Post di Guest Per PiùEuropa (49)

Breve e lungo termine

di Matteo Costa*

Sebbene la questione dei profughi sia uno specchietto per le allodole per nascondere temi ben più importanti e mal gestiti, è evidente che al momento sembri essere la questione che desta maggior attenzione in Italia e pertanto sarebbe superficiale non esporre le nostre idee al riguardo.

Salvare i profughi è un’operazione umanitaria imposta dalle leggi internazionali, oltre che dalle coscienze individuali. Questo è un dato di fatto.

Così come un dato di fatto è l’impossibilità dell’Europa, e a maggior ragione dell’Italia da sola, di accogliere tutti i disperati che dall’Africa e da altri continenti vengono in Italia con la condivisibile speranza di migliorare la loro vita.

Accettare una sola delle due verità porta ad essere facilmente attaccabile sull’altra. Questo è il motivo per cui, a mio parere, entrambe le questioni debbano essere obbligatoriamente trattate assieme.

Così come è deprecabile chi vorrebbe chiudere indiscriminatamente le frontiere ai profughi, allo stesso modo è facilmente criticabile chi le vorrebbe aprire sempre e comunque.

È per questo che urge fare un distinguo tra l’emergenza immediata, che è disumano voler ignorare, dalle politiche che devono guardare al lungo termine e che non possono non partire dalla constatazione che l’Europa, e a maggior ragione l’Italia da sola, non può accogliere tutta l’Africa.

Pertanto, assieme alla gestione dell’immediato è essenziale proporre politiche di più larghi orizzonti per poter migliorare la qualità della vita in Africa. Questo vuol dire sia stimolare la diffusione di politiche per la consapevolezza della gravidanza, per l’istruzione, per la sanità, sia stimolare l’investimento diretto in aziende locali che possano portare sviluppo e benessere in loco, oltre che a un certo controllo sull’economia di uno dei più grandi continenti mondiali per abitanti, cosa che la Cina sta facendo benissimo e noi no.

Sposo totalmente i meravigliosi discorsi carichi di umanità, dei nostri leader. Mi permetto di consigliare di affiancarli, sempre e necessariamente, a orizzonti più lunghi, proprio per sottrarsi alle facili critiche di chi guarda (solo) al lungo periodo.

Ignorarlo, vuol dire non solo esporsi a critiche più o meno condivisibili, ma anche alla perdita di consensi.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Together We Stand, Divided We Fall

di Matteo Costa*

Non sono un habitué della politica e non conosco le vicende attuali del PD, se non da quello che leggo dai titoli dei giornali. Come del resto la maggior parte degli italiani. Come tutti, quindi, non posso che osservare il declino di un grande partito che, reduce dalla bruciante sconfitta delle scorse elezioni, è lacerato al suo interno da guerre fratricide, che null’altro fanno se non contribuire ulteriormente alla sua implosione e alla sua divisione, in una girandola di nomi più o meno eccellenti che aspirano alla leadership e che rischiano di ottenerla tutti, ma ognuno per proprio conto.

Noi di +Europa non siamo, per dimensioni, grandi quanto il PD, ma ne condividiamo l’aspirazione a crescere e a far sentire la nostra voce. Sempre di +.

Per farlo è essenziale essere uniti e per noi il compito potrebbe essere ancora più difficile, perché aspiriamo a rappresentare la sintesi di pensieri a volte dissimili e perché dobbiamo crescere per sopravvivere e per portare avanti le nostre battaglie, per il comune bene degli italiani. Ma è dall’eterogeneità che nasce il nuovo. E’ dalle differenze che nasce la vita. Spetta quindi a noi saperle amalgamare in modo ottimale, così da ottenerne una sintesi che sia comprensibile, coerente, condivisa e sostenuta da + persone. Non possiamo neppure immaginare di seguire le tragiche orme del PD.

A parte la grandissima candidatura alla segreteria nazionale di Marco Cappato, al momento altre non ce ne sono, ma so che arriveranno a breve e so che si tratterà di nomi di pari livello, perché noi rappresentiamo il meglio della società progressista, perché in noi sono già confluite e stanno confluendo personalità di prestigio, ognuna con le proprie peculiarità e le proprie capacità, diverse da quelle degli altri.

Dobbiamo trarre vantaggio da questa ricchezza, sapendo amalgamare le diverse anime che rappresentiamo ed esprimerle tutte al meglio. Dobbiamo essere in grado di contribuire al bene comune, ciascuno secondo le proprie competenze, idee ed esperienze, in modo da poterci mostrare diversi, ma uniti da comuni obiettivi di sviluppo, di uguaglianza, di benessere economico e sociale, di inclusività e di consapevole apertura al nuovo e al diverso. Obiettivi che dovrebbero essere nazionali ma che ora sembrano essere sopiti sotto la cenere. Dobbiamo parlarci e trovare nei nostri desideri i punti di contatto, per saldarli e renderci unici. Dobbiamo  cooperare per amalgamare le differenze senza nasconderle. Dobbiamo capire cosa dire agli italiani e come dirlo. Dobbiamo far sì che chiunque sia scelto come segretario del partito abbia l’appoggio incondizionato di tutti noi, su tutto, anche sulle diversità e che sappia esprimere la nostra unione così come le nostre peculiarità. Dobbiamo mostrare la nostra anima comune, sapendo che le nostre meravigliose differenze potrebbero portarci al successo o al declino, a seconda di come le sapremo gestire.

Ne va del nostro futuro e con nostro, intendo di tutti noi +italiani e +europei.

Insieme stiamo, separati cadiamo.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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L'Europa necessaria

di Alessandro Volpi*

Si discute molto della reale forza dell'Europa, dopo la scelta del governo Conte di accettare, alla fine di una lunga trattativa, gran parte delle condizioni poste dalla Commissione europea che pare aver vinto il braccio di ferro con i sovranisti tanto da imporre allo stesso esecutivo giallo-verde un’affannata rincorsa contro il tempo per adeguare la Legge di bilancio, con un fulmineo e confuso maxiemendamento, ai diktat europei. Ma cos'è ora realmente l'Europa? Da cosa discende la sua vera forza in grado di “piegare” le muscolari prese di posizioni dei leader nostrani? Difficile dirlo in modo organico e chiaro. 

Per gli euroscettici rappresenta il male assoluto, il bersaglio contro cui indirizzare tensioni altrimenti disomogenee, l’universo simbolico che permette la tenuta di piattaforme programmatiche capaci di legare formazioni politiche e sociali inconciliabili su un’infinita serie di altri piani. Soprattutto, in maniera assai semplicistica, la condanna dell’Europa e dell’euro consente di immaginare un futuro più roseo e più felice per il solo fatto di porre fine ad una condizione esistente senza dover concepire formule concretamente alternative. Attaccare l’Europa permette di raccogliere consensi e voti, a prescindere.

Per gran parte degli europeisti, invece, l’Europa rappresenta un’amplificazione delle singole realtà nazionali: esistono un’Europa francese, un’Europa tedesca, un’Europa nordica, un’Europa mediterranea e varie altre declinazioni dove l’elemento decisivo non è l’appartenenza europea ma la visione nazionale trasferita in una dimensione continentale.

L’idea autosufficiente di Europa, dotata di un valore in se stessa, sembra del tutto assente, così come risultano molto deboli le prospettive culturali e i linguaggi politici condivisi persino negli ambienti che si dichiarano europeisti.

In termini di regole l’Europa di Maastricht è decisamente superata e per molti versi anche tradita da numerose violazioni dei suoi parametri; praticamente nessun paese rispetta il rapporto del 60% tra debito e Pil e anche il vincolo del deficit inferiore al 3% del Pil appare in molti casi illusorio. Manca, poi, l’indispensabile Europa fiscale, che dovrebbe eliminare la concorrenza tra i vari Stati membri, combattuta a colpi di aliquote stracciate e di condizioni da grandi saldi per i rientri di capitale. Manca l’Europa bancaria, ad oggi limitata ad astruse e terroristiche misure come l’introduzione del bail in, della possibilità di aggredire i conti dei correntisti, o come la pretesa nei confronti degli istituti di accantonamenti rigidissimi per “garantire” in modo ferreo i loro crediti. Manca, ancora, la possibilità per la Bce di intervenire direttamente alle aste dei titoli pubblici per acquistarli prima che finiscano, ormai bolliti, sul mercato secondario.

Ma allora perché così tanta attenzione all'Europa e ai suoi giudizi? Perché i sovranisti non riescono a convincere neppure i loro governi a praticare il più volte gridato me ne frego? Perché dopo aver urlato all’Europa matrigna, bisogna accettare, controvoglia, di farci i conti? Il perché sta, in estrema sintesi, nella sua indispensabilità, pur contestata e negata. Alla prova dei fatti, senza moneta comune e senza una per quanto flebile idea di Europa, i singoli Stati affonderebbero rapidamente come dimostra il fatto che ad ogni sussulto “troppo nazionalistico” il mondo, e non solo i mercati, si spaventa e reagisce per evitare il disastro di un pianeta retto solo da Trump, Putin e Xijimping; gli unici interessati non alla sparizione ma alla sudditanza dell'Europa.

Per frenare la crisi finanziaria più grave di sempre è servito il “whatever it takes” di Draghi e per far tornare i debiti pubblici, e privati, collocabili a prezzi sostenibili è servito l'accordo con la Commissione europea sia in Grecia, dove è stato durissimo, sia in Irlanda sia in altre parti dell’Europa. Gli Stati possono proclamarsi forti e sovrani ma la loro debolezza nel mondo globale dei colossi e della rinata geopolitica impone l'adesione, se non l'appartenenza, europea, anche soltanto ipocritamente formale. Si possono fare campagne elettorali perenni contro il Vecchio continente, esaltando le piccole-grandi patrie, ma poi non è possibile chiamarsene fuori perché agli Stati europei non è concessa, dalla storia, dalla geografia, dall'economia, una '”normale” vita da separati. La politica dovrebbe capirlo. Non comprenderlo significa accettare, in ritardo, i vincoli postumi di clausole di salvaguardia talmente pesanti da cancellare il futuro; 50 miliardi di aumenti fiscali da scongiurare in due anni costituiscono un'impossibile follia, così come sforbiciate per altri 28 nello stesso biennio. La politica degli annunci contro l’Europa, di fatto, ha solo accentuato il rigore.

 

*Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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Politica da stadio

di Matteo Costa*

Il calcio ha abituato noi Italiani ad esultare quando la nostra squadra del cuore segna un goal. Anche se nasce da un fallo o da un rigore inesistente. Non ci interessa se la nostra squadra ha vinto per un errore arbitrale o per un fallo di un nostro attaccante. Ciò che conta è vincere, per poi potersi vantare della vittoria della propria squadra e magari questa esultanza ci fa scordare per un attimo i problemi reali. Il duo gialloverde, è riuscito a trasformare le convinzioni politiche in tifo calcistico. L’esultanza e la gioia di alcuni individui per questa manovra, non possono essere qualificate altro che irrazionale tifo sportivo.

Perché razionalmente non si può esultare per la prima finanziaria in Italia che viene votata in Senato senza che sia stata precedentemente mostrata a nessuno, né all’opposizione né al governo. Non si può esultare perché viene approvata dal Senato dopo una discussione durata poche ore, per permettere a Casalino & Co. di passare domenica 23 e sabato 24 dicembre in famiglia, come sostiene lo stesso De Falco, senatore dei 5S. Non si può esultare sapendo che la Camera dovrà votare una legge differente da quella votata in Senato, perché le inesattezze e gli errori della prima “versione” necessitano ancora di correzioni e il governo è arrivato a proporla, imperfetta e incompleta, solo il 22 dicembre. Non si può esultare perché questo è come segnare un goal a gioco fermo e a tempo scaduto, e vederselo convalidare. Il sogno di ogni tifoso italiano, in una partita Italia-Francia.

Ma in questo caso chi esulta si scorda che non si tratta di Italia-Francia, ma di Italia-Italia e che le regole vanno rispettate perché sono le stesse regole che proteggono la propria squadra e perché dal risultato della partita dipenderà il benessere futuro degli italiani. Non è un gioco, è vita.

Chi esulta per questa manovra scellerata, imposta al popolo in modo becero e dittatoriale, esulta poi per ritrovarsi nel 2020 con l’IVA al 25% e al 26.5% l’anno successivo, o in alternativa, per affrontare altre manovra “lacrime e sangue” volte a scongiurare l’aumento dell’IVA che questi incoscienti al governo ci hanno imposto.

Chi esulta, a meno che non sia un gestore di una spiaggia, si scorda che l’ulteriore rinvio dell’applicazione della direttiva Bolkestein sarà pagato dall’Italia a caro prezzo, con una sanzione che ci impedirà di usare quei soldi a beneficio della collettività, anziché dei soli gestori di stabilimenti balneari.

Chi esulta, si scorda che chiunque passerà in un aeroporto italiano dovrà pagare altri 5€ in più ogni volta, per permettere al personale Alitalia di andare felice in pensione due anni prima di tutti gli altri italiani.

Chi esulta si scorda che d’ora in poi, potrà essere curato da un fisioterapista non laureato, senza saperlo.

Chi esulta si scorda che i dipendenti che guadagnano meno di 55.000€ l’anno saranno tassati al 38%, mentre i titolari di una partita IVA con lo stesso reddito saranno tassati al 15%.

Chi esulta si scorda che i pensionati non avranno la pensione indicizzata per i prossimi anni, si scorda che gli investimenti in ricerca e sviluppo sono stati praticamente azzerati, che i comuni potranno assegnare appalti senza bando di gara fino a 150.000€ per la gioia di corrotti e corruttori, si scorda che tutto il debito aggiuntivo che deriva da questa manovra, ennesima dispensatrice di mancette alle solite lobby (alla faccia del cambiamento), sarà pagato a caro prezzo gli anni prossimi da noi e dai nostri figli.

Chi esulta si scorda che la sua squadra gli aveva prospettato risultati ben diversi.

Chi esulta si scorda di essere italiano e pensa che gli effetti nefasti di questa manovra cadranno sulla squadra avversaria, anziché su tutti, lui incluso.

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Il paradosso: sperare nell'inflazione

di Alessandro Volpi*

L’Italia deve sperare in una rapida ripresa dell’inflazione; può sembrare, almeno parzialmente, paradossale riporre fiducia in un aumento dei prezzi al consumo, ma questa pare essere la sola condizione in grado di tenere in piedi la manovra finanziaria. E’ noto a tutti che il nodo cruciale della discussione con la Commissione europea e delle tensioni sui mercati nei confronti del nostro paese è costituito dal pesantissimo debito pubblico e dal suo altrettanto gravoso rapporto con il Pil, assai più rilevante, agli occhi dei mercati, rispetto all’andamento del deficit, che gode di un consolidato avanzo primario e di un avanzo strutturale, pur in diminuzione ma altrettanto solido.

In relazione a tale debito, poco potranno gli attuali aggiustamenti discussi in sede europea così come risulta inutile l’incredibile appesantimento delle clausole di salvaguardia, tutte orientate a aumentare le entrate pubbliche di parte corrente. Secondo le previsioni contenute nel Def varato dal governo Conte lo stock di debito è destinato a crescere sensibilmente passando dai 2314 miliardi del 2018 ai 2416 del 2020; tuttavia le stesse stime governative avevano fissato il rapporto debito/Pil in diminuzione nello stesso periodo dal 131% al 128, registrando così un segnale rassicurante. In realtà tale miglioramento dipendeva, nelle stime del Def, dalla ipotizzata crescita del Pil che il governo, dopo aver previsto molto ottimisticamente in salita dell’1,5 nel 2019 e dell’1,6% nel 2020, ha poi ridotto, su sollecitazione europea, nella versione finale della Legge di bilancio all’1%. Se, dunque, non ci sarà più la crescita originariamente prevista del Pil, allora, come accennato la sola speranza si riporrebbe nell’aumento dell’inflazione.

La “sostenibilità” del debito pubblico infatti è direttamente legata sia ai tassi di interesse sia all’inflazione. Il rapporto debito/pil tende a salire quando i tassi sono più alti della crescita nominale dell’economia che è il risultato della somma del Pil e dell’ inflazione. Dunque, dal momento che nel prossimo biennio risulta molto improbabile per l’Italia conoscere un incremento del Pil, solo dall’inflazione potrebbero giungere buone notizie; una sua crescita si sommerebbe al Pil stagnante per rendere il debito più sostenibile e per liberare qualche miliardo di euro di risorse anche sul rapporto deficit-Pil. Rispetto a una prospettiva siffatta, tuttavia, esistono varie incognite che tendono a renderla assai illusoria e pericolosa.

In primo luogo la previsione di inflazione contenuta nello stesso Def è già più alta di quella reale; il 2018 si chiuderà assai probabilmente con un’inflazione media dell’1,2, mentre la Legge di bilancio è costruita per il 2019 e per il 2020 su un’inflazione, al netto dei prodotti energetici importati che ne costituiscono circa la metà, dell’1,4%. Nello stesso Def, peraltro, si stima l’aumento del prezzo del petrolio nel corso del 2019 a 73,8 dollari al barile rispetto ai 54 dollari del 2017, un balzo che appare decisamente eccessivo. D’altra parte, il medesimo Documento economico non attribuisce a misure come il reddito di cittadinanza, al di là delle dichiarazioni “politiche”, una vera capacità di rilancio dei consumi e quindi di azione benefica sull’inflazione mentre è costretto a rilevare il forte impatto negativo sulla domanda aggregata italiana del nuovo protezionismo e dei dazi doganali introdotti da molti paesi.

C’è poi il tema fondamentale del comportamento della Banca Centrale Europea, il cui compito “istituzionale” è quello di mantenere l’inflazione poco sotto il 2%. Negli ultimi anni, Mario Draghi ha varato politiche monetarie iperespansive perché l’inflazione europea era pressoché inesistente; dopo una sua parziale ripresa, che l’ha portata dall’1,31 del gennaio 2018 rispetto al gennaio dell’anno precedente al 2,20 dell’ottobre del 2018 rispetto allo stesso mese dell’anno prima, è evidente che la dichiarazione del presidente Draghi di un esaurimento della strategia della liquidità facile, la cui scadenza è stata fissata a fine 2018, diventa decisamente credibile.

A spingere l’inflazione verso l’alto, nei prossimi mesi, potrebbero contribuire anche le nuove scelte di bilancio della Francia di Macron, che ha annunciato un aumento salariale e altri significativi incentivi, tali da portare il rapporto deficit-Pil oltre il 3% in un paese in cui il debito pubblico, pur rimanendo al 97% del Pil, è cresciuto di 500 miliardi di euro in sette anni ed è in termini quantitativi il più grande d’Europa, pari a 2320 miliardi nel 2018. Ma se un aumento “europeo” dell’inflazione oltre il 2% spingerà la Bce a limitare i “rifornimenti” praticamente gratuiti alle banche perché comprino titoli del debito e a non fare più acquisti sul mercato secondario dei titoli pubblici dei paesi “a rischio”, allora i tassi di interesse, e il costo degli interessi, saliranno e la sostenibilità del debito pubblico italiano sarà gravemente messa a repentaglio. Sperare nell’inflazione pare la strada meno dolorosa per l’Italia che, per decenni si era abituata a cancellare una parte dei costi dei propri debiti con l’aumento dei prezzi, ma risulta assai insidioso perché continua ad affidare i destini dell’economia italiana a soluzioni artificiali e puramente numeriche.

 

*Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea e di Geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa.

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UnEuropa

di Chico Sciuto

Il vocabolario Zanichelli, alla voce “Patria”, recita: “Paese comune ai componenti di una nazione, in cui essi si sentono legati come individui e come collettività, sia per nascita, sia per motivi psicologici, storici, culturali e simili.”  Mi pare si possa anche convenire che Patria è il luogo in cui si è liberi in casa propria.

Premetto anche che il mondo è in continua evoluzione e che tutto cambia sempre più velocemente. Ai tempi di Mazzini non esistevano l’automobile, l’aereo, il telefono, la TV, i computers, internet. In altre parole, non c’era quell’odierna facilità di interscambio di persone e di idee, che ha mutato molte cose. Tuttavia, mentre alcune idee mazziniane rimangono ancor valide, come quella della Giovine Europa, altre invece devono essere aggiornate ai tempi, come il concetto di fratellanza e di unione fra i popoli, in particolare quelli europei.

Ciò premesso, espongo alcuni dati storici. Qualche millennio avanti l’Era Volgare (“avanti Cristo”, per chi preferisce) l’Europa era già omogenea, anche se ovviamente, a causa degli scarsi mezzi di comunicazione e di un senso di proprietà poco sviluppato, non esisteva ancora il concetto moderno di Stato.

Nei miei viaggi in l’Europa, ho potuto constatare di persona che l’antico popolo europeo esprimeva già a quei tempi il suo pensiero unitario nelle sue architetture megalitiche, giunte fino a noi. Ho visitato infatti megaliti molto simili in Sardegna, Corsica, Puglia, Malta, Turchia, Portogallo, Bretagna, Irlanda, Scozia, Svezia. Stonehenge è solo l’esempio più noto di quei megaliti. Persino un monumento meno diffuso, come la “tomba del gigante”, in Sardegna, trova riscontro in una costruzione omologa nella lontana “citania” di Briteiros, in Portogallo.

Evidentemente, esisteva già allora un’unica cultura, nonostante le antiche difficoltà di comunicazione. Astronomia e religione erano collegate con quelle antiche costruzioni, ma la mancanza di scrittura, non ancora inventata, non ha consentito di tramandarci altro.

Anche gli studi del genetista Luigi-Luca Cavalli-Sforza e gli esami sull’origine delle lingue europee confermano l'unica origine degli europei, salvo piccole eccezioni. Non voglio annoiare riportando qui in dettaglio questi studi ed esami e rimando quindi alla letteratura specifica, molto esplicativa e appagante.

È pure lungo spiegare qui come quell’antica civiltà megalitica, fondendosi con la cultura proveniente dal vicino oriente, si sia trasformata nella civiltà greca: la scrittura, inventata proprio nel vicino oriente, ci ha lasciato testimonianza di ciò nei due famosi poemi omerici, prima tramandati solo oralmente. Per dare una rapida idea, si può paragonare l’antica Grecia all’America di oggi: entrambe sono sintesi di altre culture, concentrate in uno stesso luogo.

Oggi la Grecia è la culla della nostra civiltà, è il fondamento del mondo attuale. Le successive trasformazioni religiose sono state apportate dalla componente culturale ebraica, proveniente dalla Palestina.

Alla civiltà greca subentrò poi quella latina. In epoche successive, quell’antica unità è venuta a mancare.  Vari sono stati i tentativi di rinsaldarla: il Sacro Romano Impero (nato il 2 feb. 962) è solo uno dei vari esempi. A quell’epoca, nessuno dei moderni Stati europei si era ancora formato.

In epoche più recenti, circa 200 anni fa, alcune delle odierne nazioni europee esistevano già (p. es.: Francia, Gran Bretagna), altre lottavano per l’indipendenza (Grecia, Polonia, Irlanda) e altre ancora (Italia, Germania) erano frazionate in tanti piccoli Stati.

Man mano che, fra i popoli, si diffondeva sempre più la consapevolezza di sé, parallelamente sorgeva una nuova idea di unità europea, slegata da quella di epoca megalitica, ormai dimenticata. Nasceva così, per forza di cose, quel Risorgimento che ben conosciamo, di cui Mazzini fu indiscusso protagonista.

Purtroppo, nasceva anche la necessità di stabilire i confini delle nuove nazioni, confini impossibili da tracciare in una popolazione sempre più amalgamata.  Ecco quindi sorgere i primi contrasti, molto acuti nei luoghi di maggior commistione, soprattutto tra Francia e Germania. Questi contrasti poi hanno portato a un secolo di guerre fratricide, che oggi possono essere viste come una guerra civile europea, la cui soluzione ha generato l’Unione Europea.

Un’idea di questa commistione ci è data dalla città di Strasburgo, che ha caratteristiche sia francesi, sia tedesche. Si chiama Strasbourg in francese, Straßburg in tedesco (Straße, in tedesco significa strada) e si trova oggi in Francia. Altrettanto si può dire di Colmar/ Kolmar o di Mulhouse/ Mülhausen o di varie altre cittadine. Francoforte, in tedesco Frankfurt, significa “guado dei Franchi” sul fiume Meno.

Un discorso simile può essere fatto per altre regioni europee. La Provenza era la provincia romana per antonomasia.  Ancor oggi, in Corsica e a Nizza, molti cognomi sono italiani. La Polonia odierna è più a ovest di quella ante seconda guerra mondiale. La Dalmazia è costellata di cittadine simili a Venezia. Il porto di Iraklion (Grecia) è dominato dal veneto leone di san Marco.  Messina è stata fondata dai greci messeni. La Romania deve il suo nome a Roma. In Estonia, Lettonia e Lituania vivono cittadini russi. Colonia/Köln era una colonia romana.  Coblenza/Coblenz ha nome dalla confluenza di Reno e Mosella. La Norvegia era parte integrante della Svezia. La Carelia era tutta finlandese.

E poi: la Val d’Aosta deve stare in Italia o in Francia? La Lorena è Francia o Germania? I Paesi Baschi sono Francia, Spagna o autonomi? L’AltoAdige/Südtirol è Italia o Austria? Il Kosovo è Serbia o Albania?  La città natale del filosofo tedesco Kant è Königsberg ed è tedesca o Kaliningrad ed è russa?  Si può andare avanti ancora per molto. Qualsiasi regione europea possiede caratteristiche proprie, ma simili a quelle confinanti.

Persino molti cognomi denotano la commistione: il biologo francese George Cuvier (1769 – 1832) si chiama Georg Küfer in tedesco; Robert Schuman (1886 – 1963), uno dei fondatori dell’EU, era francese con cognome tedesco, nato in Lussemburgo; il nostro contemporaneo Jean Claude Junker è lussemburghese, ha studiato in Francia e ha cognome tedesco. L’ex famiglia reale italiana prende nome dalla Savoia, oggi Francia. La torre Eiffel, simbolo di Parigi e della Francia, prende nome dal suo progettista: un francese dal cognome corrispondente a una regione della Germania. Haussmann, costruttore dei famosi boulevards parigini, era francese con cognome tedesco. Si potrebbe proseguire con tanti altri personaggi, noti o sconosciuti.

Come dicevo all’inizio, i moderni mezzi di comunicazione hanno cambiato molte cose. Oggi tutto è ancor più interconnesso, a tal punto che la patria degli europei non è più semplicemente la Spagna o la Grecia, l’Italia, la Lituania, eccetera, ma l’Europa nel suo complesso.

Quanto alle persone dei giorni nostri, cito semplicemente il mio caso, come esempio tutt’altro che speciale, molto comune fra tanti europei.

Mia moglie ha origini mitteleuropee. Nella prima guerra mondiale, un mio nonno e due miei zii hanno combattuto, teoricamente, contro quelli di mia moglie. Ho due figlie. Una vive in Italia, sposata con un italo-spagnolo. L’altra, dopo varie esperienze lavorative in vari Stati europei, ha sposato un tedesco, vive in Germania e ha doppia nazionalità. Due miei nipoti sono bilingui e gli altri tre conoscono varie lingue. Ripeto: esistono svariati casi come il mio. Infatti, la generazione di giovani o ex-giovani, che hanno partecipato ai vari Erasmus, è oggi inserita pienamente nel mondo del lavoro del paese d’origine e/o all’estero.

Così, ogni cittadino europeo sta costruendo l’Europa, spontaneamente, lentamente, nonostante gli odierni populismi autolesionistici che auspicano un ritorno a un passato ormai impossibile. Quei ciechi populismi non tengono conto, tra l’altro, che il problema del momento, il controllo degl’immigrati, è più facile se siamo uniti, non se siamo separati e che le frontiere esterne dell’UE sono più corte della somma delle frontiere dei singoli Stati. È più forte la valuta unica, l’euro, piuttosto che tante valute di singoli Stati, soggette a facili speculazioni.  Ricordo bene quando il governo Amato dovette improvvisamente prelevare dai c/c degl’italiani per evitare la bancarotta.

Oggi, in Europa abbiamo un’unica valuta e le monete delle nostre nazioni circolano già nelle nostre mani. Le leggi dei vari paesi europei si assomigliano molto. La politica economica diventa sempre più unitaria.  La facilità di scambio ha permesso alle ditte di offrire gli stessi servizi e le stesse merci in tutt’Europa: Ikea, Lidl, Starbucks, Zara, H&M, Benetton, Tezenis, McDonald's, ecc..

Persino alcuni programmi TV usano gli stessi format: hanno identiche scene, stessa grafica, si svolgono nello stesso modo in vari paesi, cambiando solo la lingua e le persone (vedi, p. es., “Chi vuol esser milionario”). Spesso, anche gli spot pubblicitari sono uguali in vari paesi e, qualche volta, nemmeno cambiano lingua. Spero di poter avere presto anche un’unica Costituzione per tutti.  Spero anche che il caso Brexit, non ancora definito, rimanga isolato e che rientri.

Se non si realizzerà presto un’Europa veramente unita, in ogni regione non verrà mai meno né il desiderio d’indipendenza, né quello di appartenenza a uno Stato o all’altro confinante.  Anche i nazionalismi dei singoli Stati rinasceranno sempre perché, per preconcetto, qualunque nazione si sentirà sempre superiore o sempre inferiore a un’altra. Bisogna quindi abolire gli Stati attuali, mantenendo le regioni con le loro specifiche caratteristiche che, sfumando l’una nell’altra, genereranno un’unica, grande nazione europea, fortemente unita. Si proteggeranno così le autonomie etniche, politiche, linguistiche e, allo stesso tempo, si avrà una maggiore coesione.

Non è un’utopia. Infatti oggi esistono già forti diversità all’interno di ogni Stato: il Süd Tirol/ Alto Adige, con forte componente tedesca, è molto diverso dalla Sicilia con la sua componente araba (p. es.: Marsala è “Marsha Allah”, porto di Dio).  Altrettanto domani, nella nazione europea, la Lapponia, coi suoi pastori di renne, e Malta, sintesi di culture mediterranee, continueranno a essere due regioni diverse, ma appartenenti a un unico grande Stato. Questo sarebbe anche il riconoscimento delle comuni origini del popolo europeo, dell’unico popolo europeo.

Per tutto quanto detto, io considero la situazione attuale come una semplice tappa di una lunga transizione, iniziata nel Risorgimento e culminante nella futura Europa unita, un’Europa formata dalle sole regioni (Alsazia, Toscana, Hessen, Algarve, Catalogna, Attica, ecc.), un’Europa senza gli attuali Stati (Italia, Francia, Olanda, Estonia, ecc.).

Si eliminerebbero così i separatismi di Catalogna, Scozia, paesi Baschi e tanti altri problemi.

Dovranno restare soltanto lo Stato centrale, le Regioni e i Comuni. Io vedo questo come il naturale sviluppo di quel processo risorgimentale, iniziato da Mazzini e non ancora compiuto.

Per questo, io auspico un secondo Risorgimento: gli Stati attuali devono essere visti come transizione verso un’Europa veramente unita. Come, anticamente, tanti piccoli Stati si sono fusi per formare le nazioni attuali, così anche queste nazioni dovranno fondersi per formarne uno solo, più grande: l’Europa.  La fusione dev’essere totale, così come avviene oggi tra la popolazione delle già citate regioni renane, così come avviene oggi nella piccola Svizzera, dove è molto frequente, p. es., che un cittadino di madrelingua tedesca abbia nome e cognome italiani e lavori in un cantone francofono.

Concludo concretamente con fatti e numeri. Secondo me, non è possibile costruire gli “Stati Uniti d’Europa” similmente agli “Stati Uniti d’America”, per due motivi: 1) perché la popolazione europea differisce da una regione e l’altra, mentre quella americana è omogeneamente mescolata su tutto il territorio.  2) la densità di popolazione è ben diversa: ciò che in USA sta in uno Stato, in Europa sta in una regione. Gli USA hanno oltre 320 milioni di abitanti in 50 Stati, mentre in UE vi sono poco più di 500 milioni di abitanti in 28 Stati, non considerando che, senza alcuni piccoli Stati come Malta, Cipro, Lussemburgo (molto più piccoli di altri) il rapporto milioni di abitanti/ stato si alzerebbe ancora molto di più (ovviamente, ho considerato il Regno Unito come ancora appartenente alla UE).

Spero di vedere un giorno la realizzazione di questo mio sogno.

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Lo spread tra realtà e immaginazione

di Matteo Costa*

Nonostante tutti i solenni proclami passati, il governo italiano ha presentato un nuovo DEF con deficit al 2 (,04% per confondere le menti semplici).

Solo alla diffusione di quella che ieri inizialmente era una voce, lo spread dei BTP sui Bund decennali era sceso a 274 punti: -14.% in poco meno di 30 minuti (al momento è a 269). Le banche tirano un sospiro (temporaneo) di sollievo, i loro bilanci vedono gli attivi incrementarsi. Lo tireranno anche i mutuatari che hanno sottoscritto il prestito a un tasso variabile. Lo tirano le imprese che attingono al mercato del credito, cioè tutte e in ultimo, lo tira ovviamente lo stato, che pagherà meno i suoi prossimi debiti. Chi invece percepisce ingentissimi redditi non motivati e ignora totalmente la realtà, continuerà a dire: “Questo lo dice lei”. Pare oltretutto che i poteri forti, i magici gestori occulti dello spread, stiano tacendo.

Per far diminuire il deficit di 0.4 punti percentuali (i numerini), saranno state ridotte altre spese importanti, come quelle richieste dall’ex grillino per assistenza ai portatori di handicap. Ma al momento questo non ci è dato saperlo.

Quello che invece sappiamo è che per arrivare a questo brillante risultato, ottenuto peraltro tagliando spese importanti per mantenere folli e nocive promesse elettorali, oltre ad aver perso un miliardo di euro circa, ci siamo inimicati tutti gli altri paesi europei. Per ottenere questo brillante risultato, che ci impoverirà ulteriormente e non costruirà nessuna base per sviluppi futuri, abbiamo insultato la commissione europea e i suoi membri, ci siamo isolati internazionalmente non firmando il Global Compact e abbiamo rischiato una costosissima sanzione per aver violato i patti che noi stessi abbiamo contribuito a formare e che abbiamo sottoscritto.

Al di là delle singole manovre del DEF, che osteggio fortemente perché recessive, non sarebbe stato più efficiente, oltre che molto meno costoso per tutti, presentarsi direttamente col 2%? Salvini e Di Maio ci hanno fatto e ci stanno facendo pagare la loro campagna elettorale contro l’Europa e in favore dell’amichevolissima Russia, accusata di spendere 1.1 miliardi di dollari all’anno per pagare un migliaio di troll che destabilizzano i paesi suoi avversari, sostenendo in rete movimenti destabilizzanti come i gilet gialli francesi e Trump in USA. Chissà quali partiti appoggeranno da noi in Italia? Vogliamo seguire anche noi il percorso dei troll Russi, che ci porta direttamente in Ucraina?

 

*Matteo Costa, laureatosi in Economia e commercio all'Università Bocconi di Milano, lavora per Intesa SanPaolo, monitorando la gestione della tesoreria di alcune banche estere del gruppo.

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Questa frase è stata detta pochi giorni fa non ricordo più se da Zingaretti o da Martina e per me è esattamente il motivo per cui il PD è stato la causa del successo dei 5S. Viene da chiedersi come sia possibile che un governo di centro sinistra non si sia accorto di aver accresciuto le disuguaglianze sociali.
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