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In tempo di sovranismo, cercherò di “scomporre” il tema caro alle forze di governo, riassunto nello slogan “prima gli Italiani”, in termini sostanziali e contestuali al periodo storico che il nostro paese sta vivendo.
 
Il sovranismo si nutre di concetti come  quello della difesa dei confini ideali, culturali e sociali, sulla base di un'idea di identità nazionale perlopiù effimera, costruita su ideologie di appartenenza razziale  e quindi basate su costruzioni ideologiche. L’identità peraltro non esiste in natura è una invenzione culturale.  Gli stessi  confini di Stato nulla hanno di naturale, in quanto non coincidono né con la morfologia del territorio dello Stato-Nazione, né con le tradizioni (inclusa la lingua) culturali: i confini sono il frutto dell’evoluzione storica socio-politica di una data comunità organizzata in forma statuale; sono il risultato di eventi, quasi sempre bellici nel caso dell’Europa e dell’Italia, e quindi frutto delle negoziazione e delle imposizioni esercitate manu militari dai vincitori sui vinti. Cosi’ è  stato all’indomani della 1a e della 2a Guerra Mondiale.
 
E quindi appare di urgente attualità oggi di fronte ad una Europa piccola, divisa, incerta ed esposta alle turbolenze che arrivano con ondate devastanti da altri continenti (Europa dell’Est, MO, Nord Africa, Cina) porsi la domanda: che cosa è rimasto dell’equilibrio geopolitico siglato a Yalta all’indomani della seconda guerra mondiale? Che cosa ne è della Nato a distanza di 20 anni dalla fine dell’URSS? Siamo ancora protetti dall’ombrello militare americano sotto la presidenza Trump, alla luce del suo desiderio di ridurre il sostegno  USA alla NATO?
 
La tesi che voglio qui sviluppare è che, dopo l’unità monetaria, il finanziamento di una industria della difesa e di un esercito comune, costituisce un forte impulso, oltre che simbolico, a tutta l’economia e sarebbe l’unica condizione capace di garantire allo stesso tempo :
  • la creazione degli Stati Uniti d’Europa
  • l’autonomia dalla protezione americana 
  • una difesa efficace del continente Europeo 
  • una politica estera comune e quindi essere protagonisti nel nuovo ordine mondiale
  • alimentare la fiducia nei confronti delle istituzioni europee e combattere le istanze populiste e nazionaliste.
E’ ovvio che questo processo, lungi da palesarsi come una cessione incondizionata di sovranità da parte dei singoli stati a favore di un organismo  di difesa centrale europeo, presuppone: 
  • un più vasto e comprensivo programma di integrazione politica: il rilancio del progetto di uno Stato Europeo in forma federalista renderà ineludibile il lancio di un progetto operativo di  difesa europea, dal momento che se una difesa senza Stato non ha senso, nemmeno uno Stato senza difesa ne ha. 
  • il riconoscimento che la sovranità nazionale in campo militare non può essere garantita né sostenuta da ogni singolo paese, né dalla Alleanza Atlantica a seguito del disimpegno annunciato della Amministrazione USA, soprattutto alla luce delle sfide globali attuali. 
  • l’integrazione dell’industria della difesa: le forze europee, composte da un organico di 1.859.216 soldati a fronte di 1.381.000 militari USA, impiegano 154 sistema d’arma differenti a fronte dei 27 impiegati dagli USA. Dietro 154 sistemi d’arma ci sono 154 contratti, supportati da 154 progetti di R&S  e 154 sistemi produttivi (fonte: Difendere l’Europa, L.Pecchi, G.Piga, A.Truppo, Ed. Chiare Lettere, 2017).
 
Se è vero che la difesa comune europea autonoma ed integrata non è più una scelta ma è una necessità politica ed economica,  la carenza di una comune percezione della minaccia militare esterna e la mancanza di una vera e propria cultura della sicurezza  in Europa, rappresentano ostacoli sul cammino della integrazione in campo militare. 
 
Senza una integrazione dei sistemi di arma e degli eserciti nazionali, sarà difficile eliminare inutili duplicazioni e dispersioni di risorse, recuperare efficienza nella spesa di investimenti, nella interoperabilità dei sistemi e delle forze armate. I paesi europei hanno necessità di recuperare efficienza in tutti i settori d’investimento (e la bassa produttività in Europa lo dimostra), e le logiche assistenziali che muovono i capitali entro i confini nazionali sono un lusso che ormai nessun paese si può più permettere. La spesa in R&S , specie in settori ad alta tecnologia, è un volano di crescita della produttività e quindi di crescita economica e di occupazione qualificata. Si evoca quindi  l’istituzione di un Fondo europeo finanziato con l’emissione di Eurobond emessi sul mercato, che sostenga nel tempo l’innovazione tecnologica e la spesa pubblica nel campo della difesa, con l’obbiettivo di razionalizzazione  delle Forze Armate  nazionali, nell’ambito di un Defence Compact e regole di mercato condivise tra tutti Partners europei. 
 
Se è vero che l’Europa non appartiene agli economisti, ai banchieri ed ai militari, bensì agli europei, allora l’integrazione economica con l’Euro non può né deve restare isolata,  deve procedere verso il completamento di un quadro che altrimenti sarebbe destinato alla regressione. Lo scatto in avanti di questa nostra Europa, se non si vuole mortificare gli sforzi di chi con molta fatica si è impegnato a costruite una area geografica democratica, di  pace e  di prosperità, potrebbe proprio venire dal tema della difesa. La risposta concreta al bisogno di sicurezza evocato dai cittadini italiani nelle ultime elezioni, potrebbe essere disinnescato definitivamente proprio con l’integrazione europea oltre la linea del non ritorno. 
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Alessandro Natili è dirigente bancario, esperto in Economia e Finanza internazionale. Co-fondatore dell'associazione Per PiùEuropa.

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