirsi “autentica”,  l’identità deve rifarsi principalmente alla storia e quindi usa il passato per definirsi. In mancanza di un’autenticità evidente, l’identità si costruisce generalmente tramite il modello oppositivo-costruttivo: individua un soggetto contro cui lottare e nella lotta si definisce. Il fronte “repubblicano” contro i populisti è un esempio di costruzione identitaria, che proprio perché si definisce “contro”, rischia invece di avere l’effetto di favorire l’avversario nella competizione elettorale, ricompattandolo. 

Anche +EUROPA nel corso del congresso di Milano del 25-27/1/2019 cercherà di definire meglio  la propria identità prendendo decisioni sul segretario e sulle proposte di modifica allo Statuto presentate da più liste. Siccome la scelta del segretario implica l’adozione da parte del partito di una visione generale circa il programma politico ed eventuali alleanze post-elettorali, mi auguro, che il nascente partito non sia subito soffocato facendolo conferire in un generico Fronte europeista. Sarebbe una sconfitta per il paese, per la politica progressista e per +Europa. 

Staderini nel suo articolo riporta che “ l’unica possibilità perché alle elezioni europee si realizzi un fatto nuovo che allarghi l’offerta politica complessiva e recuperi pezzi di partito del non voto, è che Marco Cappato riesca ad essere eletto Segretario di +Europa” , il che farebbe del nascente partito ”il motore di un progetto più ampio ed ecologista”.

Ecco, l'identità di Marco Cappato può dirsi autentica, nel senso che è stata costruita “dal di dentro”, nella sua attività politica da sempre basata sulla difesa dei diritti civili e dell’ambiente,  aperta al dialogo e alla non-violenza, disponibile verso il progresso scientifico e la difesa dignità umana.

Non vorrei che invece l’omologazione alla fine prevalga in sede congressuale e si ceda al miraggio del fronte anti-sovranista sulla base di chissà quali improbabili successi elettorali, privando così il paese di una voce “autentica” e disperdendo i valori rappresentativi dei tre partiti oggi federati in +Europa.

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Il 5 Dicembre scorso, la Banca Centrale ha inviato una lettera  ad un gruppo di banche europee (119) in merito al contenimento dei crediti deteriorati e quindi alla sostenibilità di lungo periodo dei bilanci di esercizio.  Il tema riguarda da vicino il settore italiano del credito, su cui pesa il fardello più rilevante dei crediti deteriorati su scala europea: a novembre, il sistema bancario italiano contava 37,5 miliardi di sofferenze nette. Per quanto riguarda in particolare il MPS, la BCE raccomanda di svalutare completamente entro il 2026 non solo i nuovi flussi di crediti deteriorati, ma anche lo stock che ha già in pancia. Per la Bce sul gruppo pesano: la scarsa redditività, inferiore agli obiettivi del piano strategico, e anche gli “impatti diretti e indiretti dello spread Btp-Bund, soprattutto considerando la significativa esposizione di MPS al debito sovrano italiano”, risultato questo delle turbolenze del mercato finanziario italiano a seguito delle aspre polemiche degli ultimi mesi circa il paventato rischio di sforamento dei parametri di Maastricht.

Il VP Matteo Salvini, commenta: “Il nuovo attacco della vigilanza Bce al sistema bancario italiano e a Mps dimostra ancora una volta che l’Unione Bancaria, voluta dalla Ue e votata dal Pd, non solo non ha reso più stabile il nostro sistema finanziario ma causa instabilità, colpendo i risparmi dei cittadini e un sistema bancario come quello italiano che aveva retto meglio di tutti alla grande crisi finanziaria del 2008″.

Ma come stanno veramente le cose?

Già prima della crisi del 2008, alcune lungimiranti banche italiane avevano prestato in modo oculato, avevano attinto al mercato dei capitali per irrobustire il proprio patrimonio , avevano rinnovato il management secondo criteri meritocratici e adottato modelli di governance moderni. Altre banche, non a caso alcune di quelle legate a Fondazioni bancarie,  hanno fatto esattamente l’opposto, e si sono trovate in crisi: CariFerrara, Banca Marche, Cari Chieti , Banca Etruria , Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, MPS e CARIGE,  venivano definite dagli stessi organi di controllo ”refrattarie a sanzioni, raccomandazioni e prescrizioni della Vigilanza" . Queste banche hanno continuato durante la crisi ad erogare credito senza valutare il merito in maniera adeguata e sulla base di garanzie sopravvalutate; hanno adottato modelli di governance che hanno lasciato troppo spazio alla commistione tra chi dava e chi riceveva credito e ai conflitti di interesse; non hanno fatto ricorso ad aumenti di capitale al momento giusto; hanno continuato a distribuire dividendi per accontentare azionisti invece di guardare alla solidità della banca; hanno cercato di rafforzare il patrimonio vendendo titoli subordinati a piccoli risparmiatori che non sempre erano in grado di capirne il rischio, hanno fatto scelte di crescita sbagliate sulla base di business model obsoleti; hanno mantenuto in carica manager e amministratori incompetenti, che hanno nascosto o sottovalutato il deterioramento della posizione di bilancio delle rispettive banche.

Insomma, a 29 anni dalla legge Amato-Ciampi che prevedeva la graduale uscita dal capitale delle banche delle fondazioni, è stata la crisi più che la lungimiranza politica a compiere nella maggior parte dei casi un percorso che avrebbe dovuto durare pochi anni e invece si è trascinato senza costrutto per quasi tre decenni. 

Non è certo imputabile alla UE quindi, né tantomeno alla Banca centrale, né ad un puro caso, se le banche che più hanno sofferto in questo ultimo decennio, siano quelle rimaste impastoiate in quella politica, incorporata nelle Fondazioni bancarie, e che si era tentato di mettere alla porta con la Legge Amato-Ciampi. Ne hanno sofferto le fondazioni stesse, il cui capitale, troppo concentrato, non solo non è cresciuto ma si è addirittura ridotto, limitandone l'attività sociale. Ne hanno sofferto i risparmiatori “costretti” a soccombere a sconsiderate azioni di vendita di prodotti speculativi, non idonei al proprio profilo di rischio. Gli unici che non sembrano averne sofferto, ancora,  sono presidenti e consiglieri delle fondazioni, in qualche caso ancora convinti di potere per "diritto divino" sedere nei CDA delle banche di cui un tempo la loro Fondazione era azionista di riferimento.

Nella passata crisi finanziaria,  è stato proprio il ritardo con il quale il sistema nel suo insieme, e le autorità bancarie nazionali ed europee in particolare  hanno riconosciuto il problema ed hanno  agito, la causa principale della crisi poi esplosa in tutta la sua evidenza. Quindi oggi non possiamo che rallegrarci nel constatare che il sistema di vigilanza e di intervento anti-crisi europeo, sia effettivamente in grado  di segnalare e suggerire i tempi ed i modi di intervento sui sistemi bancari dei singoli sistemi nazionali, specie in una fase del ciclo economico pre-recessiva. E' per questo che  la proposta di completamento dell’Unione bancaria con l’istituzione del previsto terzo pilastro, e cioè della Garanzia unica sui depositi, assume un importanza strategica di politica economica e monetaria per la sostenibilità del nostro sistema bancario.  

Ancora una volta l'analisi dell'esecutivo sullo stato di crisi di una parte, peraltro marginale, del sistema bancario nazionale,  e la contrapposizione contro un nemico esterno (questa volta “sotto le vesti"  della Banca centrale europea definita  “prevaricatrice”), sono fatti da intrepretare squisitamente sotto la lente della propaganda mirata a fini di consenso. Evocare  generiche  "trasfusioni" di denaro pubblico, se queste venissero poi attuate, condannerebbe le banche in difficoltà  in uno stato di crisi permamente, se non si procedesse prima  alla messa a punto di un piano strategico che comprenda modifiche radicali di governance, mission industriale e del management . Occorrerebbe magari un partner industriale serio e  lo Stato ha già dimostrato in passato, ahimè , di non essere in grado di farsi carico della risoluzione del problema. Oltretutto la errata diagnosi, ritardando la messa in campo di mirate politiche di governance bancaria e di riduzione dello stock di crediti dubbi, sta sottoponendo la parte sana del sistema bancario al rischio contagio, con potenziali devastanti conseguenze  anche sui conti pubblici, nel caso in cui la situazione di crisi diventasse sistemica.  La verità è che sono stati proprio gli effetti della politica economica annunciata dal governo a contribuire indirettamente al peggioramento (attraverso l’allargamento dello spread), dei conti delle banche italiane, che come noto oggi detengono la gran parte del debito pubblico, a seguito della fuga negli ultimi mesi dei capitali esteri dal rischio sovrano italiano.

 

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di Alessandro Volpi*

In vista delle prossime elezioni europee, può essere utile preparare una sorta di “avviso ai naviganti” per evitare di affrontare future burrasche del tutto impreparati. Il punto centrale di tale avviso è molto semplice. Abbiamo bisogno dell’Europa, e dell’euro, perché siamo un paese indebitato, il cui debito ha continuato a crescere dopo il 2008 – quasi di 20 punti – nonostante le politiche di rigore e rappresenta lo strumento fondamentale per il mantenimento in vita di molte voci della spesa corrente.

In estrema sintesi, a differenza di altri paesi, abbiamo bisogno del debito per pagare servizi e pensioni. Non è davvero immaginabile, peraltro, che una simile montagna di debito, oltre il 130% del Pil, possa essere ridotta sensibilmente in tempi brevi a meno di non introdurre pesantissimi aumenti del carico fiscale, già molto consistente, o forsennate e impraticabili privatizzazioni. Non sarebbero neppure concepibili, poi, manovre come quella contenuta nell’ultima legge di Bilancio che è coperta per oltre la metà non con nuove entrate o con la riduzione della spesa pubblica ma, appunto, con il debito.

Fino ad oggi l’Europa ci ha aiutato in tre modi a finanziare questo nostro indispensabile debito: 1) Grazie alla forza dell’euro, i tassi sono scesi dal 13-14% di media annua negli anni Novanta a livelli negativi; anche oggi, nonostante le turbolenze, come del resto nel 2011, i titoli decennali italiani pagano meno del 3%. In questo senso, sta compiendosi una “ristrutturazione” positiva del debito, con titoli nuovi emessi a tassi molto più bassi dei titoli in scadenza. Le ultime aste, avvenute dopo il rasserenamento dei rapporti con la Commissione europea e dopo le concilianti dichiarazioni di Draghi, hanno confermato l’importanza  della moneta unica. 2) Grazie all’Europa e all’euro è stato possibile il quantitative easing, la liquidità facile, che ha permesso il collocamento del debito italiano senza scosse anche nei momenti peggiori; d’altra parte sarebbe davvero folle pensare di collocare tutto il debito solo tra compratori italiani, vista l’attuale distribuzione del debito stesso, che è nelle mani delle famiglie italiane per meno del 5%, e data la già altissima quota di debito detenuta dalle banche italiane. 3) L’Europa ha sempre consentito all’Italia margini di flessibilità sui vincoli di Maastricht e sul fiscal compact tali, di fatto, da non applicarli: le clausole di salvaguardia dell’Iva, solo per citare un esempio, non sono mai scattate per effetto della flessibilità concessa dall’Europa e non certo per le coperture trovate dai governi italiani.

Ma abbiamo bisogno dell’Europa, oltre che per il debito, anche per il nostro sistema bancario, almeno per due ragioni: 1) Grazie all’azione della Bce le banche si sono approvvigionate a tassi negativi e hanno rifinanziato il proprio corposo debito senza necessità di andare sul ben più costoso mercato finanziario dove avrebbero dovuto collocare le loro obbligazioni. 2) Sono state sottoposte ad una vigilanza che le ha “costrette” a rivedere le proprie sofferenze, evitando così che saltassero; in questo senso la vigilanza europea pare assai più incisiva di quella esercitata dalla Banca d’Italia.

Alla luce di ciò, uscire dall’euro sarebbe una follia, ancora una volta, per una serie di ragioni. 1) La lira è stata una moneta storicamente debolissima e i cambi artificiali hanno prodotto disastri, basti pensare agli effetti di Quota Novanta, voluta da Mussolini per ragioni politiche 2) Il debito italiano è denominato in euro e una conversione sarebbe gravosissima perché andrebbe pagata in una moneta più forte della rinata lira. 3) La svalutazione e l’inflazione, conseguenti all’uscita dall’euro, sarebbero durissime. 4) Non ha alcun senso, in tale ottica, rivendicare una sovranità monetaria nazionale per stampare carta moneta comprando debito nazionale, come accadeva prima del 1981, perché dopo la liberalizzazione dei flussi di capitale, avvenuta a metà anni Ottanta, i tassi di interesse da pagare per finanziare il debito sarebbero altissimi e la quantità di carta moneta da stampare per comprare il debito sarebbe colossale, in pratica diverrebbe carta straccia.

Per essere più incisiva a quest’Europa servono però almeno tre condizioni; 1) Che non venga più messo in discussione l’euro, ma, anzi, proprio sulla forza dell’euro, si avvii la revisione dei parametri di Maastricht pensati quando l’Europa era un focolaio di inflazione. Oggi l’Europa ha una moneta rifugio ed è terra di deflazione. In questo senso occorre modificare la natura della Bce, consentendole di fare il prestatore di ultima istanza 2) Che si completi l’unione fiscale e bancaria, con regole comuni che impediscano dannose azioni di dumping finanziario e con una disciplina omogenea dei crediti deteriorati. 3) Che si faccia l’ulteriore passo avanti di un debito pubblico europeo.  Abbiamo bisogno di un’Europa migliore non certo di un’Europa delle piccole patrie.

 

*Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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Sabato 5 Gennaio Il Corriere della Sera pubblica uno scritto di Aldo Cazzullo con il titolo : “Compleanno dell’Euro: non  c’è molto da festeggiare”, il cui contenuto è ben riassunto nel titolo. Anche l’illustre giornalista evidentemente è stato colpito da quella “dissonanza cognitiva” che è il vero problema dell’Italia di oggi. Cazzullo dovrebbe sapere che, avvalorando la tesi del complotto internazionale, si devia l’attenzione dai problemi veri del paese, che rimane quindi immobile e sempre più divergente rispetto al resto del continente. I ritardi nel processo interno di riforme economiche, sociali, dell’amministrazione pubblica e giudiziaria ed infine fiscale, nulla hanno a che vedere con l’ingresso dell’Italia nell’Euro. L’evasione fiscale, la corruzione, l’ eccesso di burocrazia, la lentezza della giustizia, il divario tra Nord e Sud, il crollo delle nascite sono endemie nazionali che ci accompagnano con varia intensità dalla nascita della nazione, e sono tuttora presenti a causa di governi più inclini a coltivare il consenso popolare, che agire per il bene del paese.

Ogni forma di populismo, come abbiamo imparato negli ultimi mesi, cerca il consenso additando una minaccia che viene dall’esterno. Ciò non significa che l’Unione Europea, a causa dell’incompletezza del disegno istituzionale complessivo, non sia co-responsabile per i deludenti risultati economici  dei paesi che la compongono, segnatamente dell’Italia, dove però, il forte ritardo nel cammino delle riforme ha indebolito le basi della crescita .

L’inadeguatezza della Unione Europea è stata senza dubbio messa in evidenza dalla crisi finanziaria mondiale del 2008. L’evoluzione del sistema bancario e del credito all’economia all’indomani della crisi, rappresenta una variabile discriminante della divergenza dell’economia statunitense e di quella Europa. Tale divergenza, se da  un lato ha risentito della diversa natura della crisi nei due continenti, dall’altro è dipesa fortemente dal diverso approccio adottato dalle autorità statunitensi e quelle europee. Mentre negli Stati Uniti, le autorità preposte si affrettavano già a fine 2008 a promuovere forti capitalizzazioni del patrimonio delle banche, obbligando le più grandi ad accettare il sostegno pubblico, sottoponendo le stesse a rigorosi stress test, impedendo la distribuzione di dividendi, e infine mettendo in liquidazione gli istituti minori usando i fondi pubblici, in Europa la parola d’ordine era “le nostre banche sono solide” . Il primo stress test è stato commissionato nel 2010, ma solo nel 2011, con il secondo stress test i risultati apparivano nella loro cruda evidenza. In Europa non si è avuto il coraggio di prendere il problema di petto, preferendo minimizzare i problemi, sottostimando l’impatto delle sofferenze sui bilanci bancari, complici i paesi membri, che non erano disposti a privarsi dei poteri di regolamentazione e di politica bancaria di cui disponevano. Possiamo quindi dire che l’Unione Europea ha agito con ritardo e senz’altro meno efficacemente rispetto agli USA, molto semplicemente perché non c’era una normativa comunitaria che si occupasse di “crisi bancarie”.  Di fronte all’emergenza, il Consiglio Europeo nel 2012 (4 anni dopo lo scoppio della crisi) varò l’unione bancaria, attribuendo i poteri di vigilanza alla Banca centrale europea, e costituendo un Fondo di risoluzione. Nel 2014 la vigilanza unica ha iniziato ad operare, sottoponendo circa 130 maggiori banche a un sistema omogeneo di controlli. In sintesi, le banche europee appesantite dalle sofferenze e dalla incertezze legislative in sede europea, non hanno sostenuto la ripresa come le banche statunitensi, ricapitalizzate e ristrutturate, stavano facendo al di là dell’Atlantico .

Il sistema bancario  rimane ancora incompleto : manca un sistema di garanzia dei depositi integrato e condiviso, che consenta la riduzione del rischio di crisi locali e il rischio di contagio. Vi sono incertezze circa il modo in cui una banca in difficoltà possa far ricorso al mercato e a quali condizioni possa essere ricapitalizzata con fondi pubblici. I casi  del MPS, della Banca Popolare dell’Etruria e quello attuale di CARIGE, che a vario titolo impattano sulle risorse pubbliche riducendone i già precari spazi di manovra di bilancio, dovrebbero stimolare la politica ad prendere l’iniziativa di completare il progetto di Unione bancaria con la creazione di un sistema di assicurazione dei depositi. Nel frattempo occorre stabilizzare il sistema di garanzia nazionale, ridurre l’esposizione bancaria al rischio sovrano, accrescere complessivamente la capacità di credito delle banche, consentendole finalmente di aumentare la loro capacità di sostenere l’economia.

Per fare questo occorre presentarsi in ambito europeo con i conti in ordine e con una forte leadership a tutti i livelli di governo e dell’amministrazione pubblica, interfacciandosi con le istituzioni comunitarie e gli altri partners principali. Le posizioni e le strategie, vanno “parlate”, “discusse” ed infine “agite” con le controparti, sapendo tener conto anche delle preoccupazioni degli altri paesi, con continuità nel tempo e coerenza. L’ambizione di leadership rifugge dal conseguimento di fatti eclatanti, prediligendo l’ambizione  del conseguimento di fatti concreti, essenziali per risolvere le sfide che aspettano il paese e l’Unione Europea negli anni a venire. 

Solo così possiamo dirci artefici del proprio destino, prendendo l’iniziativa politica in Europa su temi di interesse nazionale.

 

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Presagi

di Alessandro Volpi*

I segnali delle ultime settimane fanno presagire che il 2019 sarà un anno duro. La vigilia di Natale ha registrato il peggior tonfo dei listini di New York, in grado di trascinarsi dietro le borse mondiali. Le cause sono rintracciabili nell'ennesima, singolare uscita del presidente Trump che ha attaccato frontalmente la Federal Reserve, la principale banca centrale del pianeta, minacciando di sostituire il non troppo docile presidente, Jerome Powell, da poco nominato dallo stesso Trump. Certo la Fed non gode dell'indipendenza della Banca Centrale Europea che non ha vincoli politici di alcun tipo, ma praticamente mai in passato, fin dai tempi di Reagan, un presidente si era così ingerito nelle scelte monetarie, neppure nei momenti più complicati, legando peraltro simile interferenza ad una feroce guerra commerciale, ad una politica estera molto contraddittoria che oscilla fra isolazionismo e riarmo nucleare e ad un conflitto aspro con il Congresso. Questi elementi stanno spaventando il mondo perché fanno emergere con chiarezza una tragica confusione nella principale potenza mondiale, con rischi di impeachment e di insidiosissime notti dei lunghi coltelli maturate dopo infinite sostituzioni dei membri dello staff. In estrema sintesi gli Stati Uniti sembrano vivere sotto la presidenza più muscolare degli ultimi decenni una paradossale debolezza politica che minaccia il dollaro, valuta planetaria, e l'economia mondiale. Ma il vuoto di potere a stelle e strisce si accompagna a numerose altre fragilità in giro per il mondo. In questo momento, infatti, non esistono locomotive alternative agli USA.

Il Giappone è ibernato in un debito pubblico che ha raggiunto in due decenni il 252% del Pil, con un deficit annuo superiore al 5%, coperti dalle istituzioni finanziarie 'nazionali' e dalla banca centrale giapponese con enormi iniezioni di liquidità; una miscela altrove esplosiva che in Giappone non provoca scosse per l'enorme tasso di risparmio interno che è cresciuto di quattro punti di Pil in cinque anni e per una vera e propria deriva demografica che hanno gelato i consumi.

Neppure la Cina può sostituire gli stimoli americani e il grande freddo giapponese; la sua crescita è costantemente minacciata da una bolla bancaria e da un continuo surriscaldamento che necessitano dell'agganciamento al dollaro e di uno sbocco nei mercati statunitensi a tal punto da costringere il governo cinese ad accettare persino dazi molto pesanti. L’ex impero celeste è angustiato da un debito complessivo che ha raggiunto in poco tempo il 260% del Pil ed è afflitto da una pessima distribuzione della ricchezza dal momento che circa l’1% della popolazione ne detiene quasi il 44%. Dunque il turbocomunista Xi Jimping non può fare a meno del vetero jankee Trump che rischia di approfittarsene decisamente troppo.

Ci sono poi tensioni tra i paesi produttori di petrolio, fra i membri del cartello Opec e gli esterni, che tenderanno a deprimere i prezzi e a favorire rally speculativi animati dagli scommettitori al ribasso in grado così di abbattere i corsi azionari e obbligazionari fino a provocare lo scoppio di vere e proprie bolle, mentre l'Africa deve fare i conti con un'esplosione demografica che certo non sarà gestibile con le nuove politiche migratorie di Stati Uniti e Vecchio continente.  Se l'Africa è destinata a passare da un miliardo di abitanti, raggiunto nel 2010, a due miliardi prima del 2050, in grandissima parte costituiti da giovani, sarà inevitabile che la pressione verso il nord del Mediterraneo crescerà ogni anno e se la risposta sarà solo quella della chiusura delle frontiere, risulterà altrettanto evidente che ogni anno le tensioni si intensificheranno dentro e fuori i paesi di destinazione dei migranti, contribuendo a spaventare i mercati e i risparmiatori.

In tutto ciò proprio l'Europa rischia di essere, di nuovo, assente, condizionata da una campagna elettorale permanente per le europee e da tanti piccoli nazionalismi volti a paralizzare la forza espansiva dell'euro, che dovrebbe servire invece ad alimentare gli investimenti e a finanziare a interessi negativi i debiti pubblici. Il 2019 può essere l’anno di una sensibile discesa del dollaro, di nuovi dazi e di un brusco arresto dei mercati; se la risposta dell’unica area non soggiogata alle dinamiche americane sarà declinata soltanto in chiave nazionale dai singoli Stati europei, la recessione sarà quasi inevitabile. La Brexit congelata ad libitum, la Francia dei gilet gialli, la Germania del dopo Merkel alle prese con nuove difficoltà bancarie e l’Italia del trionfo della spesa corrente non promettono nulla di buono. Di fronte ad una possibile recessione non si può governare pensando solo agli umori istintivi degli elettori perché le crisi, in particolare quelle serie, non sono state mai prevenute dalla pancia.

 

*Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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Breve e lungo termine

di Matteo Costa*

Sebbene la questione dei profughi sia uno specchietto per le allodole per nascondere temi ben più importanti e mal gestiti, è evidente che al momento sembri essere la questione che desta maggior attenzione in Italia e pertanto sarebbe superficiale non esporre le nostre idee al riguardo.

Salvare i profughi è un’operazione umanitaria imposta dalle leggi internazionali, oltre che dalle coscienze individuali. Questo è un dato di fatto.

Così come un dato di fatto è l’impossibilità dell’Europa, e a maggior ragione dell’Italia da sola, di accogliere tutti i disperati che dall’Africa e da altri continenti vengono in Italia con la condivisibile speranza di migliorare la loro vita.

Accettare una sola delle due verità porta ad essere facilmente attaccabile sull’altra. Questo è il motivo per cui, a mio parere, entrambe le questioni debbano essere obbligatoriamente trattate assieme.

Così come è deprecabile chi vorrebbe chiudere indiscriminatamente le frontiere ai profughi, allo stesso modo è facilmente criticabile chi le vorrebbe aprire sempre e comunque.

È per questo che urge fare un distinguo tra l’emergenza immediata, che è disumano voler ignorare, dalle politiche che devono guardare al lungo termine e che non possono non partire dalla constatazione che l’Europa, e a maggior ragione l’Italia da sola, non può accogliere tutta l’Africa.

Pertanto, assieme alla gestione dell’immediato è essenziale proporre politiche di più larghi orizzonti per poter migliorare la qualità della vita in Africa. Questo vuol dire sia stimolare la diffusione di politiche per la consapevolezza della gravidanza, per l’istruzione, per la sanità, sia stimolare l’investimento diretto in aziende locali che possano portare sviluppo e benessere in loco, oltre che a un certo controllo sull’economia di uno dei più grandi continenti mondiali per abitanti, cosa che la Cina sta facendo benissimo e noi no.

Sposo totalmente i meravigliosi discorsi carichi di umanità, dei nostri leader. Mi permetto di consigliare di affiancarli, sempre e necessariamente, a orizzonti più lunghi, proprio per sottrarsi alle facili critiche di chi guarda (solo) al lungo periodo.

Ignorarlo, vuol dire non solo esporsi a critiche più o meno condivisibili, ma anche alla perdita di consensi.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Guidare il cambiamento

Il voto referendario inglese e l’ultime scadenze elettorali in vari paesi hanno riacceso la tentazione di attribuire le responsabilità dei problemi all’Unione Europea, e di invocare l’uscita dall’euro come soluzione di tutti i mali. 

I sondaggi di opinione confermano che la fiducia nei confronti delle istituzioni europee è in calo. Questi risultati spesso sono frutto di una mancata conoscenza della costruzione europea e del suo funzionamento in rapporto agli organismi nazionali. Si dimentica ad esempio che la politica monetaria, l’Antitrust, la vigilanza bancaria sono indirizzi decisi a livello comunitario, mentre altre politiche come la sanità, l’istruzione, la giustizia, le politiche sociali, la sicurezza o la difesa, sono perlopiù prerogativa delle istituzioni nazionali. C’è da chiedersi quindi se la crisi dell’UE non derivi in realtà proprio dalla crisi degli stati. Questa tesi sembra avvalorata dal fatto che gli stati e le democrazie occidentali non riescono più a far fronte alle sfide globali e alla rivoluzione tecnologica. La crisi europea quindi si innesta quando i singoli stati non volendo privarsi dei propri poteri, rinunciano a condividere la propria sovranità, relegando all’immobilismo l’Unione Europea con un sistema di veti incrociati. Guardare alla crisi dell’Europa, e solo dell’Europa, rischia peraltro di confondere il sintomo con la causa.

Secondo alcuni studiosi (tra tutti Dani Rodrik, La globalizzazione intelligente, Laterza 2011), non è possibile avere contemporaneamente una globalizzazione illimitata, mantenere la sovranità nazionale e un sistema democratico, tanto più se si crede che i grandi fenomeni che governano oggi le nostre vite (l’immigrazione, la lotta al terrorismo, le guerre commerciali, le minacce militari, il neo-liberismo capitalistico), difficilmente possono essere gestite a livello nazionale. Se si vuole preservare la democrazia ci sono fondamentalmente 2 soluzioni possibili: la prima rinunciare in parte alla globalizzazione, almeno nei suoi aspetti più estremi; la seconda soluzione è esercitare politiche a livello sovranazionale, a livello UE per quanto ci riguarda, con il rischio però di perdere la natura democratica dei processi decisionali, se questi sono o vengono percepiti troppo lontani dalla volontà popolare. Peraltro una riforma politica della UE in senso federalista, scongiurerebbe questo rischio. 

Ma veniamo a noi. La mancanza di fiducia degli italiani verso le istituzioni politiche nazionali ed europee, parte dalla classe politica, che spesso si tira indietro al sorgere delle difficoltà. L’Italia è forse l’unico paese occidentale che in varie occasioni ha lasciato la responsabilità di formare un esecutivo a persone non elette, i “tecnici”,  quasi sempre nelle situazioni di emergenza economica e finanziaria, quando occorreva prendere decisioni impopolari (C.A.Ciampi 1993, L.Dini 1995, M.Monti 2011). La mancanza di coraggio della classe politica si traduce in immobilismo ed incapacità di riformare il sistema economico, politico e istituzionale. I cittadini non gradiscono questo modello di politica , e lo hanno dimostrato bocciando negli ultimi 25 anni tutti i partiti di governo chiamati alle elezioni. Se ne deduce che non sia stato l’eccesso di riforme fatte, bensì la mancanza di coraggio a farle. La paura di fare le riforme non consente di farle, o farle a metà, scontentando tutti e rendendo inevitabile la successiva sconfitta elettorale.

E’ per questo che la soluzione populista alla risoluzione della complessità dei problemi accumulati dall’Italia, evidenziati dalla stagnazione della produttività e dalla bassa crescita, e dalle difficoltà di fare riforme, rischia di diventare sempre più attraente. Dare risposte semplici a problemi complessi , senza spiegare il contenuto delle proposte è facile ed efficace: “Abbiamo perso competitività? Basta uscire dall’Euro”, “Il debito pubblico ci strozza? Ripaghiamolo solo in parte !”, “C’è troppa immigrazione? Chiudiamo i porti!”, “La  povertà? Diamo un reddito di cittadinanza a tutti !”.

Il populismo nasce soprattutto dalla perdita di fiducia nei confronti della classe dirigente, che non ha saputo risolvere i problemi e che non riesce a rinnovarsi, ripresentando le stesse persone che cercano di stare aggrappate al potere. Quando la situazione è molto deteriorata, la voglia di cambiare diventa più forte della paura dell’ignoto. Il voto a favore di Trump, della Brexit, della coalizione penta-stellata in Italia è stato un voto contro l’establishment USA, Inglese, Italiano ed europeo. Se crediamo in questo, allora appare evidente che la tentazione di abbandonare l’Euro e l’Europa, non nasce da una adesione convinta alle tesi dei partiti di governo che la diffondono (senza fornire spiegazioni/modalità di uscita), quanto dalla mancanza di credibilità di chi invece dovrebbe spiegare che il futuro del paese è in Europa.

Per questo le scelte congressuali che +Europa si accinge a prendere  sono cruciali e dovranno tener conto, in completa discontinuità con con la classe politica che ha governato negli ultimi 25 anni il nostro paese, di questa ansia di rinnovamento espressa dai cittadini, non solo nei contenuti, ma anche e soprattutto nel metodo e nella scelta della classe dirigente. La credibilità si gioca oggi sul coraggio, il coraggio di dire la verità fino a rischiare l’impopolarità mettendo in campo persone “nuove” e riforme strutturali economiche e sociali di lungo periodo mirate alla razionalizzazione della spesa pubblica e l’incentivazione della spesa privata, specie in investimenti produttivi, inclusi quelli relativi all’abbattimento delle emissioni nocive. Uno sviluppo economico sostenibile ed inevitabilmente globale, ma che non rinunci per questo al sociale e alla libertà individuali, alla diffusione dei diritti civili, perché, come abbiamo imparato ormai da tempo, i diritti non sono mai acquisiti per sempre, il loro mantenimento richiede un processo di negoziazione continuo in seno alla società. In particolare per quanto riguarda la scelta ambientale, si tratterrà di stilare un nuovo statuto che declini l'integrazione dell'ambiente con con gli obiettivi dell'impresa, delineando i confini entro i quali si realizzano le scelte imprenditoriali, dinescando allo stesso tempo l'opzione di finanza sostenibile da parte del sistema bancario, convinti come non mai che la sostenibilità ambientale aiuti l'economia e la ricerca. 

Tutto questo ha un costo, non solo in termini economici ma di consenso.  Juncker un giorno disse “Sappiamo quale riforme dobbiamo fare, ma non sappiamo come farci rieleggere dopo averle fatte” ! 

Ecco, quello che il prossimo congresso di +EUROPA deve individuare è una piattaforma politica credibile e coraggiosa sotto la guida di una classe dirigente forte, unita e rinnovata nelle persone, nei metodi e nei contenuti, e soprattutto che si discosti in modo netto dalla classe politica degli ultimi decenni. E’ il momento di ritrovare quella sfrontatezza, quel coraggio, quell’acume politico e precorritore dei tempi, che le antiche battaglie radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino fecero emergere negli anni passati, tanto da scuotere  dalle fondamenta una classe dirigente arroccata nelle sue  vacue certezze e nella ricerca del mantenimento dello status quo sociale.

Saremo in grado di ritrovare il coraggio di rinnovare  e sfidare l’impopolarità ? 

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In tempo di sovranismo, cercherò di “scomporre” il tema caro alle forze di governo, riassunto nello slogan “prima gli Italiani”, in termini sostanziali e contestuali al periodo storico che il nostro paese sta vivendo.
 
Il sovranismo si nutre di concetti come  quello della difesa dei confini ideali, culturali e sociali, sulla base di un'idea di identità nazionale perlopiù effimera, costruita su ideologie di appartenenza razziale  e quindi basate su costruzioni ideologiche. L’identità peraltro non esiste in natura è una invenzione culturale.  Gli stessi  confini di Stato nulla hanno di naturale, in quanto non coincidono né con la morfologia del territorio dello Stato-Nazione, né con le tradizioni (inclusa la lingua) culturali: i confini sono il frutto dell’evoluzione storica socio-politica di una data comunità organizzata in forma statuale; sono il risultato di eventi, quasi sempre bellici nel caso dell’Europa e dell’Italia, e quindi frutto delle negoziazione e delle imposizioni esercitate manu militari dai vincitori sui vinti. Cosi’ è  stato all’indomani della 1a e della 2a Guerra Mondiale.
 
E quindi appare di urgente attualità oggi di fronte ad una Europa piccola, divisa, incerta ed esposta alle turbolenze che arrivano con ondate devastanti da altri continenti (Europa dell’Est, MO, Nord Africa, Cina) porsi la domanda: che cosa è rimasto dell’equilibrio geopolitico siglato a Yalta all’indomani della seconda guerra mondiale? Che cosa ne è della Nato a distanza di 20 anni dalla fine dell’URSS? Siamo ancora protetti dall’ombrello militare americano sotto la presidenza Trump, alla luce del suo desiderio di ridurre il sostegno  USA alla NATO?
 
La tesi che voglio qui sviluppare è che, dopo l’unità monetaria, il finanziamento di una industria della difesa e di un esercito comune, costituisce un forte impulso, oltre che simbolico, a tutta l’economia e sarebbe l’unica condizione capace di garantire allo stesso tempo :
  • la creazione degli Stati Uniti d’Europa
  • l’autonomia dalla protezione americana 
  • una difesa efficace del continente Europeo 
  • una politica estera comune e quindi essere protagonisti nel nuovo ordine mondiale
  • alimentare la fiducia nei confronti delle istituzioni europee e combattere le istanze populiste e nazionaliste.
E’ ovvio che questo processo, lungi da palesarsi come una cessione incondizionata di sovranità da parte dei singoli stati a favore di un organismo  di difesa centrale europeo, presuppone: 
  • un più vasto e comprensivo programma di integrazione politica: il rilancio del progetto di uno Stato Europeo in forma federalista renderà ineludibile il lancio di un progetto operativo di  difesa europea, dal momento che se una difesa senza Stato non ha senso, nemmeno uno Stato senza difesa ne ha. 
  • il riconoscimento che la sovranità nazionale in campo militare non può essere garantita né sostenuta da ogni singolo paese, né dalla Alleanza Atlantica a seguito del disimpegno annunciato della Amministrazione USA, soprattutto alla luce delle sfide globali attuali. 
  • l’integrazione dell’industria della difesa: le forze europee, composte da un organico di 1.859.216 soldati a fronte di 1.381.000 militari USA, impiegano 154 sistema d’arma differenti a fronte dei 27 impiegati dagli USA. Dietro 154 sistemi d’arma ci sono 154 contratti, supportati da 154 progetti di R&S  e 154 sistemi produttivi (fonte: Difendere l’Europa, L.Pecchi, G.Piga, A.Truppo, Ed. Chiare Lettere, 2017).
 
Se è vero che la difesa comune europea autonoma ed integrata non è più una scelta ma è una necessità politica ed economica,  la carenza di una comune percezione della minaccia militare esterna e la mancanza di una vera e propria cultura della sicurezza  in Europa, rappresentano ostacoli sul cammino della integrazione in campo militare. 
 
Senza una integrazione dei sistemi di arma e degli eserciti nazionali, sarà difficile eliminare inutili duplicazioni e dispersioni di risorse, recuperare efficienza nella spesa di investimenti, nella interoperabilità dei sistemi e delle forze armate. I paesi europei hanno necessità di recuperare efficienza in tutti i settori d’investimento (e la bassa produttività in Europa lo dimostra), e le logiche assistenziali che muovono i capitali entro i confini nazionali sono un lusso che ormai nessun paese si può più permettere. La spesa in R&S , specie in settori ad alta tecnologia, è un volano di crescita della produttività e quindi di crescita economica e di occupazione qualificata. Si evoca quindi  l’istituzione di un Fondo europeo finanziato con l’emissione di Eurobond emessi sul mercato, che sostenga nel tempo l’innovazione tecnologica e la spesa pubblica nel campo della difesa, con l’obbiettivo di razionalizzazione  delle Forze Armate  nazionali, nell’ambito di un Defence Compact e regole di mercato condivise tra tutti Partners europei. 
 
Se è vero che l’Europa non appartiene agli economisti, ai banchieri ed ai militari, bensì agli europei, allora l’integrazione economica con l’Euro non può né deve restare isolata,  deve procedere verso il completamento di un quadro che altrimenti sarebbe destinato alla regressione. Lo scatto in avanti di questa nostra Europa, se non si vuole mortificare gli sforzi di chi con molta fatica si è impegnato a costruite una area geografica democratica, di  pace e  di prosperità, potrebbe proprio venire dal tema della difesa. La risposta concreta al bisogno di sicurezza evocato dai cittadini italiani nelle ultime elezioni, potrebbe essere disinnescato definitivamente proprio con l’integrazione europea oltre la linea del non ritorno. 
 
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Together We Stand, Divided We Fall

di Matteo Costa*

Non sono un habitué della politica e non conosco le vicende attuali del PD, se non da quello che leggo dai titoli dei giornali. Come del resto la maggior parte degli italiani. Come tutti, quindi, non posso che osservare il declino di un grande partito che, reduce dalla bruciante sconfitta delle scorse elezioni, è lacerato al suo interno da guerre fratricide, che null’altro fanno se non contribuire ulteriormente alla sua implosione e alla sua divisione, in una girandola di nomi più o meno eccellenti che aspirano alla leadership e che rischiano di ottenerla tutti, ma ognuno per proprio conto.

Noi di +Europa non siamo, per dimensioni, grandi quanto il PD, ma ne condividiamo l’aspirazione a crescere e a far sentire la nostra voce. Sempre di +.

Per farlo è essenziale essere uniti e per noi il compito potrebbe essere ancora più difficile, perché aspiriamo a rappresentare la sintesi di pensieri a volte dissimili e perché dobbiamo crescere per sopravvivere e per portare avanti le nostre battaglie, per il comune bene degli italiani. Ma è dall’eterogeneità che nasce il nuovo. E’ dalle differenze che nasce la vita. Spetta quindi a noi saperle amalgamare in modo ottimale, così da ottenerne una sintesi che sia comprensibile, coerente, condivisa e sostenuta da + persone. Non possiamo neppure immaginare di seguire le tragiche orme del PD.

A parte la grandissima candidatura alla segreteria nazionale di Marco Cappato, al momento altre non ce ne sono, ma so che arriveranno a breve e so che si tratterà di nomi di pari livello, perché noi rappresentiamo il meglio della società progressista, perché in noi sono già confluite e stanno confluendo personalità di prestigio, ognuna con le proprie peculiarità e le proprie capacità, diverse da quelle degli altri.

Dobbiamo trarre vantaggio da questa ricchezza, sapendo amalgamare le diverse anime che rappresentiamo ed esprimerle tutte al meglio. Dobbiamo essere in grado di contribuire al bene comune, ciascuno secondo le proprie competenze, idee ed esperienze, in modo da poterci mostrare diversi, ma uniti da comuni obiettivi di sviluppo, di uguaglianza, di benessere economico e sociale, di inclusività e di consapevole apertura al nuovo e al diverso. Obiettivi che dovrebbero essere nazionali ma che ora sembrano essere sopiti sotto la cenere. Dobbiamo parlarci e trovare nei nostri desideri i punti di contatto, per saldarli e renderci unici. Dobbiamo  cooperare per amalgamare le differenze senza nasconderle. Dobbiamo capire cosa dire agli italiani e come dirlo. Dobbiamo far sì che chiunque sia scelto come segretario del partito abbia l’appoggio incondizionato di tutti noi, su tutto, anche sulle diversità e che sappia esprimere la nostra unione così come le nostre peculiarità. Dobbiamo mostrare la nostra anima comune, sapendo che le nostre meravigliose differenze potrebbero portarci al successo o al declino, a seconda di come le sapremo gestire.

Ne va del nostro futuro e con nostro, intendo di tutti noi +italiani e +europei.

Insieme stiamo, separati cadiamo.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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L'Europa necessaria

di Alessandro Volpi*

Si discute molto della reale forza dell'Europa, dopo la scelta del governo Conte di accettare, alla fine di una lunga trattativa, gran parte delle condizioni poste dalla Commissione europea che pare aver vinto il braccio di ferro con i sovranisti tanto da imporre allo stesso esecutivo giallo-verde un’affannata rincorsa contro il tempo per adeguare la Legge di bilancio, con un fulmineo e confuso maxiemendamento, ai diktat europei. Ma cos'è ora realmente l'Europa? Da cosa discende la sua vera forza in grado di “piegare” le muscolari prese di posizioni dei leader nostrani? Difficile dirlo in modo organico e chiaro. 

Per gli euroscettici rappresenta il male assoluto, il bersaglio contro cui indirizzare tensioni altrimenti disomogenee, l’universo simbolico che permette la tenuta di piattaforme programmatiche capaci di legare formazioni politiche e sociali inconciliabili su un’infinita serie di altri piani. Soprattutto, in maniera assai semplicistica, la condanna dell’Europa e dell’euro consente di immaginare un futuro più roseo e più felice per il solo fatto di porre fine ad una condizione esistente senza dover concepire formule concretamente alternative. Attaccare l’Europa permette di raccogliere consensi e voti, a prescindere.

Per gran parte degli europeisti, invece, l’Europa rappresenta un’amplificazione delle singole realtà nazionali: esistono un’Europa francese, un’Europa tedesca, un’Europa nordica, un’Europa mediterranea e varie altre declinazioni dove l’elemento decisivo non è l’appartenenza europea ma la visione nazionale trasferita in una dimensione continentale.

L’idea autosufficiente di Europa, dotata di un valore in se stessa, sembra del tutto assente, così come risultano molto deboli le prospettive culturali e i linguaggi politici condivisi persino negli ambienti che si dichiarano europeisti.

In termini di regole l’Europa di Maastricht è decisamente superata e per molti versi anche tradita da numerose violazioni dei suoi parametri; praticamente nessun paese rispetta il rapporto del 60% tra debito e Pil e anche il vincolo del deficit inferiore al 3% del Pil appare in molti casi illusorio. Manca, poi, l’indispensabile Europa fiscale, che dovrebbe eliminare la concorrenza tra i vari Stati membri, combattuta a colpi di aliquote stracciate e di condizioni da grandi saldi per i rientri di capitale. Manca l’Europa bancaria, ad oggi limitata ad astruse e terroristiche misure come l’introduzione del bail in, della possibilità di aggredire i conti dei correntisti, o come la pretesa nei confronti degli istituti di accantonamenti rigidissimi per “garantire” in modo ferreo i loro crediti. Manca, ancora, la possibilità per la Bce di intervenire direttamente alle aste dei titoli pubblici per acquistarli prima che finiscano, ormai bolliti, sul mercato secondario.

Ma allora perché così tanta attenzione all'Europa e ai suoi giudizi? Perché i sovranisti non riescono a convincere neppure i loro governi a praticare il più volte gridato me ne frego? Perché dopo aver urlato all’Europa matrigna, bisogna accettare, controvoglia, di farci i conti? Il perché sta, in estrema sintesi, nella sua indispensabilità, pur contestata e negata. Alla prova dei fatti, senza moneta comune e senza una per quanto flebile idea di Europa, i singoli Stati affonderebbero rapidamente come dimostra il fatto che ad ogni sussulto “troppo nazionalistico” il mondo, e non solo i mercati, si spaventa e reagisce per evitare il disastro di un pianeta retto solo da Trump, Putin e Xijimping; gli unici interessati non alla sparizione ma alla sudditanza dell'Europa.

Per frenare la crisi finanziaria più grave di sempre è servito il “whatever it takes” di Draghi e per far tornare i debiti pubblici, e privati, collocabili a prezzi sostenibili è servito l'accordo con la Commissione europea sia in Grecia, dove è stato durissimo, sia in Irlanda sia in altre parti dell’Europa. Gli Stati possono proclamarsi forti e sovrani ma la loro debolezza nel mondo globale dei colossi e della rinata geopolitica impone l'adesione, se non l'appartenenza, europea, anche soltanto ipocritamente formale. Si possono fare campagne elettorali perenni contro il Vecchio continente, esaltando le piccole-grandi patrie, ma poi non è possibile chiamarsene fuori perché agli Stati europei non è concessa, dalla storia, dalla geografia, dall'economia, una '”normale” vita da separati. La politica dovrebbe capirlo. Non comprenderlo significa accettare, in ritardo, i vincoli postumi di clausole di salvaguardia talmente pesanti da cancellare il futuro; 50 miliardi di aumenti fiscali da scongiurare in due anni costituiscono un'impossibile follia, così come sforbiciate per altri 28 nello stesso biennio. La politica degli annunci contro l’Europa, di fatto, ha solo accentuato il rigore.

 

*Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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Politica da stadio

di Matteo Costa*

Il calcio ha abituato noi Italiani ad esultare quando la nostra squadra del cuore segna un goal. Anche se nasce da un fallo o da un rigore inesistente. Non ci interessa se la nostra squadra ha vinto per un errore arbitrale o per un fallo di un nostro attaccante. Ciò che conta è vincere, per poi potersi vantare della vittoria della propria squadra e magari questa esultanza ci fa scordare per un attimo i problemi reali. Il duo gialloverde, è riuscito a trasformare le convinzioni politiche in tifo calcistico. L’esultanza e la gioia di alcuni individui per questa manovra, non possono essere qualificate altro che irrazionale tifo sportivo.

Perché razionalmente non si può esultare per la prima finanziaria in Italia che viene votata in Senato senza che sia stata precedentemente mostrata a nessuno, né all’opposizione né al governo. Non si può esultare perché viene approvata dal Senato dopo una discussione durata poche ore, per permettere a Casalino & Co. di passare domenica 23 e sabato 24 dicembre in famiglia, come sostiene lo stesso De Falco, senatore dei 5S. Non si può esultare sapendo che la Camera dovrà votare una legge differente da quella votata in Senato, perché le inesattezze e gli errori della prima “versione” necessitano ancora di correzioni e il governo è arrivato a proporla, imperfetta e incompleta, solo il 22 dicembre. Non si può esultare perché questo è come segnare un goal a gioco fermo e a tempo scaduto, e vederselo convalidare. Il sogno di ogni tifoso italiano, in una partita Italia-Francia.

Ma in questo caso chi esulta si scorda che non si tratta di Italia-Francia, ma di Italia-Italia e che le regole vanno rispettate perché sono le stesse regole che proteggono la propria squadra e perché dal risultato della partita dipenderà il benessere futuro degli italiani. Non è un gioco, è vita.

Chi esulta per questa manovra scellerata, imposta al popolo in modo becero e dittatoriale, esulta poi per ritrovarsi nel 2020 con l’IVA al 25% e al 26.5% l’anno successivo, o in alternativa, per affrontare altre manovra “lacrime e sangue” volte a scongiurare l’aumento dell’IVA che questi incoscienti al governo ci hanno imposto.

Chi esulta, a meno che non sia un gestore di una spiaggia, si scorda che l’ulteriore rinvio dell’applicazione della direttiva Bolkestein sarà pagato dall’Italia a caro prezzo, con una sanzione che ci impedirà di usare quei soldi a beneficio della collettività, anziché dei soli gestori di stabilimenti balneari.

Chi esulta, si scorda che chiunque passerà in un aeroporto italiano dovrà pagare altri 5€ in più ogni volta, per permettere al personale Alitalia di andare felice in pensione due anni prima di tutti gli altri italiani.

Chi esulta si scorda che d’ora in poi, potrà essere curato da un fisioterapista non laureato, senza saperlo.

Chi esulta si scorda che i dipendenti che guadagnano meno di 55.000€ l’anno saranno tassati al 38%, mentre i titolari di una partita IVA con lo stesso reddito saranno tassati al 15%.

Chi esulta si scorda che i pensionati non avranno la pensione indicizzata per i prossimi anni, si scorda che gli investimenti in ricerca e sviluppo sono stati praticamente azzerati, che i comuni potranno assegnare appalti senza bando di gara fino a 150.000€ per la gioia di corrotti e corruttori, si scorda che tutto il debito aggiuntivo che deriva da questa manovra, ennesima dispensatrice di mancette alle solite lobby (alla faccia del cambiamento), sarà pagato a caro prezzo gli anni prossimi da noi e dai nostri figli.

Chi esulta si scorda che la sua squadra gli aveva prospettato risultati ben diversi.

Chi esulta si scorda di essere italiano e pensa che gli effetti nefasti di questa manovra cadranno sulla squadra avversaria, anziché su tutti, lui incluso.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Il paradosso: sperare nell'inflazione

di Alessandro Volpi*

L’Italia deve sperare in una rapida ripresa dell’inflazione; può sembrare, almeno parzialmente, paradossale riporre fiducia in un aumento dei prezzi al consumo, ma questa pare essere la sola condizione in grado di tenere in piedi la manovra finanziaria. E’ noto a tutti che il nodo cruciale della discussione con la Commissione europea e delle tensioni sui mercati nei confronti del nostro paese è costituito dal pesantissimo debito pubblico e dal suo altrettanto gravoso rapporto con il Pil, assai più rilevante, agli occhi dei mercati, rispetto all’andamento del deficit, che gode di un consolidato avanzo primario e di un avanzo strutturale, pur in diminuzione ma altrettanto solido.

In relazione a tale debito, poco potranno gli attuali aggiustamenti discussi in sede europea così come risulta inutile l’incredibile appesantimento delle clausole di salvaguardia, tutte orientate a aumentare le entrate pubbliche di parte corrente. Secondo le previsioni contenute nel Def varato dal governo Conte lo stock di debito è destinato a crescere sensibilmente passando dai 2314 miliardi del 2018 ai 2416 del 2020; tuttavia le stesse stime governative avevano fissato il rapporto debito/Pil in diminuzione nello stesso periodo dal 131% al 128, registrando così un segnale rassicurante. In realtà tale miglioramento dipendeva, nelle stime del Def, dalla ipotizzata crescita del Pil che il governo, dopo aver previsto molto ottimisticamente in salita dell’1,5 nel 2019 e dell’1,6% nel 2020, ha poi ridotto, su sollecitazione europea, nella versione finale della Legge di bilancio all’1%. Se, dunque, non ci sarà più la crescita originariamente prevista del Pil, allora, come accennato la sola speranza si riporrebbe nell’aumento dell’inflazione.

La “sostenibilità” del debito pubblico infatti è direttamente legata sia ai tassi di interesse sia all’inflazione. Il rapporto debito/pil tende a salire quando i tassi sono più alti della crescita nominale dell’economia che è il risultato della somma del Pil e dell’ inflazione. Dunque, dal momento che nel prossimo biennio risulta molto improbabile per l’Italia conoscere un incremento del Pil, solo dall’inflazione potrebbero giungere buone notizie; una sua crescita si sommerebbe al Pil stagnante per rendere il debito più sostenibile e per liberare qualche miliardo di euro di risorse anche sul rapporto deficit-Pil. Rispetto a una prospettiva siffatta, tuttavia, esistono varie incognite che tendono a renderla assai illusoria e pericolosa.

In primo luogo la previsione di inflazione contenuta nello stesso Def è già più alta di quella reale; il 2018 si chiuderà assai probabilmente con un’inflazione media dell’1,2, mentre la Legge di bilancio è costruita per il 2019 e per il 2020 su un’inflazione, al netto dei prodotti energetici importati che ne costituiscono circa la metà, dell’1,4%. Nello stesso Def, peraltro, si stima l’aumento del prezzo del petrolio nel corso del 2019 a 73,8 dollari al barile rispetto ai 54 dollari del 2017, un balzo che appare decisamente eccessivo. D’altra parte, il medesimo Documento economico non attribuisce a misure come il reddito di cittadinanza, al di là delle dichiarazioni “politiche”, una vera capacità di rilancio dei consumi e quindi di azione benefica sull’inflazione mentre è costretto a rilevare il forte impatto negativo sulla domanda aggregata italiana del nuovo protezionismo e dei dazi doganali introdotti da molti paesi.

C’è poi il tema fondamentale del comportamento della Banca Centrale Europea, il cui compito “istituzionale” è quello di mantenere l’inflazione poco sotto il 2%. Negli ultimi anni, Mario Draghi ha varato politiche monetarie iperespansive perché l’inflazione europea era pressoché inesistente; dopo una sua parziale ripresa, che l’ha portata dall’1,31 del gennaio 2018 rispetto al gennaio dell’anno precedente al 2,20 dell’ottobre del 2018 rispetto allo stesso mese dell’anno prima, è evidente che la dichiarazione del presidente Draghi di un esaurimento della strategia della liquidità facile, la cui scadenza è stata fissata a fine 2018, diventa decisamente credibile.

A spingere l’inflazione verso l’alto, nei prossimi mesi, potrebbero contribuire anche le nuove scelte di bilancio della Francia di Macron, che ha annunciato un aumento salariale e altri significativi incentivi, tali da portare il rapporto deficit-Pil oltre il 3% in un paese in cui il debito pubblico, pur rimanendo al 97% del Pil, è cresciuto di 500 miliardi di euro in sette anni ed è in termini quantitativi il più grande d’Europa, pari a 2320 miliardi nel 2018. Ma se un aumento “europeo” dell’inflazione oltre il 2% spingerà la Bce a limitare i “rifornimenti” praticamente gratuiti alle banche perché comprino titoli del debito e a non fare più acquisti sul mercato secondario dei titoli pubblici dei paesi “a rischio”, allora i tassi di interesse, e il costo degli interessi, saliranno e la sostenibilità del debito pubblico italiano sarà gravemente messa a repentaglio. Sperare nell’inflazione pare la strada meno dolorosa per l’Italia che, per decenni si era abituata a cancellare una parte dei costi dei propri debiti con l’aumento dei prezzi, ma risulta assai insidioso perché continua ad affidare i destini dell’economia italiana a soluzioni artificiali e puramente numeriche.

 

*Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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Iniziamo a parlare di Economia Reale

L’andamento dello spread italiano inizia a sortire i suoi effetti, oltre che sui conti pubblici italiani e sui valori degli attivi degli intermediari finanziari, anche sul costo del debito per l’economia reale. Il 27 novembre scorso, Unicredit ha collocato un bond da 3 miliardi di dollari a 5 anni, assicurando un rendimento ai suoi sottoscrittori pari a 420 punti basesopra il tasso euro-swap (4,2%). Possiamo tranquillamente affermare che, a questo punto, gli effetti sull’economia reale siano molteplici e gravi. La riduzione del valore degli attivi delle banche comporta una minore disponibilità ad impiegarli finanziando le imprese, salvo che non abbiano la capacità di intervenire sul mercato con aumenti di capitale che però sconterebbero il rischio Italia e si rifletterebbero in maniera significativa sui valori dei Gruppi bancari (basti pensare che da maggio ad oggi Unicredit ha perso oltre il 30% nella propria capitalizzazione). Allo stesso tempo, con un costo di approvvigionamento da parte delle banche a valori del “Bond Unicredit”, le imprese automaticamente si troveranno a sostenere oneri finanziari molto più elevati rispetto al passato per finanziare le proprie attività.

La forte riduzione della capitalizzazione di Unicredit è attribuita dagli investitori al rischio Italia, il che penalizza notevolmente i soci del Gruppo bancario che peraltro ha oltre la metà del proprio attivo fuori dai confini italiani. Per tale ragione, i vertici del Gruppo, hanno ipotizzato, avviando uno studio di fattibilità, una scissione in due unità in modo da distinguere le attività italiane da quelle estere. In tal modo, le attività estere verrebbero ospitate in una entità bancaria con sede in Germania, mentre le attività italiane, con tutti i problemi che le qualificano, rimarrebbero in una bad bank italiana.

I vantaggi per i soci di Unicredit consisterebbero nel vedere maggiormente valorizzate le attività tedesche, che non sconterebbero il rischio Italia. Allo stesso tempo, il costo della raccolta della Newco sarebbe identico a quello dei concorrenti tedeschi i quali, in assenza di rating, hanno un costo del funding pari a quello dei Bund.

Posto che si tratta di indiscrezioni apparse sulla stampa, che non è detto si concretizzino, resta il fatto che appare evidente come gli operatori economici del Paese si trovino sempre più ad affrontare complessità maggiori rispetto ai competitori esteri. Le povere imprese italiane si vedono costrette a scontare, rispetto alle concorrenti estere, una serie di penalizzazioni che difficilmente le permetteranno di competere adeguatamente sui mercati. Ad un costo del capitale molto più elevato, si somma il costo dell’energia mediamente superiore, il costo del lavoro che sconta un cuneo fiscale legato alla destinazione del gettito fiscale nella misura del 22% per sostenere il sistema pensionistico (destinato ad aumentare con l’introduzione della quota 100) e nella misura dell’11% per sostenere il debito pubblico (destinato ad aumentare a causa dell’aumento dello spread e a causa del finanziamento delle misure legate alle promesse elettorali). A ciò si aggiunga la scarsa disponibilità di risorse da destinare alla formazione, per ridurre il gap di competitività, e alle infrastrutture che faciliterebbero la distribuzione dei prodotti.

L’ostinazione con la quale si vogliono mantenere le promesse elettorali rischia di creare un circolo vizioso dal quale il Paese e le future generazioni faticheranno ad uscirne se non attraverso una presa di coscienza della necessità di adottare soluzioni di politica economica con una visione di lungo periodo rassegnandosi ad usare i post e i tweet per diffondere informazioni utili ai cittadini e non per lanciare proclami.

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Lo strano caso dei "navigator"

Facciamo un'ipotesi a partire dalle parole di Di Maio:

- fra 2 mesi e mezzo 5 milioni di italiani potranno beneficiare del reddito di cittadinanza (di 120 euro di media, 6,1 miliardi diviso 5 milioni diviso 10 mesi) con la presa in carico di ognuno di loro da parte di un cosiddetto "navigator" che li assisterà nella formazione e nella ricerca lavoro;
- poniamo che ogni navigator si prenda in carica 200 persone da seguire (probabilmente troppe): servirebbero, tra 2 mesi e mezzo, 25 mila navigator contrattualizzati con un bando e formati (attualmente nei centri per l'impiego lavorano circa 8000 persone che fanno altro);
- 25 mila navigator ci costerebbero almeno 1 miliardo in un anno (considerando uno stipendio lordo di poco più di 3000 euro, 1800 netti);
- questo miliardo (800 e rotti milioni per 10 mesi nel 2019) dove è previsto nell'impegno preso con la UE ? Se è compreso nel miliardo previsto per i centri dell'impiego, non resta nulla.
- In 2 mesi e mezzo facciamo dunque un bando pubblico, selezioniamo 25 mila persone, le formiamo e le mettiamo nelle condizioni di partire?

E' UNO SCHERZO, VERO?

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UnEuropa

di Chico Sciuto

Il vocabolario Zanichelli, alla voce “Patria”, recita: “Paese comune ai componenti di una nazione, in cui essi si sentono legati come individui e come collettività, sia per nascita, sia per motivi psicologici, storici, culturali e simili.”  Mi pare si possa anche convenire che Patria è il luogo in cui si è liberi in casa propria.

Premetto anche che il mondo è in continua evoluzione e che tutto cambia sempre più velocemente. Ai tempi di Mazzini non esistevano l’automobile, l’aereo, il telefono, la TV, i computers, internet. In altre parole, non c’era quell’odierna facilità di interscambio di persone e di idee, che ha mutato molte cose. Tuttavia, mentre alcune idee mazziniane rimangono ancor valide, come quella della Giovine Europa, altre invece devono essere aggiornate ai tempi, come il concetto di fratellanza e di unione fra i popoli, in particolare quelli europei.

Ciò premesso, espongo alcuni dati storici. Qualche millennio avanti l’Era Volgare (“avanti Cristo”, per chi preferisce) l’Europa era già omogenea, anche se ovviamente, a causa degli scarsi mezzi di comunicazione e di un senso di proprietà poco sviluppato, non esisteva ancora il concetto moderno di Stato.

Nei miei viaggi in l’Europa, ho potuto constatare di persona che l’antico popolo europeo esprimeva già a quei tempi il suo pensiero unitario nelle sue architetture megalitiche, giunte fino a noi. Ho visitato infatti megaliti molto simili in Sardegna, Corsica, Puglia, Malta, Turchia, Portogallo, Bretagna, Irlanda, Scozia, Svezia. Stonehenge è solo l’esempio più noto di quei megaliti. Persino un monumento meno diffuso, come la “tomba del gigante”, in Sardegna, trova riscontro in una costruzione omologa nella lontana “citania” di Briteiros, in Portogallo.

Evidentemente, esisteva già allora un’unica cultura, nonostante le antiche difficoltà di comunicazione. Astronomia e religione erano collegate con quelle antiche costruzioni, ma la mancanza di scrittura, non ancora inventata, non ha consentito di tramandarci altro.

Anche gli studi del genetista Luigi-Luca Cavalli-Sforza e gli esami sull’origine delle lingue europee confermano l'unica origine degli europei, salvo piccole eccezioni. Non voglio annoiare riportando qui in dettaglio questi studi ed esami e rimando quindi alla letteratura specifica, molto esplicativa e appagante.

È pure lungo spiegare qui come quell’antica civiltà megalitica, fondendosi con la cultura proveniente dal vicino oriente, si sia trasformata nella civiltà greca: la scrittura, inventata proprio nel vicino oriente, ci ha lasciato testimonianza di ciò nei due famosi poemi omerici, prima tramandati solo oralmente. Per dare una rapida idea, si può paragonare l’antica Grecia all’America di oggi: entrambe sono sintesi di altre culture, concentrate in uno stesso luogo.

Oggi la Grecia è la culla della nostra civiltà, è il fondamento del mondo attuale. Le successive trasformazioni religiose sono state apportate dalla componente culturale ebraica, proveniente dalla Palestina.

Alla civiltà greca subentrò poi quella latina. In epoche successive, quell’antica unità è venuta a mancare.  Vari sono stati i tentativi di rinsaldarla: il Sacro Romano Impero (nato il 2 feb. 962) è solo uno dei vari esempi. A quell’epoca, nessuno dei moderni Stati europei si era ancora formato.

In epoche più recenti, circa 200 anni fa, alcune delle odierne nazioni europee esistevano già (p. es.: Francia, Gran Bretagna), altre lottavano per l’indipendenza (Grecia, Polonia, Irlanda) e altre ancora (Italia, Germania) erano frazionate in tanti piccoli Stati.

Man mano che, fra i popoli, si diffondeva sempre più la consapevolezza di sé, parallelamente sorgeva una nuova idea di unità europea, slegata da quella di epoca megalitica, ormai dimenticata. Nasceva così, per forza di cose, quel Risorgimento che ben conosciamo, di cui Mazzini fu indiscusso protagonista.

Purtroppo, nasceva anche la necessità di stabilire i confini delle nuove nazioni, confini impossibili da tracciare in una popolazione sempre più amalgamata.  Ecco quindi sorgere i primi contrasti, molto acuti nei luoghi di maggior commistione, soprattutto tra Francia e Germania. Questi contrasti poi hanno portato a un secolo di guerre fratricide, che oggi possono essere viste come una guerra civile europea, la cui soluzione ha generato l’Unione Europea.

Un’idea di questa commistione ci è data dalla città di Strasburgo, che ha caratteristiche sia francesi, sia tedesche. Si chiama Strasbourg in francese, Straßburg in tedesco (Straße, in tedesco significa strada) e si trova oggi in Francia. Altrettanto si può dire di Colmar/ Kolmar o di Mulhouse/ Mülhausen o di varie altre cittadine. Francoforte, in tedesco Frankfurt, significa “guado dei Franchi” sul fiume Meno.

Un discorso simile può essere fatto per altre regioni europee. La Provenza era la provincia romana per antonomasia.  Ancor oggi, in Corsica e a Nizza, molti cognomi sono italiani. La Polonia odierna è più a ovest di quella ante seconda guerra mondiale. La Dalmazia è costellata di cittadine simili a Venezia. Il porto di Iraklion (Grecia) è dominato dal veneto leone di san Marco.  Messina è stata fondata dai greci messeni. La Romania deve il suo nome a Roma. In Estonia, Lettonia e Lituania vivono cittadini russi. Colonia/Köln era una colonia romana.  Coblenza/Coblenz ha nome dalla confluenza di Reno e Mosella. La Norvegia era parte integrante della Svezia. La Carelia era tutta finlandese.

E poi: la Val d’Aosta deve stare in Italia o in Francia? La Lorena è Francia o Germania? I Paesi Baschi sono Francia, Spagna o autonomi? L’AltoAdige/Südtirol è Italia o Austria? Il Kosovo è Serbia o Albania?  La città natale del filosofo tedesco Kant è Königsberg ed è tedesca o Kaliningrad ed è russa?  Si può andare avanti ancora per molto. Qualsiasi regione europea possiede caratteristiche proprie, ma simili a quelle confinanti.

Persino molti cognomi denotano la commistione: il biologo francese George Cuvier (1769 – 1832) si chiama Georg Küfer in tedesco; Robert Schuman (1886 – 1963), uno dei fondatori dell’EU, era francese con cognome tedesco, nato in Lussemburgo; il nostro contemporaneo Jean Claude Junker è lussemburghese, ha studiato in Francia e ha cognome tedesco. L’ex famiglia reale italiana prende nome dalla Savoia, oggi Francia. La torre Eiffel, simbolo di Parigi e della Francia, prende nome dal suo progettista: un francese dal cognome corrispondente a una regione della Germania. Haussmann, costruttore dei famosi boulevards parigini, era francese con cognome tedesco. Si potrebbe proseguire con tanti altri personaggi, noti o sconosciuti.

Come dicevo all’inizio, i moderni mezzi di comunicazione hanno cambiato molte cose. Oggi tutto è ancor più interconnesso, a tal punto che la patria degli europei non è più semplicemente la Spagna o la Grecia, l’Italia, la Lituania, eccetera, ma l’Europa nel suo complesso.

Quanto alle persone dei giorni nostri, cito semplicemente il mio caso, come esempio tutt’altro che speciale, molto comune fra tanti europei.

Mia moglie ha origini mitteleuropee. Nella prima guerra mondiale, un mio nonno e due miei zii hanno combattuto, teoricamente, contro quelli di mia moglie. Ho due figlie. Una vive in Italia, sposata con un italo-spagnolo. L’altra, dopo varie esperienze lavorative in vari Stati europei, ha sposato un tedesco, vive in Germania e ha doppia nazionalità. Due miei nipoti sono bilingui e gli altri tre conoscono varie lingue. Ripeto: esistono svariati casi come il mio. Infatti, la generazione di giovani o ex-giovani, che hanno partecipato ai vari Erasmus, è oggi inserita pienamente nel mondo del lavoro del paese d’origine e/o all’estero.

Così, ogni cittadino europeo sta costruendo l’Europa, spontaneamente, lentamente, nonostante gli odierni populismi autolesionistici che auspicano un ritorno a un passato ormai impossibile. Quei ciechi populismi non tengono conto, tra l’altro, che il problema del momento, il controllo degl’immigrati, è più facile se siamo uniti, non se siamo separati e che le frontiere esterne dell’UE sono più corte della somma delle frontiere dei singoli Stati. È più forte la valuta unica, l’euro, piuttosto che tante valute di singoli Stati, soggette a facili speculazioni.  Ricordo bene quando il governo Amato dovette improvvisamente prelevare dai c/c degl’italiani per evitare la bancarotta.

Oggi, in Europa abbiamo un’unica valuta e le monete delle nostre nazioni circolano già nelle nostre mani. Le leggi dei vari paesi europei si assomigliano molto. La politica economica diventa sempre più unitaria.  La facilità di scambio ha permesso alle ditte di offrire gli stessi servizi e le stesse merci in tutt’Europa: Ikea, Lidl, Starbucks, Zara, H&M, Benetton, Tezenis, McDonald's, ecc..

Persino alcuni programmi TV usano gli stessi format: hanno identiche scene, stessa grafica, si svolgono nello stesso modo in vari paesi, cambiando solo la lingua e le persone (vedi, p. es., “Chi vuol esser milionario”). Spesso, anche gli spot pubblicitari sono uguali in vari paesi e, qualche volta, nemmeno cambiano lingua. Spero di poter avere presto anche un’unica Costituzione per tutti.  Spero anche che il caso Brexit, non ancora definito, rimanga isolato e che rientri.

Se non si realizzerà presto un’Europa veramente unita, in ogni regione non verrà mai meno né il desiderio d’indipendenza, né quello di appartenenza a uno Stato o all’altro confinante.  Anche i nazionalismi dei singoli Stati rinasceranno sempre perché, per preconcetto, qualunque nazione si sentirà sempre superiore o sempre inferiore a un’altra. Bisogna quindi abolire gli Stati attuali, mantenendo le regioni con le loro specifiche caratteristiche che, sfumando l’una nell’altra, genereranno un’unica, grande nazione europea, fortemente unita. Si proteggeranno così le autonomie etniche, politiche, linguistiche e, allo stesso tempo, si avrà una maggiore coesione.

Non è un’utopia. Infatti oggi esistono già forti diversità all’interno di ogni Stato: il Süd Tirol/ Alto Adige, con forte componente tedesca, è molto diverso dalla Sicilia con la sua componente araba (p. es.: Marsala è “Marsha Allah”, porto di Dio).  Altrettanto domani, nella nazione europea, la Lapponia, coi suoi pastori di renne, e Malta, sintesi di culture mediterranee, continueranno a essere due regioni diverse, ma appartenenti a un unico grande Stato. Questo sarebbe anche il riconoscimento delle comuni origini del popolo europeo, dell’unico popolo europeo.

Per tutto quanto detto, io considero la situazione attuale come una semplice tappa di una lunga transizione, iniziata nel Risorgimento e culminante nella futura Europa unita, un’Europa formata dalle sole regioni (Alsazia, Toscana, Hessen, Algarve, Catalogna, Attica, ecc.), un’Europa senza gli attuali Stati (Italia, Francia, Olanda, Estonia, ecc.).

Si eliminerebbero così i separatismi di Catalogna, Scozia, paesi Baschi e tanti altri problemi.

Dovranno restare soltanto lo Stato centrale, le Regioni e i Comuni. Io vedo questo come il naturale sviluppo di quel processo risorgimentale, iniziato da Mazzini e non ancora compiuto.

Per questo, io auspico un secondo Risorgimento: gli Stati attuali devono essere visti come transizione verso un’Europa veramente unita. Come, anticamente, tanti piccoli Stati si sono fusi per formare le nazioni attuali, così anche queste nazioni dovranno fondersi per formarne uno solo, più grande: l’Europa.  La fusione dev’essere totale, così come avviene oggi tra la popolazione delle già citate regioni renane, così come avviene oggi nella piccola Svizzera, dove è molto frequente, p. es., che un cittadino di madrelingua tedesca abbia nome e cognome italiani e lavori in un cantone francofono.

Concludo concretamente con fatti e numeri. Secondo me, non è possibile costruire gli “Stati Uniti d’Europa” similmente agli “Stati Uniti d’America”, per due motivi: 1) perché la popolazione europea differisce da una regione e l’altra, mentre quella americana è omogeneamente mescolata su tutto il territorio.  2) la densità di popolazione è ben diversa: ciò che in USA sta in uno Stato, in Europa sta in una regione. Gli USA hanno oltre 320 milioni di abitanti in 50 Stati, mentre in UE vi sono poco più di 500 milioni di abitanti in 28 Stati, non considerando che, senza alcuni piccoli Stati come Malta, Cipro, Lussemburgo (molto più piccoli di altri) il rapporto milioni di abitanti/ stato si alzerebbe ancora molto di più (ovviamente, ho considerato il Regno Unito come ancora appartenente alla UE).

Spero di vedere un giorno la realizzazione di questo mio sogno.

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Pubblichiamo di seguito l'intervista rilasciata da Emma Bonino al Corriere della Sera in seguito alla morte di Antonio Megalizzi, giornalista e reporter, simpatizzante di +Europa, una delle vittime dell'attentato ai mercatini di Natale di Strasburgo dell'11 dicembre 2018.

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Emma Bonino: «Antonio era un eroe, un vero cittadino che amava l’Ue»

«Bravo e serio, capiva le istituzioni»

di Alessandra Arachi

ROMA «Antonio è un eroe europeo».

Emma Bonino, non è da lei usare toni enfatici...
«Infatti non è enfasi, è la verità. Questo ragazzo raccontava da vicino e con passione le istituzioni e la politica dentro le istituzioni europee. Magari potessero essere più conosciute».

Perché dice magari?
«Perché sono sicura che così le apprezzerebbero in tanti».

Antonio apprezzava le istituzioni europee secondo lei?
«Antonio aveva una vera e propria passione per la democrazia europea».

Per questo si era avvicinato al suo movimento «+Europa»?
«Antonio era diventato uno dei nostri, e come lui sono tantissimi i ragazzi appassionati in tutta Europa che ci seguono».

Ragazzi?
«Sì, parlo di persone sotto i trent’anni. Studenti, professionisti, lavoratori. Si avvicinano a “+Europa”e lavorano con impegno e serietà».

Vuole dire che sono ragazzi che credono nell’Europa?
«Voglio dire che sono ragazzi che la vivono l’Europa, più che altro. Gli italiani che si trovano in Europa la respirano. Non hanno difficoltà a fidanzarsi con un olandese o con una francese. Sono cittadini d’Europa. E hanno una preparazione notevole».

Cosa intende?
«Che quando vado a fare dibattiti nelle università italiane con gli studenti è difficile che qualcuno sappia rispondere alle domande che uso per avviare la conversazione».

Quali per esempio?
«Per esempio se comincio chiedendo qual è il bilancio dell’Unione Europea...».

Non lo sanno?
«In Italia no, e parlo di studenti che studiano Scienze Politiche, Economia. Ma la verità è che non sanno rispondere nemmeno se chiedo loro qual è il bilancio della Regione Lazio o della Regione Lombardia».

I cittadini d’Europa invece...
«Sanno discutere di bilancio e di politiche di coesione. Si preoccupano per la Brexit, perché quell’uscita taglierà una cifra cospicua dei 150 miliardi di bilancio dell’Unione Europea».

Mi parla di giovani che hanno la stessa passione che aveva Antonio Megalizzi, 28 anni appena...
«I ragazzi che lavorano con noi sono bravi e preparati come lo era Antonio. Non tutti fanno i giornalisti, anzi. Ho già detto che ci sono molti studenti ma anche professionisti».

Come nasce quest’impegno?
«C’è stata una grande onda durante la campagna elettorale. Si sono aggregati su quell’onda di marzo, e adesso...».

E adesso?
«Succede che “+Europa” ha tanti comitati, sono sparsi in tutta Europa. Il più forte è sicuramente a Londra, dove gli italiani sono tanti e dove si sta lavorando per la Brexit».

Gli altri comitati dove si trovano?
«Ci sono comitati a Barcellona, a Madrid, a Siviglia, in Olanda, in Svezia, a Nizza e da poco anche a Kiev».

Ci sta dicendo che c’è una generazione nuova e molto impegnata sulla quale è possibile pensare di fare leva per costruire una nuova Europa?
«Sì, aggiungerei anche una generazione molto vivace. Antonio era decisamente un bel simbolo».

Simbolo di cosa?
«Antonio era il simbolo di un’attenzione europeista molto forte che hanno gli italiani oltre le Alpi».

14 dicembre 2018 (modifica il 14 dicembre 2018 | 22:10)

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Lo spread tra realtà e immaginazione

di Matteo Costa*

Nonostante tutti i solenni proclami passati, il governo italiano ha presentato un nuovo DEF con deficit al 2 (,04% per confondere le menti semplici).

Solo alla diffusione di quella che ieri inizialmente era una voce, lo spread dei BTP sui Bund decennali era sceso a 274 punti: -14.% in poco meno di 30 minuti (al momento è a 269). Le banche tirano un sospiro (temporaneo) di sollievo, i loro bilanci vedono gli attivi incrementarsi. Lo tireranno anche i mutuatari che hanno sottoscritto il prestito a un tasso variabile. Lo tirano le imprese che attingono al mercato del credito, cioè tutte e in ultimo, lo tira ovviamente lo stato, che pagherà meno i suoi prossimi debiti. Chi invece percepisce ingentissimi redditi non motivati e ignora totalmente la realtà, continuerà a dire: “Questo lo dice lei”. Pare oltretutto che i poteri forti, i magici gestori occulti dello spread, stiano tacendo.

Per far diminuire il deficit di 0.4 punti percentuali (i numerini), saranno state ridotte altre spese importanti, come quelle richieste dall’ex grillino per assistenza ai portatori di handicap. Ma al momento questo non ci è dato saperlo.

Quello che invece sappiamo è che per arrivare a questo brillante risultato, ottenuto peraltro tagliando spese importanti per mantenere folli e nocive promesse elettorali, oltre ad aver perso un miliardo di euro circa, ci siamo inimicati tutti gli altri paesi europei. Per ottenere questo brillante risultato, che ci impoverirà ulteriormente e non costruirà nessuna base per sviluppi futuri, abbiamo insultato la commissione europea e i suoi membri, ci siamo isolati internazionalmente non firmando il Global Compact e abbiamo rischiato una costosissima sanzione per aver violato i patti che noi stessi abbiamo contribuito a formare e che abbiamo sottoscritto.

Al di là delle singole manovre del DEF, che osteggio fortemente perché recessive, non sarebbe stato più efficiente, oltre che molto meno costoso per tutti, presentarsi direttamente col 2%? Salvini e Di Maio ci hanno fatto e ci stanno facendo pagare la loro campagna elettorale contro l’Europa e in favore dell’amichevolissima Russia, accusata di spendere 1.1 miliardi di dollari all’anno per pagare un migliaio di troll che destabilizzano i paesi suoi avversari, sostenendo in rete movimenti destabilizzanti come i gilet gialli francesi e Trump in USA. Chissà quali partiti appoggeranno da noi in Italia? Vogliamo seguire anche noi il percorso dei troll Russi, che ci porta direttamente in Ucraina?

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Questa frase è stata detta pochi giorni fa non ricordo più se da Zingaretti o da Martina e per me è esattamente il motivo per cui il PD è stato la causa del successo dei 5S. Viene da chiedersi come sia possibile che un governo di centro sinistra non si sia accorto di aver accresciuto le disuguaglianze sociali.
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